XVII Per annum: La scelta felice

di: Roberto Mela

Salomone/Šelōmōh/“uomo di pace” – diventato Salōmōn nella traduzione greca dei LXX e Salomon in quella latina della Vulgata (di qui Salomone nella lingua italiana) – diventa re del regno (ancora unito) di Israele con l’appoggio della madre Betsabea.

Regolati cruentemente i conti con gli avversari (il fratello Adonia, il generale Ioab e Simei che aveva insultato Davide ed era agli arresti domiciliari, violati), si reca sulla rinomata grande altura di Gàbaon (El-Gib, a 10 km a nord-ovest di Gerusalemme, ora inglobata da essa), nel territorio di Beniamino e quindi venerata da Saul, il primo re di Israele.

A Gerusalemme c’era l’arca dell’alleanza trasportata da Davide, ma, non essendo ancora costruito il tempio che poteva centralizzare il culto, Salomone si reca con tutta l’assemblea a Gàbaon «perché là si trovava la tenda del convegno di Dio, eretta da Mosè, servo del Signore, nel deserto».

Un cuore che ascolta

All’inizio del suo regno (970-931 a.C.) vuole chiedere aiuto al Signore. Si sente un giovane re, “un ragazzo/na‘ar qāōn”, che non sa come regolarsi (lett.: “non so uscire ed entrare”).

YHWH gli appare in sogno, mezzo di rivelazione divina che serve da comunicazione e da legittimazione per le chiamate profetiche, regali e sacerdotali. Salomone ricorda il grande amore pattizio/esed gādôl che YHWH ha riservato al padre Davide (lo ricorda due volte nel v. 6).

Ora Salomone, il figlio che YHWH ha donato a Davide perché regnasse al suo posto dopo la sua morte, chiede doni adatti per il suo governo su un popolo molto numeroso. Chiede in dono/nātan innanzitutto un “cuore che ascolta/lēb šōmēa‘”. La sede dell’intelligenza, del discernimento, della coscienza e anche degli affetti dev’essere in atteggiamento di ascolto della voce del Signore, come lo deve essere quello del profeta e del sacerdote. Solo YHWH può essere la fonte di una parola, un consiglio, un ordine che suggerisca il meglio per il popolo che Salomone dovrà guidare.

Salomone non si vergogna di esporre la sua libertà sovrana e regale alle indicazioni eteronome che gli provengano da YHWH. Sa che l’amore fedele/esed di YHWH gli farà entrare nel “cuore” le scelte migliori facendogliele sentire come proprie, libere, costruttive di vita. Il tutto va rapportato ai tempi di allora, alla pedagogia progressiva con cui YHWH rivela la sua volontà e alla capacità culturale di Salomone di percepire il meglio che gli viene proposto, trovando la forza di differenziarsi progressivamente dal livello al quale si pongono i popoli circonvicini.

Il “cuore che ascolta” dev’essere aperto anche alle invocazioni e alle necessità del suo popolo, evidentemente. Esso è necessario per “governare/giudicare/šāpa” (v. 9; non c’è la radice “giustizia” presente invece nella traduzione CEI). Questa attività di “governo/giudizio” avrà come scopo o si eserciterà concretamente come capacità di “discernimento/lett.: “comprendere tra bene e male”).

Il caso giuridico emblematico delle due prostitute che reclamano per sé lo stesso bambino, narrato nella pericope successiva (1Re 3,16-28), esplicita chiaramente la saggia capacità di discernimento del giovane re. A lui verranno attribuite una sapienza vasta come la sabbia del mare (cf. 1Re 5,9), abilità compositiva (vari salmi, il Cantico dei Cantici, il libro della Sapienza, tremila proverbi [cf. 1Re 5,12], millecinque odi [cf. ivi), la conoscenza scientifica delle varietà delle specie animali e vegetali, capacità organizzativa a livello amministrativo (divisione del territorio in dodici distretti), creazione di un esercito professionale potente, relazioni internazionali positive con i paesi vicini, Egitto compreso (tramite il matrimonio con la figlia del faraone – forse Psusennes II della XXI dinastia [959-945 a.C.] o il probabile predecessore, il tanita Siamun [978-959? ca. a.C.]).

La visita della regina di Saba (cf. 1Re 10) è ulteriore segno del suo prestigio internazionale. I buoni rapporti con il re di Tiro, Chram, gli procurano il legname e gli artigiani specializzati per la costruzione del tempio ma gli costarono la cessione di venti città della Galilea (cf. 1Re 9,1014).

Salomone non disdegnò neppure il lavoro forzato imposto ai suoi sudditi (cf. 1Re 9,15) per le sue numerose imprese edilizie.

Le sue settecento mogli principesse e le trecento concubine «gli fecero deviare il cuore per seguire altri dèi e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio…», trascinandolo nell’idolatria (cf.1Re 11,4).

Nonostante questi limiti caratteriali, morali, spirituali e politici, nell’apparizione inaugurale a Gàbaon, YHWH loda il giovane re che non ha chiesto per sé lunghezza di vita, ricchezza personale o la vita dei nemici ma “comprendere per ascoltare/ascoltando giudizio/diritto/hābîn lišmōa‘ mišpā” (v. 11).

Salomone è lodato perché ha chiesto capacità di discernimento frutto dell’ascolto di YHWH e delle istanze del popolo, in ordine a governare/giudicare, reggere cioè la vita del popolo ascoltando tutti, osservando il diritto e rendendo giustizia alle fasce più deboli della popolazione. Questo era il compito principale del re (cf. Sal 72, l’immagine ideale del re messianico), che sarà sottolineato fortemente nel libro del Deuteronomio, la cui spiritualità però si fa sentire fortemente anche in questo brano di 1Re 3.

Dopo la lode, Dio/Ĕlōhîm promette in dono a Salomone un “cuore saggio/ lēb ākām” “e intelligente/perspicace/giudizioso/prudente/abile/ wenābôn < bîn”, rivolgendogli inoltre una lode sperticata quale personalità unica nella storia dell’uomo.

L’autore principale della Scrittura, Dio, si serve dell’autore umano con la sua cultura e la sua preparazione. Il ritratto di Salomone potrà essere parziale ed esagerato. Ma le qualità richieste a YHWH dal giovane re all’inizio del suo governo sono valide per tutti i tempi, per ogni uomo e per chiunque fosse chiamato a grandi responsabilità per il bene comune. Servirebbero tutt’oggi. Se ne sente davvero la mancanza.

Pieno di gioia, vende tutti i suoi averi

Con tre brevi parabole l’evangelista Matteo – probabilmente ritratto in quello scriba che, divenuto discepolo del regno dei cieli, estrae dal suo tesoro cose nuove (l’evangelo di Gesù) e cose antiche (le Scritture del Primo Testamento, molto citate nel primo vangelo) (v. 52) – conclude il terzo grande discorso di Gesù, quello parabolico che illustra il mistero del regno dei cieli (Mt 13).

La parabola non è un paragone o un’allegoria, nella quale ogni particolare del racconto viene decodificato immediatamente nel suo referente extra-narrativo, ma è una storia, un racconto fittizio con una sua logica stringente, che il lettore/ascoltatore non può non condividere e non applicare alla propria vita. Talvolta la logica della parabola è illustrata da una domanda esplicita di Gesù rivolta agli interlocutori, altre volte il quesito resta implicito.

Il Regno non è il tesoro del campo o la perla preziosa. Con la sua storia la parabola racconta la logica che vige nel Regno, cosa si fa per ottenerlo, conservarlo, diffonderlo.

Le prime due parabole illustrano bene il «cuore saggio e intelligente» promesso in dono da YHWH a Salomone durante il sogno di Gàbaon (cf. I lettura, v. 12).

Tutti sono costretti dolcemente ma inevitabilmente (se non vogliono disonorare la loro intelligenza) ad ammettere che la scelta fatta da ciascuno dei due uomini è la più saggia e intelligente che si possa fare. Ben comprensibile e condivisibile.

Il protagonista della prima parabola trova per caso un tesoro, non suo, in un campo dove si trova a lavorare (probabilmente come povero lavoratore giornaliero). Il tesoro trovato è un “dono” che lo trova “passivo”, mentre compie, forse solo stancamente, il proprio lavoro quotidiano, monotono e ripetitivo.

Il protagonista della seconda parabola è invece un ricco mercante a livello internazionale, che frequenta gli empori (anthrōpos emporos) più prestigiosi del mondo (oggi si potrebbe pensare a un ricco finanziere che “gioca” in Borsa, più o meno legalmente). Egli va in cerca attivamente dell’affare della sua vita, quello che può farlo riposare sugli allori per il resto dei suoi giorni.

Entrambi vendono tutto quello che hanno pur di acquistare il bene molto prezioso trovato per caso o cercato con tenacia. Del primo vien detto esplicitamente che lo fa “pieno di gioia”, del secondo lo possiamo ben immaginare facilmente. Così è la logica che regge il regno e quello che si fa per esso.

La scelta saggia per il Regno

La sovranità di Dio in Gesù può raggiungere una persona all’improvviso, in totale gratuità, senza alcuna preparazione previa lunga e ben strutturata.

Un’altra persona può essere, invece, in cerca da tutta la vita di una pienezza che la possa soddisfare nel fondo del cuore circa il senso dei suoi giorni, il perché di una donazione generosa della proprie forze e capacità, un possibile senso a un dolore inspiegabile, la voglia di crescere e di non accontentarsi mai neanche nel campo spirituale… Una finezza del cuore che vuol crescere nella propria conformazione al cuore di Cristo, nell’essere assimilata totalmente al proprio sposo, all’anima dei suoi giorni, all’aria che respira e che la tiene in vita.

È veramente saggia e intelligente la scelta, frutto di attento discernimento, che entrambi i protagonisti delle parabole compiono nel momento decisivo della loro vita.

È una scelta che viene illustrata anche nella terza parabola. È più che naturale, ben fatto e condivisibilissimo, che, dopo una pesca abbondante (e forse un po’ indiscriminata, oggi giustamente vietata), ci si sieda a discernere il buon pescato (gustoso, pregiato, normale, a norma, di misura giusta ecc.) da quello “cattivo” (sotto misura, non commestibile, inquinato ecc.).

Il regno dei cieli (= di Dio, nel linguaggio di Matteo) si presenta anche come una scelta, un discernimento, una “crisi”, un giudizio che “discrimina”.

Gesù parla del giudizio finale che avverrà alla fine della vita di ciascuno e a quella del mondo intero. Lo fa con il linguaggio apocalittico del tempo, con immagini lontane dal nostro immaginario. Egli non vuole certo spaventare i discepoli, ma metterli in guardia dal non fare già adesso delle scelte infelici, depressive, di decrescita, involutive. A Gesù importa molto che noi possiamo vivere in pienezza accogliendo la sovranità (Herrschaft) di Dio sulla nostra vita.

La fine sarà conseguente al percorso fatto, e il giudizio, di fatto, sarà un autogiudizio.

La misericordia di Gesù si eserciterà anche in quel momento, ma non è saggio né intelligente, non è felice né appagante buttar via questa vita, questo momento in cui Gesù ci fa trovare il Regno per caso (= grazia “totale”) o come esaltante esito di una lunga ricerca (= grazia come compagna di viaggio e pienezza di vita).

La logica è stringente, la scelta da fare è “ragionevole”, seppur indimostrabile matematicamente.

Così vanno le cose per quanto riguarda il regno di Dio. Ed è sempre più che opportuno e saggio scegliere il meglio che c’è sulla piazza…

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