XIV Per annum: Disprezzato in patria

di: Roberto Mela

Doveva essere un’esperienza straniante per un sacerdote come Ezechiele (Yeḥezqē’l = “Che Dio renda [il figlio] forte”) ritrovarsi in esilio a Babilonia, lungo il canale Chebar, che si staccava dall’Eufrate a nord della città per scorrere a sud-est attraverso l’antica città sumera di Nippur, per ricongiungersi poi nuovamente col fiume principale. Si trovava a vivere in una delle colonie in cui il popolo ebraico era stato insediato al suo arrivo da Gerusalemme conquistata da Nabucodonor nel 598 a.C.

Scavi fatti a Nippur hanno portato alla luce documenti commerciali recanti nomi ebraici di famiglie del V secolo. La crême del popolo, a partire dal re Yoiachìn e dal suo entourage, si trovò a vivere fuori della terra amata e lontana dal tempio. Nel 586 e nel 572 vi arrivarono altre ondate di esiliati, dopo il saccheggio della città e la distruzione del tempio (586).

Nel suo libro, Ezechiele racchiude la sua attività tra gli esuli fra le date estreme del 593 (“quinto anno della deportazione”, Ez 1,2) e del 571 (“nell’anno ventisettesimo, Ez 29,17). Con ogni probabilità, il suo operato si svolse completamente in esilio, senza dover presupporre una fase iniziale gerosolimitana e un’altra babilonese. I “viaggi” di Ezechiele tra Babilonia e Gerusalemme avvengono “nello spirito”, ma la sua predicazione fu rivolta in primis agli esiliati.

Vidi la figura della Gloria

In Ez 1,1–3,27 viene narrata la vocazione di Ezechiele, con la celebre visione del fantasmagorico «carro del Signore» (1,4-28a), potente simbolo della gloria e della maestà divina inafferrabile di YHWH. Ezechiele si ritrova nello stesso mondo esperienziale di maestà e gloria esperimentata prima di lui dal profeta Isaia (Is 6). Dal contatto col mondo divino, con l’Altro separato dal “profano”, Ezechiele riceve una chiamata ad essere non solo sacerdote appassionato della Torah, della liturgia templare, della varietà dei sacrifici, delle regole di purità cultuale, ma anche, e soprattutto, profeta di YHWH.

Al termine della visione del mirabolante «carro del Signore» e di «una figura dalle sembianze umane» (1,26) ma irraggiante fuoco e circondata dallo splendore tipico dell’arcobaleno (cf. 1,27), Ezechiele confessa in prima persona: «Così percepii in visione la gloria del Signore (CEI; mar’ēh demût kebôd YHWH = visione della figura della gloria di YHWH”). Vidi e caddi sulla mia faccia/wā’er’eh wā’eppōl ‘al pānay e ascoltai una voce che diceva» (1,28b). Ezechiele vede e non vede, percepisce in visione la somiglianza dell’immagine/figura della gloria di YHWH.

L’esperienza della “gloria/peso/kābôd” irraggiungibile e indescrivibile di YHWH è la sorgente infuocata della sua chiamata profetica. All’origine del suo “dire” sta un’esperienza bruciante dell’alterità di YHWH rispetto al mondo degli uomini, alle loro “vie” praticate e ai pensieri che vi stanno soggiacenti (cf. Is 55,8).

La gloria di YHWH non umilia il suo sacerdote, ma lo sovrasta per alterità di sostanza e qualità di pensiero e di vita. A Ezechiele viene spontaneo, immediato, cadere sulla propria faccia, in segno di quella “adorazione/venerazione /gr. proskynesis” che sulla terra ogni uomo deve al suo re. Il volto – e ciò che vi è racchiuso in pensieri, recriminazioni, aspettative e desideri – deve toccare la terra, l’humus di cui è fatto l’uomo, l’umano.

In piedi, ascoltai

La «voce di uno che parlava» (1,28b) comanda a Ezechiele, semplice uomo, appartenente al fragile mondo degli umani/figlio dell’uomo/ben-’ādām, di “stare in piedi/‘ămōd” (2,1), di recuperare la posizione eretta tipica della dignità umana di fronte ad un interlocutore che si degni di “stare alla pari”. La Gloria di YHWH vuole parlare “occhi a occhi”, “ad altezza d’uomo”, con colui che ha scelto come suo inviato al suo popolo. La Gloria di YHWH non trova conveniente “parlare alle orecchie” di un uomo incurvato a terra.

L’uomo deve sì ascoltare la Gloria, ma in piedi. Egli è stato creato a immagine e somiglianza di YHWH e ora la “somiglianza/demût” di YHWH gli vuole parlare. Se dovrà dire qualcosa ad altri che provenga da YHWH, deve prima mettersi in ascolto attento, preciso, “identitario” –“occhio a occhio” – con colui che lo invia.

Chi rimette in piedi l’uomo non è però la sua volontà o la sua dignità “autonoma”, “innata”, ma uno “spirito” che entra in lui: “venne in me uno spirito/wattābō’ bîrûa‘, “quando parlò a me e mi fece stare in piedi/watta‘ămidēnî ‘al-raglāy”. Uno spirito lo fa rialzare in piedi, ma è Ezechiele che si pone in ascolto attento di colui che gli parlava.

Messaggero per ribelli

“Filio d’uomo/Uomo/ben’ādām” – si sente dire Ezechiele, fragile uomo come gli altri –, “mandante/šōleaḥ io (sono) te ai figli di Israele”.

YHWH è colui che invia il suo ambasciatore, il suo messaggero. Lui è la fonte dell’invio, la garanzia sorgiva dell’autorevolezza di colui che parlerà a nome suo di fronte (gr. pro-phēmi >pro-phētēs) al popolo. L’immunità del profeta sarà quella dell’ambasciatore diplomatico. Sarà senza colpe se si manterrà nella perfetta linea di esecuzione delle istruzioni ricevute dal mandante e chiunque lo offenderà, rifiuterà o maltratterà, sarà responsabile di queste gravi violazioni diplomatiche come se le avesse perpetrate contro il mandante in persona.

Nel dossier preparatorio l’ambasciatore/profeta riceve la descrizione dell’ambiente dove si troverà a operare e delle caratteristiche tipiche dei destinatari a cui dovrà rivolgere il suo messaggio. Sono “figli di Israele” ma non sono “israeliti”. Sono “nazioni che si ribellano (in continuazione)/gôyim hammôredîm”.

La “ribellione” è lo stigma che accompagna dalle profondità della storia questo popolo che non è popolo/‘am, ma che assomiglia alle altre nazioni/gôyim (più o meno odiate).

Nel deserto della liberazione dall’Egitto fu gravissima la ribellione degli israeliti di fronte al resoconto degli esploratori mandati in avanscoperta nella terra di Canaan, la terra promessa. Alcuni di essi risposero: «“La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra molto, molto buona. Se il Signore ci sarà favorevole, ci introdurrà in quella terra e ce la darà: è una terra dove scorrono latte e miele. Soltanto, non vi ribellate/’al timrōdû al Signore e non abbiate paura del popolo della terra, perché ne faremo un boccone; la loro difesa li ha abbandonati, mentre il Signore è con noi. Non ne abbiate paura”. Allora tutta la comunità parlò di lapidarli; ma la gloria del Signore apparve sulla tenda del convegno a tutti gli israeliti. Il Signore disse a Mosè: “Fino a quando mi tratterà senza rispetto questo popolo? E fino a quando non crederanno in me, dopo tutti i segni che ho compiuto in mezzo a loro? Io lo colpirò con la peste e lo escluderò dall’eredità, ma farò di te una nazione più grande e più potente di lui”» (Nm 14,8-12).

A nome di Giosuè, Fineès e altri dieci capi di Israele rimproverano aspramente le (due) tribù (e mezzo) stabilitesi a oriente del Giordano: «Così dice tutta la comunità del Signore: “Che cos’è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d’Israele, smettendo oggi di seguire il Signore, con la costruzione di un altare per ribellarvi/limrodkem oggi al Signore?… Voi oggi avete smesso di seguire il Signore! Poiché oggi vi siete ribellati al Signore/’attem timredû hayyôm baYHWH, domani egli si adirerà contro tutta la comunità d’Israele”» (Gs 22,116b.18).

Le tribù si difesero dicendo che l’altare costruito era di fattezze uguali a quello delle altre tribù e non destinato a innalzare sacrifici di sorta, e conclusero dicendo: «È una testimonianza fra noi che il Signore è Dio». Finèes riferì a Giosuè, che approvò il loro operato e le loro intenzioni.

Anche il bilancio che lo scriba Neemia farà nella sua lamentazione penitenziale al ritorno dall’esilio è sconfortante. YHWH ha liberato il suo popolo e li ha introdotti in una “terra grassa” e ricca di ogni bene. «Ma poi hanno disobbedito, si sono ribellati contro di te/wayyimredû bāk, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti, che li ammonivano per farli tornare a te, e ti hanno insultato gravemente» (Ne 9,26).

La preghiera che Daniele rivolge a YHWH per comprendere la durata dell’esilio babilonese – da porre in realtà in piena atmosfera ellenistica di persecuzione, a metà del II sec. a.C. – contiene un bilancio pressoché uguale: «Abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi, siamo stati ribelli/ûmārāde, ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue leggi! Non abbiamo obbedito ai tuoi servi, i profeti, i quali nel tuo nome hanno parlato ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese…» (Dn 9,5-6).

La declinazione paradigmatica del sintagma principale “ribellarsi contro/mārad be” illustra bene le espressioni concrete in cui si esplica la ribellione continua degli israeliti. Un florilegio di sordità spirituale, disobbedienza a YHWH e ai suoi profeti, uccisione degli inviati di YHWH, irrisione delle leggi divine, disprezzo e insulto di YHWH in persona. Figli ribelli, adolescenti perpetui, gente senza riconoscenza verso chi li ha liberati dalla schiavitù e che ha donato loro una terra di meraviglie.

Faccia indurita

YHWH avverte preventivamente il suo ambasciatore/profeta che la gente a cui lo invia e ai quali dovrà portare il messaggio del Mandante divino sono “figli pesanti di faccia e forti/duri di cuore/wehabbānîm qešê pānîm weḥizqê lēb”. Sono imperturbabili e impenetrabili nella loro faccia irriverente e ribelle, tetragoni all’ascolto a causa di un’intelligenza, di una coscienza e di una volontà – cioè il loro cuore/lēb – di durezza non scalfibile da parola alcuna. Ma è ad essi che l’inviato dovrà parlare, ascoltino o no, perché si sappia “che un profeta/nābî’ si trova in mezzo a loro”. Ma essi sono “una genìa/una casa di ribellione/bêt me” (2,5.6.7), una “casa” in cui la ribellione passa di padre in figlio, a causa di un’educazione non autorevole, intaccata dall’incoerenza pervicace e dalle ricadute intergenerazionali delle disobbedienze commesse, a cui spesso non si fa caso.

“La casa di ribellione” ormai è peggio di un popolo straniero che non parla più la lingua del proprio Dio. Con la differenza sostanziale che i popoli stranieri, numerosi e dalla lingua astrusa, avrebbero ascoltato YHWH se egli avesse inviato loro un suo profeta.

Ezechiele riceverà un libro da “mangiare” prima di profetare (Ez 3,1-15). Dolce come il miele, il suo contenuto profetico risulterà però amaro per i destinatari. YHWH è durissimo nel cercare le ragioni del rifiuto di ascoltare da parte del suo popolo. La verità è più profonda di quel che appaia a prima vista: «… la casa di Israele non vuole ascoltare te, perché non vuole ascoltare me: tutta la casa di Israele è di fronte dura e di cuore ostinato. Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli» (3,7-9).

Il profeta Ezechiele lo sappia, e si sappia regolare di conseguenza. La “casa di Israele” non vuole ascoltare il profeta perché non vuole ascoltare il suo Dio. È una “casa di ribellione”. La casa di Israele è di “fronte dura/ḥizqê-mēṣaḥ” e di “cuore ostinato/qešê-lēb”, ma YHWH renderà altrettanto indurita la faccia del suo profeta e dura la sua fronte (ma non il suo cuore!). Chi avrà la testa più dura?

Gesù porterà a compimento la promessa di YHWH, prendendo la libera e ferma decisione di salire a Gerusalemme, incontro a quello che il Padre e gli uomini gli vorranno riservare: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione (lett. “indurì la faccia/to prosopon estērisen) di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).

È prevedibile che a Gerusalemme non lo ascolteranno.

Ma l’ambasciatore plenipotenziario procede deciso nel suo compito.

Toccati

L’evangelista Marco concludeva già con una nota di tragicità il primo grande blocco del suo racconto circa l’attività di Gesù in Galilea. In Mc 3,6 egli annota: «E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire». Anche se l’appunto può essere leggermente anacronistico, ci mette di fronte alla durezza dell’opposizione incontrata dal profeta Gesù proprio negli ambienti che avevano visto i trent’anni della sua “vita nascosta”.

L’evangelista chiude anche la seconda parte del suo Vangelo (3,7–6,6b) che narra dell’espandersi del ministero di Gesù in Galilea, con una nota di rigetto, di mancanza di fede/apistia (3,6a), nei suoi confronti, e questo proprio dai suoi compaesani.

Gesù parte dalle rive del lago di Galilea e, da Cafarnao, si reca nella sua patria. Nella sinagoga, di sabato, insegna spiegando la Torah e l’haftarah (il brano profetico letto dopo quello tratto dal Pentateuco, i primi cinque libri delle Scritture di Israele). Marco non ricorda la causa dello stupore/meraviglia misto a riconoscimento di esser stati “toccati” (exeplēssonto<ek + plēssō “colpire, percuotere, urtare, morsicare, spingere percuotendo”) provato dagli astanti.

In 1,22.27 l’evangelista ricordava però con precisione la causa del loro essere “toccati/colpiti”: Gesù insegnava con “autorità/exousia”. Nel suo commento ai testi biblici, egli non si rifà rabbinicamente ai pareri interpretativi dei colleghi citati con acribia e completezza. Gesù, da vero profeta e ambasciatore plenipotenziario del Padre, interpreta la sua volontà originaria al momento di donare la Torah. Il recupero dell’intenzione profonda del Padre è di ordine religioso, non giuridico-casuistico. Gesù cerca di far accettare ai suoi correligionari il Padre, che segue spesso delle vie paradossali di procedere nel suo progetto di vita piena nei confronti dei suoi figli.

Disprezzato in patria

Ezechiele si troverà a parlare a dei correligionari ribelli, che non comprederanno la sua “lingua” e non lo ascolteranno, perché in realtà non vogliono ascoltare YHWH. I compaesani di Gesù lo capiscono, lo apprezzano, sono toccati profondamente dalla “sapienza/sophia” con cui parla e dai “miracoli/potenze/dynameis” di cui hanno sentito parlare dalla gente del lago.

L’incredulià/apistia (6,6) si genera però a causa dell’abitudine, della lunga frequentazione che gli ascoltatori hanno avuto col clan di Gesù e con l’ambiente in cui è cresciuto. La gente si ferma al già noto, al tradizionale, a ciò che ha visto nei trenta lunghi della “vita nascosta” di Gesù. Non riesce a comporre ciò che vede e che sente con il lavoro di “carpentiere/tektōn” svolto da Giuseppe e assimilato da Gesù nei lunghi anni della sua incarnazione nella cultura, nel lavoro e nella fatica di ogni uomo sulla terra.

Le persone non riescono ad immaginare la vita profonda di Gesù, gli effetti della maturazione spirituale che i suoi anni nazaretani hanno conosciuto. La sua vita interiore, il profondo rapporto col Padre nel contatto con le Scritture e la preghiera diurna e notturna hanno prodotto in lui una vera“ crescita”. «Il bambino cresceva/ēuxanen e si fortificava, pieno di sapienza/lett. riempito (in continuità) [dal Padre!, part. pres. medio-passivo] di sapienza/plēroumenon sophiai, e la grazia di Dio era su di lui», annota l’evangelista Luca (Lc 2,40).

«Ecco io faccio un cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», aveva proclamato il profeta Isaia a nome di YHWH, prospettando il futuro rientro prodigioso dall’esilio babilonese (Is 43,19a). I compaesani di Gesù sono chiusi in schemi interpretativi della realtà orientati al passato. Non sono aperti alla profondità del presente e alla novità proveniente dal futuro. La loro fede si abbarbica saldamente alle opere e alle parole di YHWH compiute e attestate nel passato. La loro coscienza/lēb di fede fa fatica ad aprirsi alla novità di YHWH che si sta compiendo proprio nel loro minuscolo paese di periferia.

Gesù deve riconoscere che il suo destino è simile a quelo del “servo di YHWH” disprezzato/gr. atimos (Is 53,3), insicuro persino tra le pareti domestiche, dove si annidano gli avversari del suo progetto di vita. Era stata l’amara sorte costatata dal profeta Geremia: «Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me, e dicevano: “Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome”» (Ger 11,18-19).

Il profeta Michea aveva denunciato a sua volta: «… e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua» (Mi 7,6c).

In Mc 3,6 a minacciare a morte Gesù erano stati i farisei e gli erodiani. In piena espansione del suo ministero galilaico ora sono i suoi compaesani a erigergli davanti un muro di incomprensione, di incredulità che li rende incapaci di recepire le grandi opere di Dio in Gesù. Hanno “inquadrato” Gesù nei loro schemi costruiti sul passato, ma il Dio della novità non si lascia “inquadrare” e imprigionare in schemi precostituiti. Li vuol sorprendere con la sua sapienza e le sue “potenze-miracoli”.

Il destino dei profeti si ripete anche per Gesù. Disprezzati, rifiutati in patria, in famiglia, nel loro presente. Salvo ad essere riabilitati con onore e con molti sensi di colpa quando il tempo ha fatto maturare la verità delle loro intuizioni e dei loro sguardi nelle profondità della storia.

Uno sguardo profetico che richiede apertura e docilità di coscienza e di intelligenza/lēb in chi ascolta. YHWH/Il Padre, in fondo, parla la stessa lingua dei suoi figli…

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