XIII Per annum: Un bicchiere d’acqua

di:
Il figlio della premura

Dopo essere stato chiamato dal profeta Elia al suo seguito, con un’investitura che non gli lasciava scelta (cf. 1Re 19,19-21), Eliseo (“Dio ha aiutato”, ca 850-800 a.C.) inizia la sua attività personale dopo il rapimento del suo maestro in cielo (cf. 2Re 1-18).

2Re 4,1–6,7 riporta alcuni prodigi da lui operati per la salvezza delle persone, del popolo e perfino di un lebbroso, Naaman, un generale, capo di stato maggiore dell’esercito nemico assiro, colpito dalla lebbra. Eliseo onora davvero il suo nome, rendendo presente nella sua persona e nella sua parola l’aiuto sanante e salvifico di YHWH che l’aveva chiamato al ministero profetico.

Da Abel-Mecola, il suo paese originario situato a una ventina di chilometri a sud della grande città di Bet Shean – che diverrà il capoluogo dell’unico distretto “pagano” della Decapali ellenistica in terra di Israele –, e a una sessantina dall’uscita del Giordano dal lago di Genesaret, il profeta in uno dei suoi viaggi si dirige a Sunem, situata a un chilometro a nord-est di Afula, posta al centro della fertile pianura di Izreel.

Sunem si trova alle pendici meridionali della collina di Morè. Su questo colle di 515 metri s.l.m., a una quindicina di chilometri a sud-est di Nazaret, aveva trovato la morte Saul e suo figlio Gionata cf. 1Re 31), compianti da Davide in una bellissima e accorata elegia (cf. 2Re 1,19-27).

Una donna facoltosa (“grande/gedôlāh”) vede passare Eliseo e “lo costringe con forza/wattaăzeq-bô” a fermarsi a “mangiare pane”. Tutte le volte che passava, il profeta prese l’abitudine di “mangiare pane” (“da lei” è un’aggiunta della traduzione CEI).

L’occhio e il cuore della donna facoltosa è attento alla necessità dell’uomo che passa, ma il suo cuore le ha fatto intuire che è un uomo di Dio, un profeta, un santo. Coinvolge il marito nella sua scoperta interiore, non originata da particolari gesti o posture assunte da Eliseo (accompagnato dal suo servitore Giezi).

Il suo cuore si apre a un’ospitalità più stabile e organizzata, che va oltre quella già sacra dell’accoglienza dell’ospite e del pellegrino vigente in tutto il Medio Oriente. Col marito decide di ristrutturare la casa, di tirare su “un muro nella stanza superiore”, un tramezzo che delimiti una piccola cella monacale, ammobiliata in un modo minimale ma sufficiente a che l’uomo di Dio possa riposare (“letto”), leggere e/o pregare (“lampada” e “sedia”).

La coppia ospitante è facoltosa, ma ci sono cose che non si possono comprare col denaro. La donna porta nel cuore, col marito, il dolore profondo della mancanza di un figlio, un piccolo-grande disonore per le donne del tempo, avvertito quasi come un castigo di Dio. Questa “tragedia” però non la fa chiudere in se stessa, amareggiata e acida, in lotta con Dio origine della vita.

Aiutata probabilmente da una vita di fede e di preghiera (condivisa col marito?), si apre generosamente all’ospitalità impegnativa e coinvolgente, che arriva perfino a procedere a una piccola ristrutturazione della loro abitazione. Se non c’è un figlio generato dalla propria carne, c’è sempre un’umanità che fuori della porta di casa ha bisogno della nostra umanità e della nostra accoglienza. L’apertura alla vita può prendere tante forme, non solo quella della generazione biologica; essa riempie la vita delle persone e genera ulteriore vita. E così sarà per la facoltosa donna di Sunem.

Nei versetti non letti nella liturgia, Eliseo domanda alla donna il motivo di così tanta “premura/sollecitudine/preoccupazione/ăradāh” (v. 13) nei loro confronti e le domanda se può ricompensarla con una “raccomandazione” (lett. “parlare a tuo favore verso”) presso il re o il comandante dell’esercito.

La donna respinge l’offerta del profeta, dicendosi tranquilla nella sua vita in mezzo al suo popolo. La sua “premura/sollecitudine” traduce un termine che esprime normalmente “terrore, panico, agitazione, rispetto”. Forse la donna è ispirata da un sacro “timor di Dio”, un ossequio religioso che attraverso la persona del profeta giunge a YHWH che lo ha inviato? Fatto sta che la sua ospitalità, che insieme al marito ha offerto all’uomo di Dio/un santo (v. 9), in realtà è fatta a YHWH stesso, che non si farà battere in generosità. «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli», ammonisce ed esorta la Lettera agli Ebrei (Eb 9,2). La donna (e la coppia) di Sunem ha intuito la santità dell’ospite, e ha moltiplicato la propria “premura/sollecitudine”.

Eliseo torna alla carica, stavolta chiedendo al suo servo Giezi cosa si possa fare per la padrona di casa, promotrice dell’accoglienza della vita minacciata dal caldo asfissiante della pianura di Izreel, dalla fatica, dai brutti incontri diurni e notturni in cui è possibile incappare. L’occhiuto e orecchiuto servitore, che non si dimostrerà impeccabile nel disinteresse – quale si richiede negli uomini di Dio (cf. Es 18,21; 1Tm 3,2-3: «Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile…, non litigioso, non attaccato al denaro») – e che per questo sarà aspramente ripreso da Eliseo e verrà colpito dalla lebbra (cf. 2Re 5,26-27), informa il suo signore della mancanza di un figlio/erede alla donna facoltosa e dell’età avanzata (= sterilità) del marito.

Eliseo chiama la donna, che si ferma pudicamente in piedi sulla soglia della porta, e le annuncia la maternità per l’anno successivo. Avrà la gioia, tutta femminile e materna, di stringere fra le braccia un figlio. YHWH aveva già “premiato” la donna mantenendola aperta alla fede, all’ospitalità, alla vita della comunità – «Io vivo tranquilla con il mio popolo» (v. 13) –, nonostante la mancanza di un figlio biologico.

Ma YHWH non si fa vincere in generosità e dall’apertura generosa alla vita fa nascere ulteriore vita, vita che appaga anche affettivamente colui che si è mantenuto nella via della fede e dell’umanità accogliente. L’invito di papa Francesco all’accoglienza dei migranti – generosa pur nella necessaria oculatezza organizzativa – ha “destabilizzato” positivamente tante famiglie e comunità religiose, invitate anche a eventuali “ristrutturazioni” edilizie… La nostra comunità religiosa l’ha fatto e, dalla vita, è nata vita. Sei “figli”, in mancanza di quelli “religiosi” naturali d.o.c.

Chi “perde” la vita, la “trova”

Gesù conclude con frasi fulminanti il suo discorso ai Dodici, inviati come missionari pre-pasquali alle pecore perdute di Israele. Egli mette di fronte ai suoi discepoli la scelta fondamentale che deve precedere ogni predicazione e ogni “fare”.

Il discepolo di Gesù deve innanzitutto scegliere, come prima realtà esistenziale che lo sorregge, la propria fede/affidamento alla persona di Gesù. Amare lui, amare il suo cuore, amare il suo amore, amare il modo in cui ha impostato la sua vita, il suo parlare, il suo muoversi in mezzo agli uomini.

Fa parte del linguaggio semitico l’uso della “negazione dialettica”. Senza negare la prima realtà, si sottolinea l’importanza e la precedenza della seconda. Gesù è venuto non tanto per i ricchi, quanto per i poveri (cf. Lc 16,9ss ma anche Lc 19,2); è venuto non tanto per i sani, quanto per i malati; non tanto per i giusti, quanto per i peccatori (cf. Mc 2,17); egli vuole non tanto sacrifici e offerte, quanto la misericordia (cf. Mt 9,13; 12,7).

Nel rispetto più assoluto per la sacralità del matrimonio, della vita familiare e dell’amore fraterno, Gesù richiede però un primato della fede – qualitativo ed esistenziale – nella sua persona (divina) e, di conseguenza, nel “vangelo/buona notizia” che si identifica con lui.

L’ordine esatto, a scalare, nella scelta non farà perdere la vita e le opportunità di “felicità” tanto ricercate oggi. Anzi, le farà “ritrovare” nuove, arricchite, approfondite e fatte “esplodere” dall’amore riversato prima di tutto su Gesù. La scelta decisa per lui renderà “divina” la vita e le realtà belle (e anche quelle dolorose) che essa presenta o richiede come parte dei propri doveri e impegni.

Nessuno è invitato in prima battuta a cercare croci lungo la strada. La vita si incaricherà di presentarle per proprio conto. Il discepolo assume la “sua” croce, che è quella di Gesù, la sua persona, la sua impostazione “pasquale” di vita che, nel dono generoso di sé, nella “morte” alla parte negativa presente in tutti, fa scaturire la vita e la gioia intima e profonda. Sono con Gesù, dalla sua parte, lui domina da Signore della vita nella mia vita, “andrà tutto bene”… Gesù non toglie niente, ma dà tutto… (cf. Benedetto XVI, nell’omelia di inizio del ministero petrino il 25/4/2005).

Chi non sceglie Gesù come prima persona che qualifica e determina i propri giorni e le proprie scelte, non ha la “capacità giuridica/axios” per potersi chiamare ed essere suo discepolo, uno che ha “imparato” da lui e mette i propri passi in quelli del suo Signore e Maestro. Chi lo sceglie, invece, parteciperà della sua persona, con un “travaso” di vita che qualificherà ogni movimento del cammino del discepolo.

Il bicchiere d’acqua fresca

Il discepolo di Gesù si identifica come prima scelta nel suo Signore. In lui ritrova la vita “ordinata” nel modo giusto, arricchita e divinizzata. Anche Gesù, però, si identifica a sua volta con coloro che lo amano e lo scelgono come “prima scelta”. Che siano profeti che parlano a nome suo o uomini “giusti” perché retti, onesti (e forse, nella mente di Gesù, anche “fedeli al patto con il Signore”), chi li accoglie nella propria vita, facendo loro spazio spirituale, affettivo e anche “materiale” (con eventuali “ristrutturazioni” – più o meno edilizie – necessarie) riceverà una “paga/salario/misthos” di qualità corrispondente. Parteciperà del dono proprio posseduto dalla persona accolta e aiutata.

L’evangelista Matteo ama molto il vocabolo “paga/salario/ricompensa/misthos”. Esso è tratto dal linguaggio commerciale e ragionieristico, ma non per questo va inteso letteralmente. La “ricompensa” ricevuta non sarà di qualità eterogenea rispetto all’atto compiuto e alla fede/amore che lo ha originato e qualificato.

Il “premio” non è una caramella ricevuta in salario/paga, di qualità diversa, eterogenea rispetto al lavoro fatto, a un risultato raggiunto.

La “paga” non è eterogenea alla vita che ha generato il dono, ma la pienezza di quella vita discepolare che identifica colui che segue Gesù con il suo Signore e Maestro.

L’apertura alla vita genera la fioritura piena della vita, una “ricompensa” “interna”, della stessa natura del dono. Il bicchiere d’acqua fresca è ben accolto dal discepolo di Gesù, dal “piccolo”, “colui che è povero/semplice/alle prime armi nella fede” e anche povero materialmente, affettivamente e spiritualmente. Ma è ben gradito da ogni uomo sulla faccia della terra.

Lo sa bene il profeta Eliseo e chiunque abbia camminato nel sole della terra del Santo. «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», dice Gesù (Mt 25,40). Un bicchiere d’acqua fresca genera vita divina. Non si può prevedere cosa riserva l’ospitalità, una volta che le sia stato dato uno spiraglio…

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