XXII Per annum: L’ultimo posto

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Ogni volta che, accogliendo l’invito di madre Chiesa, noi ci raduniamo per celebrare la memoria di Gesù morto e risorto, noi ci nutriamo di un cibo speciale, che infonde una fiducia sempre nuova al nostro animo di pellegrini, consapevoli che, senza questo dono di Dio, non potremmo proseguire felicemente nel nostro cammino verso il Regno.

Mi pare opportuno perciò rileggere l’esortazione dell’autore della lettera agli Ebrei quando scrive: «Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso» (Eb 10,35-36)

1. La prima lettura di questa liturgia della Parola è tratta dal libro del Siracide. In esso l’autore, meditando sulle svariate vicende della storia della salvezza, partecipa ai lettori alcune certezze maturate nel crogiuolo di una riflessione sapienziale, nella quale si tende a ricavare luce e conforto dall’esperienza e dalla ragione.

Il primo invito è a vivere «con mitezza», concretizzato nella parola: «Quanto più sei grande, tanto più fatti umile». È sconcertante lo spettacolo cui siamo costretti ad assistere quando si presenta una persona tutta piena di sé, che sembra possedere tutte le certezze del mondo e snobba il parere di tutti. Questo spettacolo viene spesso stigmatizzato nei libri sapienziali della Bibbia. Al contrario, suscita stima e gioia la preghiera del salmo 119(118),67ss: «Prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua promessa. (…) Bene per me se sono stato umiliato, perché impari i tuoi decreti». È saggio, perciò, chi sa accettare l’umiliazione per imparare l’osservanza dei comandamenti e la fedeltà alle sue promesse.

Il secondo invito riguarda la meditazione sui detti dei saggi: «Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio». Qui per “sapienza” non si intende una sorta di furbizia umana, ma semplicemente l’adesione filiale e fiduciosa alla volontà di Dio. Saggio, pertanto, è da ritenere solo colui o colei la cui brama si spegne solo nel coltivare la viva memoria degli insegnamenti di Dio.

2. Il salmo responsoriale possiamo considerarlo come una variazione sul tema perché esso ci parla di Dio che, nella sua infinità bontà, si è messo e si mette al servizio degli umili, manifestando così paradossalmente ma realmente la sua gloria.

Misterioso ma meraviglioso questo Dio che si definisce come il padre degli umili. Lo presenta così il ritornello del salmo: «Hai preparato, o Dio, una casa per il povero». Questo noi cristiani l’abbiamo imparato dall’antico Israele e gli dobbiamo essere grati per aver conservato questa professione di fede nel Dio che ama gli ultimi.

In questo salmo si avverte un grande contrasto. Da un lato, il riconoscimento che Dio e solo il Dio d’Israele può essere chiamato «il Signore»: «Cantate a Dio, inneggiate al suo nome, Signore è il suo nome». Noi cristiani, senza voler escludere il Dio d’Israele, rivolgiamo questo titolo a Gesù risorto; perciò lo diciamo anche di Dio, creatore e liberatore del suo popolo.

D’altro lato, però, la sua signoria Dio la manifesta in modo paradossale: «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora. A chi è solo Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri». Il nostro Dio ama essere considerato e adorato come tale. Bando perciò ad ogni solennità esteriore e barocca: spazio, invece, alla semplicità e alla familiarità della nostra preghiera.

3. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei, mette un evidenza il contrasto tra il culto ebraico, che si svolgeva nella solennità dei riti del tempio, e la semplicità del culto cristiano, che non ha bisogno di esprimersi in gesti esteriori ma si realizza nel dono di se stessi a Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Tale contrasto è espresso bene nelle prime parole di questa lettura: «Fratelli, non vi siete accostati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole»: il riferimento alle teofanie descritte nel libro dell’Esodo viene spontaneo. Quei fenomeni riuscivano a spaventare il popolo d’Israele e a far nascere in esso il santo timor di Dio. In modo tale che «quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola».

Tutta diversa è la situazione nella quale si trova, oggi, il nuovo Israele. L’autore della lettera lo esprime con altrettanta abbondanza di dettagli, in modo da non lasciare alcun dubbio circa il suo pensiero e la sua fede: «Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova».

Sono tutte espressioni da soppesare attentamente, cogliendo in ognuna la novità che la caratterizza, soprattutto l’ultima, nella quale si dice che, mediante la fede, noi ci accostiamo all’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Anche l’apostolo Paolo lo afferma a chiare lettere nella sua prima lettera al discepolo Timoteo: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (2,5s).

4. La pagina evangelica è tratta dal vangelo secondo Luca, nella quale l’evangelista riferisce un insegnamento di Gesù singolare e prezioso nello stesso tempo. La circostanza è offerta dal fatto che Gesù è stato invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei e la gente stava ad osservarlo.

Anche Gesù si mise ad osservare come si comportavano gli invitati: tutti intenti a scegliere i primi posti: certo per essere i primi ad essere serviti, ma anche per mettersi in mostra. Ingordigia e vanità rivelano l’animo gretto e miope di coloro che sono caduti sotto le lenti di ingrandimento di Gesù. Gesù ne approfitta per dare a tutti una lezione di vita: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui, venga a dirti: Cedigli il posto!».

A ben considerare le cose, non siamo dinanzi ad un semplice consiglio di galateo, su come comportarsi quando si è invitati a pranzo. Il valore in gioco è ben altro: non si tratta solo di non fare brutta figura dinanzi agli altri invitati, quanto piuttosto di comportarsi in base alla modestia della propria persona. Sotto questo profilo la pagina evangelica richiama la prima lettura.

Ma Gesù ha una parola da dire anche al padrone della mensa: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti, né i ricchi vicini (…). Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato…».

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