VI di Pasqua: Un altro Paràclito

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Il cammino pasquale della Chiesa prosegue nella gioia di Cristo risorto, anche in mezzo alle prove e ai conflitti che agitano i popoli del mondo in cui è posta come lievito di pace e di giustizia. Un compito esaltante, ma che certo non può essere svolto pensando di poter contare sulle proprie forze, sulla propria autorità morale o sull’efficacia della diplomazia.

Nel mistero pasquale è all’opera lo Spirito Santo, lo Spirito del Figlio, il frutto maturo del mistero pasquale. Esso comprende, infatti, la passione di Gesù, la sua morte, la sepoltura, la risurrezione, l’ascensione al cielo, il sedersi alla destra del Padre, l’invio dello Spirito Santo. Un mistero così compatto ed esaltante, che la Chiesa ne distribuisce la celebrazione in cinquanta giorni, per gustarne nella contemplazione la dolcezza e la forza prorompente per la missione.

Non vi lascerò orfani

Nell’intimità dei discorsi di addio durante l’Ultima Cena, Gesù pronuncia cinque parole/promesse riguardanti lo Spirito Santo, il Paràclito, illustrando con profondità la sua identità, la sua missione, le condizioni per una sua recezione fruttuosa.

Il vangelo della VI domenica di Pasqua anno A riporta la prima di queste cinque parole di Gesù, preziose, consolanti e insieme stimolanti ad una coraggiosa testimonianza cristiana.

È bello contemplare la figura dello Spirito e il suo invio fra i discepoli. D’altra parte, è impegnativo meditare il fatto che il suo “dono” da parte del Padre sia connesso a condizioni ben precise, comprensibili del resto. Il “dono” può partire solo da un legame profondo del discepolo con Gesù, il Signore risorto. Un legame di amore (agapaō) che rispecchia quello preveniente del Padre (cf. Gv 3,16) e del suo Figlio Gesù (cf. Gv 13,34). Un amore totale, trasparente, disinteressato, completamente dedito al bene dell’altro.

L’amore, che lega le persone della santa Trinità al suo interno, si è manifestato nell’invio del Verbo a porre la sua tenda fra gli uomini, per condividere in tutto la loro vita di pellegrini nel deserto.

Gesù constata un collegamento evidente tra l’amore del discepolo per la sua persona e il fatto di “osservare/custodire” /tēreō” i suoi comandamenti.

Nel Primo Testamento il verbo tēreō traduce spesso l’ebraico šāmar, che indica soprattutto l’atto della custodia. Collegato al vocabolo indicante i comandamenti, indica certamente la loro osservanza pratica, che però in ebraico è espressa molte volte con un altro verbo, il molto concreto “fare” /‘āśâ”, “fare i comandamenti”.

È però significativo che i comandamenti, prima di essere “fatti”, debbano essere “custoditi” nel cuore. I comandamenti di Gesù si riducono di fatto a uno soltanto, al “dono” del comandamento “nuovo” dell’amore reciproco: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

La seconda condizione per l’invio e la recezione del dono dello Spirito è ancora più meravigliosa. Gesù in persona si impegna a pregare il Padre per questo invio. Gesù innesterà profondamente la sua anima nel cuore del Padre, così che ne sgorghi il miglior dono possibile per i credenti, la partecipazione della loro vita d’amore intratrinitaria, espressa al massimo nel bacio infuocato dello Spirito.

Nella “Grande preghiera” o “Preghiera dell’ora”, chiamata anche “Preghiera sacerdotale” (Gv 17), Gesù promette che pregherà non solo per i suoi discepoli presenti ma anche per quelli che in futuro crederanno in lui per l’opera missionaria dei Dodici e degli altri discepoli.

Alla sua partenza per “tornare” al Padre (cf. Gv 13,1ss), Gesù ci rassicura che non ci lascerà orfani. Non ci lascerà senza il Padre e il fratello maggiore, l’Inviato, il Figlio.

I discepoli non vedranno più fisicamente il loro Signore, ma quel momento sarà l’esperienza di una gioia esaltante. In quel giorno i discepoli gusteranno la profonda vita trinitaria in cui Gesù ritorna con la sua umanità glorificata, l’immanenza nel Padre dal quale ritorna dopo la sua missione. E Gesù trascinerà con sé anche i suoi discepoli, perché tutti sono vivi.

Tutti saremo vivi fin d’ora di quella vita che scaturisce dalla risurrezione di Gesù, e che coinvolge il Padre, Gesù risorto, la sua comunità di discepoli ancora pellegrinanti sulla terra ma che “hanno/echō” e si tengono stretti i comandamenti di Gesù e li conservano nel cuore/osservano /tēreō.

Chi ama Gesù e i fratelli «non solo con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18) gusterà personalmente l’amore del Padre, fonte sorgiva d’ogni amore perfetto, e quello di Gesù, che è una cosa sola con lui (cf. Gv 10,30).

Non solo Gesù ama in modo personale i singoli credenti in lui, ma anche “si manifesterà” loro. Non si manifesterà al “mondo”, all’insieme delle forze ostili e diaboliche chiuse ostinatamente e volontariamente alla sua persona e alla sua parola (cf. Gv 14,22), perché quel mondo non “ama” Gesù, e neanche lo potrebbe.

Gesù ha già assistito, accompagnato e custodito la sua comunità nella sua vita terrena. Tornando ora da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1ss), non lascerà orfani e “sguarniti” i suoi, ma invierà loro un altro Paràclito.

Un altro Paràclito

Nella sua vita terrena Gesù ha custodito/tēreō i suoi discepoli nel suo nome/persona che il Padre gli aveva dato (cf. Gv 17,12), e nella “Grande preghiera” prega per essi e per credenti del futuro. Gesù però non prega il Padre di toglierli dal mondo ostile che li odia, ma perché li «custodisca/ tēreō dal Maligno» (cf. Gv 17,15).

L’evangelista Giovanni è molto consapevole della furiosa battaglia che si svolge fra le forze spirituali che sono a favore di Gesù e quelle a lui contrarie. La lotta è senza quartiere, perché ne va della vita dei credenti. Il campo è bianco o nero. Una prospettiva teologica che può anche non piacere a tutti, ma questa è la visione tipica dell’evangelista Giovanni.

Il “peccato” per antonomasia in cui si può incappare è proprio quello della mancanza di fede, non credere più a Gesù e alla sua opera nella quotidianità della vita, con le sue prove, i suoi dolori, l’impegno quotidiano per il lavoro, la pace e la giustizia. Ma Gesù rassicura i suoi discepoli: «Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E l’evangelista Giovanni lo ricorderà alle sua comunità: «Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1Gv 5,4).

Gesù ha “custodito” i suoi discepoli. Ora non li lascia orfani, ma li affida a un altro “Paràclito/paraklētos”. Egli sarà un personaggio “chiamato presso” un accusato in tribunale per difenderlo, sostenerlo, custodirlo, incoraggiarlo nella prova. L’avvocato difensore poneva la sua mano sulla spalla destra dell’accusato durante le sessioni in tribunale. «Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano», confessa con fiducia il salmista (Sal 139,5). E questa è l’esperienza del credente: non gli sono risparmiate le prove, ma avrà sempre la protezione e la custodia dei suoi due Paràcleti, Gesù risorto e lo Spirito Santo.

Secondo le altre parole di Gesù riportate in Gv 14-16, lo Spirito assolverà anche altre funzioni fondamentali nella vita cristiana, ma nel brano liturgico di questa domenica è sottolineata la sua azione di difesa forense di fronte al mondo accusatore.

Il secondo Paràclito del credente è infatti lo “Spirito della verità”. Per l’evangelista Giovanni, la “verità” è la rivelazione della persona, del volto e del cuore del Padre attuata da Gesù, l’Inviato nel mondo (cf. Gv 1,14.18). Questa verità/rivelazione è proprio ciò che si oppone alla menzogna, che è il peccato tipico del “diavolo/divisore/avversario” menzognero.

Nella durissima requisitoria “in famiglia” verso quella parte di giudei che avevano iniziato a dargli credito, ma che poi non si dimostrano nei fatti aperti alla piena fede in lui, realizzatore delle parole di Mosè, del Maligno dice Gesù: «Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44).

In un tempo di fake news esistenziali, di “bufale” antropologiche colossali come quelle spacciate ai giorni nostri, esiste provvidenzialmente l’opera dello Spirito Paràclito. Egli sminuzza, attualizza e fa penetrare dolcemente nel cuore del credente la parola di Gesù in modo che sia adatta, attuale, “a proposito”, rispetto alle problematiche che il credente vive nel suo tempo e nella propria cultura.

La verità su Dio, sull’uomo, sulla famiglia, sull’unità del genere umano e del valore immenso del creato hanno bisogno di essere difese non perché Dio non sappia difendersi da solo, ma perché la menzogna fa ripiegare l’uomo su se stesso in modo falsamente prometeico e narcisista, rendendolo facile preda dei potentati economici e politici.

Il mondo chiuso a Dio e alla verità dell’uomo non “vede” e non può “conoscere” né avere esperienza dello Spirito Paràclito. Egli è donato dal Padre, inviato da lui nel nome del Figlio (cf. Gv 14,26), perché sia (eimi, “essere”, non “rimanga” come traduce la CEI)” con i discepoli per sempre (v. 16).

Il mondo non può conoscerlo, invece il credente ne ha un’esperienza esistenziale concreta (ginoskō, v. 17), perché egli rimane (menei, in un presente “eternizzato”) presso (par’ hymin) i discepoli e all’interno/nei (en hymin) di essi.

Possiamo pensare che lo Spirito Paràclito si presenti provvidenzialmente oggi quasi come un efficacissimo antivirus contro le madornali menzogne attuali, le fake news fondamentali su Dio e l’uomo. Occorre davvero invocarlo con forza perché l’umanità possa continuare a vivere nella libertà e nella dignità vera.

La gioia dello Spirito nella città “eretica”

Dopo aver narrato dell’attività dei dodici apostoli a Gerusalemme (At 1,15–8,3), in una seconda sezione (8,4–12,25) l’autore degli Atti (lo stesso del Vangelo di Luca) narra l’apertura della Chiesa e del suo annuncio da Gerusalemme ad Antiochia.

Inizia così a realizzarsi il comando dato da Gesù risorto ai dodici apostoli in At 1,8, che può essere uno dei criteri – quello geografico – per individuare la struttura letteraria di Atti: «… riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».

Filippo, uno dei “Sette” presentati dalla comunità e al quale gli apostoli avevano imposto le mani (At 6,5-6), non si limita al “servizio delle mense” (At 6,2) inizialmente previsto, ma assume anche quello dell’annuncio della parola. Sceso in una città (o nella città) di Samaria, annuncia come un banditore (kēryssō) il Cristo (At 8,5).

La diffusione della parola non è dovuta però solo all’ardore missionario dei discepoli, ma anche alla persecuzione della parte dei credenti che parlavano greco. La persecuzione di una parte della Chiesa di Gerusalemme la costrinse alla “semina”: «Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando (lett.: “evangelizzando/annunciando” la buona notizia di) la Parola». Più che “dispersi” (così la traduzione CEI in 8,4, come lo furono malamente e con sorte totalmente negativa quelli che seguirono Giuda il Galileo, diaskorpizō At 5,37, o l’egiziano Teuda, dialuō), i cristiani grecofoni «furono disseminati» (At 8,4 diaspeirō). La missione ricevuta dal Risorto e la violenza della persecuzione degli uomini concorrono di fatto nell’evangelizzazione compiuta da Filippo.

Il seme della Parola è sparso anche a causa della violenza degli uomini! Davvero il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. Discepolato e annuncio, centuplo e persecuzioni erano state del resto preannunciate da Gesù (cf. Mc 10,30). Filippo scende nei territori degli odiati samaritani, considerati eretici e nemici (cf. Gv 4,9). Sulle orme del suo Signore risorto evangelizza e guarisce gli uomini dal loro male profondo. E così fu generata una «grande gioia in quella città». Al sentire la bella notizia la comunità di Gerusalemme invia due “colonne” a visitare i nuovi credenti. E per la loro preghiera e per l’imposizione delle loro mani anche questi ultimi ricevono lo Spirito Santo.

L’evangelista Luca ci tiene molto a sottolineare il vincolo specifico e unico che lega agli apostoli allo Spirito Santo. Solo in loro presenza avviene il dono completo dello Spirito che conferma e avvalora il battesimo ricevuto. A volte il dono dello Spirto precede (cf. At 10,44 Pietro in casa di Cornelio), a volte segue il dono del battesimo, come in questo caso (cf. anche Paolo e i “giovanniti” di Efeso in At 19,1-7).

Un famoso giornalista egiziano è rimasto a bocca aperta e con le lacrime agli occhi al sentire la testimonianza di perdono da parte di una donna copta alla quale avevano ucciso il marito in un attentato terroristico avvenuto al Cairo, e commentava con grande meraviglia e lode la fede dei cristiani.

In questa domenica ci uniamo alla Chiesa intera per invocare l’effusione dello Spirito Consolatore/Paràclito, perché custodisca, difenda e consoli la vita dei cristiani e degli uomini tutti nel loro cammino verso un futuro più giusto e umano, perché li difenda dalle loro stesse follie e per una guarigione profonda dei loro cuori.

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