XX Per annum: Un’unica sorte accomuna i profeti

di: Fernando Armellini

Stupisce la facilità e la rapidità con cui lo scetticismo, il discredito o l’irrisione riescano a raffreddare gli entusiasmi, a spegnere gli ideali, a rendere innocui gli insegnamenti più nobili.

Abbiamo conosciuto giovani che, mossi da sincera passione, si erano impegnati per costruire un mondo nuovo e una chiesa più evangelica. Nel breve volgere di alcuni anni hanno ammainato le bandiere e rinunciato ai sogni. Si sono adeguati al perbenismo imperante, a ciò che prima consideravano futile, effimero, banale. Per comodità, per opportunismo? Alcuni forse sì, ma altri hanno rinunciato con profondo rammarico agli slanci e ai progetti giovanili perché… si sono lasciati prendere prima dallo scoraggiamento, poi dalla rassegnazione. Non avevano messo in conto l’opposizione, le resistenze, i conflitti, le difficoltà e non hanno resistito.

Chi si impegna nella comunità si aspetta l’approvazione, la lode, il sostegno per le iniziative che porta avanti, per il tempo e le energie che dedica. È un’illusione! Presto avrà a che fare con le critiche malevole, le invidie, le gelosie. E fin qui siamo ancora nell’ambito delle incomprensioni e dei normali dissapori. Il contrasto diviene più serio quando in gioco ci sono scelte ecclesiali decisive, l’adesione alle nuove prospettive aperte dal Concilio, le proposte evangeliche incompatibili con la logica di questo mondo. Allora l’ostilità si manifesta in modo aperto e assume tutte le sfumature che vanno dall’insulto, alla calunnia, all’emarginazione, al linciaggio morale.

Chi si sente osteggiato in questo modo è tentato di scoraggiarsi e di rimettere in discussione le scelte che ha fatto. La tentazione di adeguarsi alla mentalità dominante, ai principi e ai valori comunemente accettati diviene quasi irresistibile.

Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli da questo pericolo: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo” (Gv 15,18). Ha tranquillizzato i loro animi perplessi e vacillanti ricordando che un destino drammatico accomuna, da sempre, tutti i giusti: “Allo stesso modo, infatti, facevano i loro padri con i profeti… Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo, infatti, facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,23.26).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Sia riconosciuta, Signore, la verità dei tuoi profeti”.

Prima Lettura (Ger 38,4-6.8-10)

In quei giorni 4 i capi dissero al re: “Si metta a morte questo uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché questo uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. 5 Il re Sedecìa rispose: “Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi”.
6 Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, principe regale, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango.
8 Ebed-Mèlech uscì dalla reggia e disse al re: 9 “Re mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame sul posto, perché non c’è più pane nella città”. 10 Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlech l’Etiope: “Prendi con te da qui tre uomini e fa risalire il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Bisogna combattere! Bisogna dialogare! No, non si viene a patti con il nemico! Chi non impugna la spada, chi non lotta, chi ha paura di ricorrere alla violenza non ama il popolo! Ognuno avanza la sua proposta e cerca di imporla agli altri.

Siamo a Gerusalemme nell’anno 586 a.C. e la situazione è disperata. La città è circondata dall’esercito di Nabucodonosor, la gente muore di fame, ma i generali dell’esercito vogliono resistere ad ogni costo e il re Sedecia non ha il coraggio di opporsi alla loro volontà. È un momento drammatico e Geremia è l’unico che non perde la testa: è un uomo di pace, riflette, si rende conto dell’inutilità della resistenza armata e suggerisce la resa. La sua proposta provoca l’indignazione degli ufficiali che vanno da Sedecia e gli dicono: “Si metta a morte quest’uomo, perché egli scoraggia i guerrieri… quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male” (v.4). Il re li ascolta ed alla fine acconsente. Geremia viene imprigionato e gettato in una cisterna piena di fango (vv.5-6).

È la sconfitta del profeta che si sente abbandonato da tutti: dagli amici, dai suoi familiari ed anche da Dio che pure gli ha promesso protezione (Ger 1,8).

Ecco però, inaspettatamente, farsi avanti un uomo retto e coraggioso, uno di quelli che non riescono a stare in silenzio di fronte all’ingiustizia. Si chiama Ebed‑Mèlech. È uno straniero, un nero venuto dall’Etiopia che da tempo presta servizio alla corte del re. Si presenta da Sedecia e gli dice: “Mio signore, quegli uomini hanno agito male…” (v.9).

Ci vuole del coraggio per pronunciare simili parole, per mettersi contro i personaggi più influenti della nazione!

Il re lo ascolta e dà ordine di liberare il profeta. Ebed‑Mèlech prende con sé alcuni uomini, si procura una corda e degli stracci, va alla cisterna e dice a Geremia: “Su, mettiti i pezzi dei cenci e degli stracci alle ascelle, sotto le corde”. Geremia fa come gli è stato suggerito e viene tirato fuori (Ger 38,11-13).

Ciò che è accaduto a questo profeta non è un fatto isolato. Tutti coloro che annunciano la parola di Dio sono sempre trattati allo stesso modo. Il loro messaggio, prima o poi, si scontra con gli interessi dei potenti e questi cominciano a perseguitarli, cercano in ogni modo di metterli a tacere o addirittura di eliminarli. Anticamente si ricorreva alla violenza fisica (così furono tolti di mezzo Gesù e molti dei suoi discepoli). Oggi i metodi sono diversi, ma non meno brutali: l’emarginazione, il disprezzo, la denigrazione, le minacce. Basta pensare a cosa va incontro chi osa criticare i comportamenti scorretti di chi detiene il potere, chi denuncia ingiustizie, furti, disonestà sul lavoro, chi rifiuta la violenza come mezzo per ristabilire la giustizia. Basta pensare a come vengono trattati, a volte anche dai fratelli della comunità cristiana, coloro che fanno proposte evangeliche, chiedono una maggiore trasparenza nell’uso del denaro, la rinuncia ai privilegi.

Il Signore però non abbandona i suoi profeti perseguitati, isolati, gettati nel fango. Egli sta sempre al loro fianco, magari suscitando, come al tempo di Geremia, qualche persona semplice, onesta, coraggiosa, come l’etiope Ebed‑Mèlech.

Seconda Lettura (Eb 12,1-4)

Fratelli, 1 circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2 tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.
3 Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.
4 Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato.

Abbiamo già sottolineato la scorsa domenica che i cristiani ai quali è diretta la lettera agli Ebrei stavano vivendo un momento molto difficile, tanto da essere tentati di abbandonare la propria fede. Le difficoltà erano iniziate subito dopo la loro conversione: erano stati fatti oggetto di abusi; erano stati aggrediti, spogliati dei loro beni, messi in prigione (Ebr 10,32-34). Poi la situazione era ulteriormente peggiorata, al punto che la loro stessa vita era in pericolo.

L’autore della lettera cerca di incoraggiarli, li invita a non perdersi d’animo, a non cedere. Questa – dice – è un’occasione privilegiata perché permette di dimostrare a Cristo il proprio amore e la propria fedeltà.

La lettura paragona la condizione di questi cristiani in difficoltà ad una sfida nello stadio. Essi sono atleti che devono dare prova di forza e di abilità davanti a spettatori eccezionali: i grandi personaggi del passato, da Abramo fino all’ultimo dei profeti (Ebr 11). La meta da raggiungere è Cristo. I discepoli devono correre come il Maestro ha fatto e, quale premio, riceveranno dal Padre la corona di gloria.

Naturalmente non si può correre spediti se ci si trascina dietro qualche carico, come ad esempio il peccato.

Vangelo (Lc 12,49-57)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 49 “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! 50 C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!
51 Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. 52 D’ora innanzi in una casa di cinque persone 53 si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”.
54 Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. 55 E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. 56 Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?
57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?

Cos’è il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra (v.49)? Cos’è il battesimo che egli deve ricevere (v.50)? Come mai afferma di non essere venuto a portare la pace, ma la divisione (v.51)? Cosa sono i segni del tempo che gli ipocriti non riescono a riconoscere (v.56)? Che c’entra in tutto questo discorso la parabola sulla necessità di evitare il giudizio davanti al magistrato (vv.58-59)? Il Vangelo di oggi accosta una serie di detti del Signore piuttosto enigmatici. Vediamo di coglierne il significato.

Cominciamo dalle immagini del fuoco e del battesimo (vv.49-50).

Al termine del diluvio appare nel cielo l’arcobaleno, simbolo della pace ristabilita fra il cielo e la terra e Dio giura: “Non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più diluvio devasterà la terra” (Gen 9,11). Da questa promessa nasce e si diffonde in Israele la convinzione che, per purificare il mondo dall’iniquità, Dio non si sarebbe più servito dell’acqua, ma del fuoco: “Con il fuoco il Signore farà giustizia su tutta la terra” (Is 66,16). Anche il Battista annunciava la venuta del messia con parole minacciose: “Egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Brucerà la pula con un fuoco inestinguibile” (Mt 3,11-12). Di fuoco parla anche Gesù e, dopo di lui, un po’ tutti gli autori del NT.

Di che si tratta? Viene spontaneo pensare al giudizio finale e al supplizio eterno che attende i malvagi. Andiamoci piano! Forse così lo immaginavano il Battista e i discepoli Giacomo e Giovanni che volevano invocare il fuoco del cielo contro i Samaritani (Lc 9,54), ma non certo Gesù.

Il fuoco di Dio non ha lo scopo di annientare o torturare chi ha commesso degli errori, ma è lo strumento con cui egli vuole distruggere il male e purificare dal peccato.

È meglio lasciare il fuoco che castiga ai fondamentalisti e ai predicatori fanatici delle sette apocalittiche! Quello annunciato dai profeti e acceso da Gesù salva, monda, risana: è il fuoco della sua parola, è il suo messaggio di salvezza, è il suo Spirito, quello Spirito che, nel giorno di Pentecoste, è sceso come fiamma sui discepoli (At 2,3-11) e ha cominciato a diffondersi nel mondo come un incendio benefico e rinnovatore.

Ora siamo in grado di dare un senso all’esclamazione di Gesù: Come vorrei che fosse già acceso! (v.49). È l’espressione del suo ardente desiderio di vedere al più presto distrutta la zizzania che è nel mondo. Malachia ha annunciato: “Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno venendo li incendierà” (Mal 3,19). Gesù attende con ansia la realizzazione di questa profezia e già vede spuntare il mondo nuovo nel quale non ci sarà più spazio per i malvagi. Questi spariranno, annientati dalla fiamma irresistibile del suo amore.

La seconda immagine, quella del battesimo, è legata alla precedente. Gesù afferma che, per scatenare questo incendio, egli deve prima essere battezzato. Battezzare significa sommergere e Gesù si riferisce alla sua immersione nelle acque della morte (Cf. Mc 10,38-39). Quest’acqua è stata preparata dai suoi nemici con l’obiettivo di spegnere per sempre il fuoco della sua parola, del suo amore, del suo Spirito; invece ottiene l’effetto opposto: comunica a questo fuoco una forza incontenibile. Gesù “guarda con angoscia” alla passione che lo attende. La prospettiva che ha di fronte è drammatica: verrà travolto dai flutti dell’umiliazione, della sofferenza e della morte, ma sa che, uscendo da queste acque oscure, nel giorno di Pasqua, darà inizio al mondo nuovo.

Se è questo il destino del Maestro, quale sarà quello dei discepoli, tedofori del suo fuoco? Provocheranno anch’essi – assicura Gesù – dissensi, divisioni, ostilità e dovranno mettere in conto dolorose lacerazioni all’interno delle loro stesse famiglie (vv.51-53).

“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”. Un’affermazione sorprendente che lascia sconcertati perché nei libri dei profeti è scritto che il Messia sarà “il principe della pace”; durante il suo regno “la pace non avrà fine” (Is 9,5-6); “il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme” (Is 11,6-9); “l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra” (Zac 9,10). A Betlemme gli angeli cantano: “Pace sulla terra!” (Lc 2,14) e Paolo scrive: “Egli è la nostra pace!” (Ef 2,14).

L’annuncio del Vangelo porterà nel mondo, fra i popoli, nelle famiglie armonia o discordie?

È vero, i profeti hanno promesso la pace per i tempi messianici, ma hanno anche annunciato conflitti e separazioni. Quando Gesù parla di incomprensioni fra le generazioni (giovani-anziani) e fra coloro che vivono nella stessa casa, non fa che citare un testo del profeta Michea (Mic 7,6) il quale aveva intuito che la nascita del mondo nuovo non sarebbe avvenuta in modo pacifico e indolore e che ci sarebbero state dolorose lacerazioni.

Luca verifica nelle sue comunità che queste rotture sono avvenute. Alla luce delle parole del Maestro capisce che erano inevitabili e il contesto in cui queste parole sono collocate ci aiuta a capire il perché.

Il messaggio di Gesù è un fuoco e – com’è logico – chi ha dei beni da proteggere, dei palazzi da custodire non vede di buon occhio gli incendiari. Il Vangelo è una fiaccola accesa che vuole ridurre a un immenso rogo tutte le strutture ingiuste, le situazioni disumane, le discriminazioni, la bramosia del denaro, la frenesia del potere.

Chi si sente minacciato da questo “fuoco” non rimane passivo. Si oppone con ogni mezzo. Reagisce con violenza perché vuole perpetuare il mondo del peccato. È a questo punto che scoppiano prima le incomprensioni, poi le divisioni e i conflitti, infine le persecuzioni e le violenze.

Non sempre l’unione è buona e va approvata. Si deve cercare l’unione, ma a partire dalla parola di Dio, a partire dalla verità. La pace fondata sulla menzogna e sull’ingiustizia, non può essere favorita. È doveroso a volte provocare, con molto amore e senza offendere nessuno, salutari divisioni.

Non si deve confondere l’odio, la violenza, le parole offensive e arroganti – che sono incompatibili con la scelta cristiana – con il confronto leale, con i dissensi che nascono da proposte nuove, evangeliche. Questi sono necessari, anche se dolorosi, soprattutto quando coinvolgono i membri della stessa famiglia.

Abbiamo sentito parlare tanto dopo il Concilio della stupenda immagine dei “segni dei tempi”. Compare sulla bocca di Gesù nella terza parte del Vangelo di oggi (vv.54-57).

Per i contadini è importante saper riconoscere i cambiamenti del tempo: devono sapere quando sono in arrivo le piogge per seminare al momento giusto. Scrutano il cielo, studiano il vento, sanno di non poter sbagliare perché rischiano di vedere le proprie sementi bruciate dal sole. Come mai – chiede Gesù – gli uomini che sono così attenti ai segni del calore e delle piogge, non sanno riconoscere i segni del mondo nuovo che è apparso? Perché – risponde – sono ipocriti. Sono in grado di vedere, ma non vogliono aprire gli occhi e non lo fanno per ignoranza, ma per cattiva volontà. La realtà nuova introdotta dalla sua parola li disturba, li scomoda. Vogliono che il mondo antico continui e fingono (come fanno gli attori, gli “ipocriti” appunto) di non accorgersi di ciò che sta accadendo.

Luca ha presente la situazione delle sue comunità nelle quali molti hanno paura delle conseguenze del Vangelo e “fingono” di non accorgersi dei cambiamenti, delle trasformazioni, delle novità che esso sta per introdurre.

Il Vangelo si conclude con una parabola (vv.58-59). Un uomo ha fatto un torto ad un altro e questi minaccia di portarlo davanti al magistrato. Che fare? Il colpevole non ha tempo da perdere: deve cercare immediatamente un accordo col suo avversario, altrimenti rischia la condanna. Che senso ha questa parabola?

Sta per giungere – dice Gesù – il momento del giudizio, sta per sorgere il mondo nuovo. I segni del grande incendio che rinnoverà la faccia della terra sono evidenti: i ciechi recuperano la vista, i sordi odono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono curati, i morti risuscitano ed ai poveri è annunciata una buona novella (Mt 11,5), eppure ci sono persone che non se ne preoccupano minimamente. Verranno colte impreparate.

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