XVI Per annum: La parte buona

di: Roberto Mela
Tutto una risata

Dopo il racconto della stipulazione dell’alleanza di YHWH con Abram/Abramo (17,1-27, con cambio del nome Abram/Abramo in Gen 17,5, quello di Sarài in Sara in 17,15), Gen 18,1–19,38 descrive a lungo la tragedia del giudizio divino su Sodoma e Gomorra: Abramo e i tre ospiti (18,1-15); L’intercessione di Abramo per Sodoma (18,16-33); L’ospitalità di Lot e la distruzione di Sodoma e Gomorra (19,1-29); La nascita dei figli di Lot (19,30-38).

Il fulcro di interesse di questi capitoli è la sorte di Sodoma, ed essi appaiono redatti in «epoche di composizione abbastanza recenti, probabilmente post-esiliche» (F. Giuntoli).

Dopo aver stipulato l’alleanza, YHWH promette ad Abramo per l’anno successivo la nascita di un figlio da sua moglie Sara (17,16.19.21). Abramo ha novantanove anni, mentre Sara ne ha ottantanove. Del figlio, YHWH annuncia già il nome che Abramo dovrà imporgli: “Yiṣḥāq/Isacco/Ride/Sorride” (17,19). Abramo aveva appena riso (wayyiṣḥāq) al sentire l’annuncio (17,17), mentre Sara sorriderà di lì a poco, nel racconto (18,12a wattiṣḥaq), non senza far seguire al gesto una frase ai limiti della volgarità (18,12b).

Fra il riso di Abramo (17,17) e quello di Sara (18,12a), goffamente smentito 18,15a ma confermato da YHWH (18,15b), si situa il celebre racconto dell’incontro di Abramo con i tre ospiti (18,1-15; nella liturgia vengono proclamati solo18,1-10a).

Ospite di riguardo

Nel caldo torrido (ḥōm) della parte centrale della giornata, Abramo siede all’entrata della tenda, alle Querce di Mamre (’Ēlōnē Mamrē’) poco a nord di Hebron. In quel frangente gli “fu mostrato/apparve” YHWH in persona (Gen 18,1.13), ma ad Abramo che alza gli occhi chiusi dalla siesta compaiono di fatto tre uomini che stavano i piedi davanti a lui. YHWH sempre in compagnia, mai un Dio solitario. Dio con gli uomini, mai rinchiuso in cielo. Dio nascosto nella comunione degli uomini. Uomini divini, angeli di Dio (19,15). Nel cammino del deserto anche YHWH viaggia in carovana. Viaggiare da soli sarebbe da temerari.

Il “codice dell’ospitalità” scatta immediatamente nel cuore di Abramo. Alla sua età, non ci pensa un attimo ad alzarsi e a correre incontro agli ospiti (wayyāroṣ liqrātām), senza aspettare ulteriormente i loro passi affaticati. Gli uomini nel deserto muoiono. Il codice del deserto dice che è obbligatorio salvare chi si trova in queste situazioni. E Abramo è uno che “salva vite”. Non si volta dall’altra parte, ma anche se mezzi chiusi dall’assopimento, “alza gli occhi/wayyśśā’ ‘ênaw” verso gli uomini perché possiede un udito finissimo, che non gli è venuto meno. La vita del deserto affina l’udito. Potrebbe salvarti la vita.

Un viandante nel deserto è un ospite al quadrato, un ospite di riguardo. La sua vita è sempre appesa a un filo. La disidratazione, il caldo, un colpo di sole, il serpente velenoso o uno scorpione velenoso possono finirti in un attimo. Il viandante va accolto immediatamente, va salvato. Una vita preziosa. Dio è in lui.

Di grazia, non passare oltre!

Il viandante va accolto. Ti offre un’occasione di salvare una vita “divina”. Per questo va adorato, e Abramo lo fa d’istinto (18,2). Salvi un uomo e resti umano. È una grazia di Dio poter accogliere un uomo, accogliere tre uomini. Una grazia divina, una grazia umana. Accogliere quanti sono nel bisogno. Accogli l’uomo e accogli Dio, anche se non lo sai o non lo pensi (cf. Eb 13,2: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli»). Accogli Dio e diventi più uomo, diventi Dio. A come sistemarli ci si penserà dopo. Non è un problema, ci si parlerà tra parenti e amici…

Abramo appare cerimonioso, ma è solo sopraffatto dalla gioia di poter servire uomini in difficoltà, stanchi del cammino della vita, delle traversie a volte molto gravi patite per strada. Contento di poter mostrare come sono ospitali gli uomini del deserto. A volte non hanno tante cose da offrire, ma hanno tanto altro da condividere. Per favore (nā’), gli facciano la grazia di non passare oltre da-vicino/controil loro servo, senza fermarsi (’al-nā’ ta‘ăbōr mē‘al ‘abdekā). Non togliermi la grazia di poter gustare la tua presenza, la ricchezza della tua umanità – diversa eppure uguale alla mia. La tua sofferenza mi rende umano e mi mantiene un essere dal cuore aperto.

Un po’ di acqua, un boccone di pane

Gli si porti un po’ di acqua (benedetta!) ai nostri ospiti. «Lavatevi i piedi», è un ordine! Il fresco sale rapidamente al cuore, rinfranca l’anima. Il vostro corpo riposerà presto al sicuro. Riposatevi appoggiati sotto l’albero! Sostiene la schiena dolorante, dà ombra al corpo arso dal calore. I tappeti e i cuscini vi sembreranno il paradiso… Intanto desidero prendere un boccone di pane, così «appoggerete il vostro cuore» (sa‘ădû libbekem) a qualcosa di solido, riacquisterete le forze, vi rinfrancherete l’animo.

Quando si è in giro per il mondo, in difficoltà, sentirsi accolti vale di più che poter riempire la pancia. Il cuore, le forze interiori si rinfrancano. La vita non è così brutta come la dipingono. Ci sono ancora persone buone al mondo. Foreste che crescono, senza far rumore.

È per questo che “siete passati sopra/contro il vostro servo/‘ăbartem ‘al ‘abdekem”! Il vostro arrivo è provvidenziale per me, sembra quasi che lo volesse Dio! Avevo bisogno di accogliere persone, mi sentivo un vecchio ormai inutile, con tanti animali e servi, ma con un figlio solo, che non riesce a seguire tutto. Mia moglie e io, due vecchi… Mi stavo un po’ spegnendo, rinchiudendo in me stesso. L’età non aiuta. Sento quasi un freddo invernale dentro le mie ossa, proprio come il freddo della notte nel deserto. Non vedo un grande futuro davanti a me. Grazie a Dio di essere arrivati. Per favore, fermatevi!

Pane, yogurt, carne. Di corsa…

In fretta (wayemaēr) Abramo rientra nella tenda (v. 6). “In fretta/mahārî” – ordina alla docile e modesta sposa nascosta nella tenda a sguardi indiscreti –, impasta 45 chili di “farina, fior di farina /qemaḥ sōlet” e fanne delle focacce. Non usare la farina di tutti i giorni, ma quella fine, setacciata, quella che usiamo per il culto (cf. Es 29,2; Lv 2,1; 5,11; 6,8; 7,12; 14,10; 23,13; 24,5; Nm 7,13; 8,8; 15,4; 28,5; 29,3). Questi uomini mi sembrano strani, molto educati, quasi trasparenti. Sembra che YHWH stesso sia presente in loro. Si lasciano servire, non dicono una parola, ma hanno occhi buoni, infuocati dalla volontà di dare, di corrispondere, di mostrare chi sono veramente… Sono esausti, hanno detto solo due parole in croce: «Fa’ pure come hai detto». Stai abbondante, Sara, sembrano affamati: che possano mangiare cento persone…

Alla carne ci pensa Abramo in persona, di corsa (rāṣ, v. 7, cf. v. 2). Che il servo lo prepari arrostito, “in fretta/wayemaēr” (v. 7, cf. v. 6). La cottura dura un attimo. In un secondo sono già lì a mangiare tutto quello che Abramo “aveva donato/wayyittēn” loro. La gioia di accogliere qualcuno mette le ali ai piedi. Oggi è tutto una corsa, ma mi sento felice, come non lo ero da tanto tempo!

Che mangino in pace, in tutta libertà, tranquilli. Che si dicano le loro cose. Che rielaborino tutto quello che hanno vissuto e patito e possano rinfrancarsi il cuore. Se poi vorranno dire qualcosa anche a me – a noi due –, non gli metto fretta. C’è tutta la sera. C’è tutto il tempo. La vita è lunga quando la si vive insieme. Larghi.

Un figlio… Da ridere!

Gli uomini hanno mangiato. Hanno accolto, ora ricambiano. Ricambiano la parola, finora uscita scarsa dalla loro bocca. Una parola di vita, una promessa di futuro. Un figlio… fra un anno! A cento anni, a novant’anni. Perché ti meravigli Abramo? Perché hai riso (wayyiṣḥāq) tempo fa (17,17)? Perché ridi tu, Sara (wattiṣḥaq), dentro la tenda? 18,12a).

Ridete, sorridete pure. Sorridete sereni, senza riserve mentali. L’ospitalità non vi toglie nulla. Non ruba nulla ai vostri figli, alla vostra gente. L’accoglienza genera vita nuova, fresca. Fa fiorire apertura, fiducia nel futuro. Abbatte i muri, le ristrettezze mentali, l’inverno dell’abitudine, il freddo della vecchiaia solitaria. Inverte percorsi di entropia, riempie culle, produce ricchezza per tutti.

In quattro

Avete accolto vita in difficoltà. Avrete vita in abbondanza.

Avete accolto, condiviso, vi siete fatti in quattro. Dio non si farà vincere in generosità.

Ombra, acqua fresca, pasto eccellente. Gente buonissima.

Tutti “si fanno in quattro”.

Dio (tre) + uno (Abramo e Sara). Quattro.

Algoritmo semplice, ma vincente.

Fratelli e sorelle

Il “buon samaritano” aveva portato lo sconosciuto politraumatizzato al pandocheion (<pan-dechomai), il caravanserraglio che deve accogliere tutti (cf. Lc 10,34). In un villaggio anonimo – di fatto Betania (cf. Gv 11,1; 12,1) –, una donna, Marta, accoglie lui (hypedexato auton), il buon Samaritano del mondo (e i Dodici che sono con lui).

Il Vangelo di Giovanni (cf. Gv 11) ci mostra una famiglia di due sorelle e un fratello amici di Gesù come una famiglia fraterna. Manca la figura del padre, simbolo dell’autorità, della tradizione e, talvolta, del soffocamento della vita dei figli. In quella casa il Figlio dell’uomo, che non sa dove posare il capo (cf. Lc 9,58), può finalmente trovare accoglienza, amicizia, ristoro e serenità. Solo le due pendici del Monte degli Ulivi lo separano dalla città di Gerusalemme e dal tempio, da lui non troppo frequentato. Un solo viaggio porta Gesù dalla Galilea a Gerusalemme secondo gli evangelisti sinottici. Tre saranno invece le feste di Pasqua celebrate da Gesù a Gerusalemme secondo l’evangelista Giovanni.

Lo accolse

Marta accoglie Gesù (hypedexato auton), mostrando una libertà che solo le donne greche potevano avere. Luca scrive per una comunità inserita nel mondo greco-romano e adatta un po’ il racconto. L’ospitalità è ben testimoniata nella Bibbia: Abramo accoglie i tre misteriosi ospiti (Gen 18,1ss); la prostituta Raab ospita le due spie ebree in missione esplorativa a Gerico (Gdc 2,25); Gesù si autoinvita nella casa del ricco pubblicano Zaccheo, che lo accoglie con grande gioia (Lc 19,6); a Filippi la ricca commerciante di porpora Lidia costringe a rimanere in casa sua Paolo e Timoteo (At 16,15); in missione a Giaffa, l’apostolo Pietro è ospite per parecchi giorni di Simone, conciatore di pelli (At 9,43); a Tessalonica Paolo e compagni sono ospiti di Giasone (At 17,7); all’inizio della sua missione a Corinto, Paolo si stabilisce in casa di Aquila e Priscilla, benestanti imprenditori che fanno lo stesso mestiere di Paolo, lavoratori del cuoio; le comunità accoglievano con attenzione i missionari che svolgevano il loro ministero ecc.

Marta e sua sorella Maria, insieme al fratello Lazzaro (“colui che tu ami/hon phileis”, lo ricordano a Gesù nel momento della malattia mortale, Gv 11,3) volevano molto bene a Gesù. E lui li ricambia con tenerezza, uno a uno: «Gesù amava/ēgapa Marta e sua sorella e Lazzaro» ricorda in modo lapidario Giovanni nel suo Vangelo (Gv 11,5). Un amore tenero, divino, profondo, che andava oltre l’amicizia.

Marta si mostra intraprendente, attiva, una donna “sempre in piedi”, con una personalità forte che tende forse a imporsi nel governo della casa.

Troppo affaccendata

 Marta è iperattiva, tirata da tutte le parti (periespatō), completamente assorbita, indaffarata nel servizio indispensabile per ricevere così tanti ospiti ragguardevoli. I suoi impegni sono tanti, forse troppi (pollēn diakonian, v. 40). Gesù le farà presente che il suo atteggiamento rivela “preoccupazione/merimnas” e “agitazione/thorybazēi” (v. 41). Non è una critica totale dell’evangelista. Quale probabile padrona di casa – “lo accolse nella sua casa/eis tēn oikēn autēs”, specificano molti codici importanti; per allentare l’imbarazzo di un invito femminile rivolto a un uomo? – lei si sentiva in dovere di compiere tante attività, e di esser presa da una legittima preoccupazione, che poteva nascondere però anche un’ansia non conveniente (v. 40).

Marta non esita a mettersi in piedi (epistasa), in posizione sovrastante (epi) a quella in cui si trova Gesù (probabilmente seduto, nella posizione tipica del maestro. Si lamenta con decisione con lui del fatto che la sorella l’abbia lasciata sola nel gravoso compito del servizio e gli comanda di dirle (“dille dunque/eipe oun autēi”) di venire a “prendere (su di sé) insieme e anche al posto suo/syn-anti-lambētai” il peso del servizio necessario. Il bellissimo verbo syn-anti-lambanō ricorre solo qui in tutto il NT, eccetto Rm 8,26, dove indica il servizio dello Spirito che “prende su di sé e porta con noi e allo stesso tempo al posto nostro/synantilambanetai” la debolezza (astheneia) della nostra preghiera.

Dopo l’evangelista Luca (v. 40), Gesù in persona (v. 41) attira amabilmente Marta verso l’essenziale (v. 41): lei si premura giustamente del suo servizio, ma si lascia sopraffare da troppa agitazione e preoccupazione che finisce per rovinarle e farle perdere la cosa più importante: accogliere le persone, ascoltare l’ospite per eccellenza, Gesù, il Signore. A mangiare c’è sempre tempo…

La parte buona

La sorella Maria, messasi in posizione raccolta, seduta/sdraiata ai piedi del “Signore”, Gesù (risorto, per Luca) (parakathestheisa pros tous podas tou Kyriou) ascoltava la sua parola. Un’attività prolungata, ripetuta, abituale per lei che si atteggia a discepola esemplare del Signore che entra nella sua casa (cf. 2Re 4,38; 6,1 i discepoli di Elia seduti «davanti a te»; così Lc 8,35 l’indemoniato guarito ai piedi di Gesù; così Saulo ai piedi di Gamaliele, in At 22,3).

A Marta che, da una parte, si lamenta, Gesù ricorda, dall’altra (de), che di una cosa sola c’è necessità assoluta (henos de estin chreia): Maria, infatti (gar), «la parte buona ha scelto che non le sarà tolta/tēn agathēn merida exelexato ētis ouk aphairethēsetai)» (lett.).

Il Deuteronomio invitava a “scegliere” fra due vie, la via della vita e la via della morte, come scelta fondamentale del credente (cf. Dt 30,15-20; cf. Didaché 1–6). Maria ha scelto per sé di soddisfare la necessità assoluta (chreia): ha scelto infatti (gar; così Rossé, Fausti; Bovon: davvero; CEI 2008 tralascia) la parte buona (eccellente?). L’aggettivo in grado positivo “buona/agathēn” può assumere talvolta nel greco del NT il significato espresso col grado di superlativo assoluto “buonissima/eccellente/kratistos” (cf. Lc 1,3: “eccellente/kratiste Teòfilo”).

La “parte/meris” ricorda la retribuzione escatologica come quella che fu effettuata con la ripartizione della terra di Canaan al termine del cammino dell’esilio. È quanto toccherà in sorte ai leviti, che non hanno per sé la porzione di terra come i loro fratelli. «Ed è “buona” perché corrisponde alla volontà di Dio e riceve da lui la propria qualità. “Non le verrà tolta” significa che Dio, giudice escatologico, non la esigerà come ha diritto di fare dalle mani dei cattivi» (F. Bovon). Alla fine del brano fa così capolino l’allusione al giudizio escatologico.

Eccellente è la tabella riassuntiva di Lc 9,51–10,38 che R. Meynet riporta a p. 470 del suo Il vangelo secondo Luca. Analisi retorica, facendo notare le corrispondenze fra le pericopi della sezione. In 9,51-56 Gesù rifiuta di maledire i samaritani che non lo ricevono, in 10,21-24 Gesù benedice suo Padre e i discepoli e, infine, in 10,38-42 benedice Maria che lo riceve. In 9,57–10,11 occorre seguire Gesù per annunciare il regno di Dio e in 10,25-37 occorre amare il prossimo per ereditare la vita eterna. Maria ama Gesù Maestro e Signore, sceglie e riceve la parte buona, la vita eterna.

In passato (“Storia degli effetti”/Wirkungsgeschichte) si è quasi sempre interpretato il brano quale prova principe della superiorità della vita contemplativa dei religiosi rispetto alla vita attiva dei laici impegnati nel mondo. Oggi il fondamento della vita consacrata viene rinvenuto in ben altri brani evangelici e con altre motivazioni esegetiche e teologiche.

«Gesù non condanna il “servire” di Marta che rappresenta un comportamento tipicamente cristiano di cui Gesù stesso ha dato l’esempio (cf. Lc 22,27), né giustifica l’atteggiamento di Maria come l’unico valido. Gesù non giudica direttamente il comportamento divergente delle due donne, ma questi comportamenti sono l’occasione per un insegnamento che supera le circostanze concrete: l’ascolto della parola di Gesù, la totale disponibilità alla venuta del Regno di Dio, è ciò che importa; il resto non viene condannato, ma relativizzato» (G. Rossé).

Luca ricorda tre volte in pochi versetti che Gesù non è solo l’amico da accogliere con gioia, da ospitare con disponibilità, da ristorare con l’affetto del cibo e dell’amicizia. Gesù è «il Signore» (v. 39.40.41) e l’unica cosa importante in assoluto, buona/eccellente, è accogliere la sua persona, amarla di cuore, ascoltare da docili discepoli la sua Parola che annuncia il Regno.

Abramo e Sara accolgono e ospitano Dio nella persona di tre uomini. La loro ospitalità riceverà in dono la vita aumentata, un figlio, un sorriso (di Dio e degli uomini).

Marta e Maria (e Lazzaro), famiglia fraterna, accolgono, ospitano e servono Gesù, Maestro e Signore.

Tutti e tre riceveranno vita piena, con qualche accorgimento.

Tre (Maria, Maria e Lazzaro) + Uno (Gesù). Quattro.

Algoritmo semplice. Vincente anche stavolta.

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