XXIX Per annum: Riscatto per tutti

di: Roberto Mela
Redenzione

Il mistero della redenzione e le modalità della sua realizzazione hanno sempre provocato delle profonde riflessioni e, talvolta, anche delle indebite derive di natura puramente giuridico-forense, o doloristiche e sostituzionistiche. Le letture odierne illuminano il mistero, se vengono comprese correttamente alla luce dell’intero messaggio biblico, senza lasciarsi sopraffare dalla nostra mentalità umana giuridico-espiazionistica, che tende a irrompere anche nel dibattito pubblico, nel comportamento sociale e nella psicologia di massa.

Il tema chiama in campo anche una giusta comprensione della volontà salvifica di Dio Padre che passa “provvidenzialmente” attraverso la violenza umana che sacrifica il Figlio, imponendo una modalità sacrificale tremenda a un dono di sé che, da parte del Figlio, poteva anche avere altre pieghe espressive. La stessa categoria di “sacrificio” oggi è invisa come avvalorante una negazione delle forze positive di realizzazione insite nell’uomo. Compresa invece come “offerta generosa di sé”, può diventare una chiave della vera autorealizzazione umana, non narcisistica e asfittica, ma estroflessa e rigogliosa.

“Noi” e “i molti”

La lunga riflessione espressa nel quarto canto del servo di YHWH (Is 52,13–53,12) vede in campo un dialogo compunto e sofferto tra il servo (53,1), un “noi” che esprime la coscienza del popolo che contempla la vicenda pentendosi del giudizio espresso precipitosamente sulla sua persona (53,2-10), e YHWH che pronuncia le parole decisive sul suo servo e sul suo destino ultimo (52,13-15; 53,11-12).

Il v. 10 raccoglie la conclusione della riflessione del “noi” sulla vicenda del servo. Il “noi” potrebbe essere inteso come corrispettivo dei “molti” (v. 11), interpretato come espressivo della voce delle genti. In questo senso “il servo” riceverebbe un’interpretazione collettiva, indicando il resto fedele di Israele nei confronti delle genti e il canto come un oracolo divino riguardante il servo e indirizzato ai “molti” identificati con le genti. Nel corpo del canto (Is 53,1-10), il contrasto è invece tra un “noi” (il popolo di Israele) e un “lui” (il servo). Is 53,11-12 riprenderebbe l’ermeneutica dei versetti inziali (52,13-15), nei quali YHWH rivolge il suo oracolo divino circa il suo servo rivolgendosi alle genti.

L’ha prostrato col dolore

Il testo di Is 53,10 è di difficile interpretazione e ha visto diversità di rese nella versione greca della LXX e in quella latina della Vulgata.

L’inizio del versetto può essere inteso come “è piaciuto prostrarlo/schiacciarlo col dolore” (resa avverbiale di una forma verbale causativa dal significato “ha reso afflitto/ha reso ammalato”; la Vulgata ha in infirmitate). La traduzione greca della LXX traduce il “prostrarlo/schiacciarlo” con “purificarlo/katharisai auton”. La traduzione migliore, che eviterebbe fraintendimenti teologici, sarebbe, secondo Mello, «YHWH ha voluto purificarlo con la sofferenza». Nel suo commentario, pur preferendo questa traduzione, di fatto il monaco di Bose residente e docente a Gerusalemme, segue la versione liturgica della CEI 2008 (YHWH ha voluto «prostrarlo col dolore»).

Tutto il quarto canto del servo di YHWH è espressione della spiritualità ebraica connotata da un monoteismo rigido che attribuisce direttamente a YHWH ogni evento che succede sulla terra, esperienza e destino del suo servo compreso. Is 53,10a attribuisce a YHWH la sofferenza patita dal servo: «È rientrato nella sua volontà/piacere/hāpēṣ’ prostrarlo col dolore».

Dal complesso dei testi biblici non si può evincere un volto sadico del Dio liberatore e redentore del suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto e dall’esilio in Babilonia. Nel monoteismo rigido può essere attribuita a YHWH la volontà di purificare in profondità il suo servo nella sua spiritualità di abbandono alla volontà di Dio, assumendo su di sé la malvagità peccatrice del popolo. In tal modo egli è reso partecipe della sofferenza immensa che stria il cuore di YHWH al contemplare lo smarrimento di vie e di comunione che coglie il suo popolo/gregge (v. 6). Una tragedia che fa soffrire YHWH per passione (e non per mancanza di qualcosa).

Espiazione

Il gruppo/il popolo (il “noi”) contempla nel servo un cammino volontario di offerta di sé, espressa in una frase molto difficile da interpretare, a partire dal dato testuale stesso: “se offrirà la sua vita/se stesso in espiazione/sacrificio espiatorio/’im tāśîm ’āšām napšô”. Così come si presenta – commenta Mello –, il testo dovrebbe essere tradotto: «Se porrai (tu, Dio) la sua vita (del servo) in espiazione» ed esprimerebbe una supplica rivolta a Dio perché gradisca il sacrificio del servo.

Solo con delle modifiche alla persona del verbo – dalla seconda alla terza persona singolare, da “porrai” a “porrà” – o al suffisso pronominale del termine “vita” – dalla terza persona alla seconda, da “sua” a “tua” – si può arrivare a delle traduzione alternative. Esse suonerebbero così: 1) «Se porrai (tu, servo) la tua vita in espiazione» (in questo caso, è una preghiera che Dio rivolge al servo, perché porti a compimento il dono di se stesso); 2) «Se porrà (il servo) la sua vita in espiazione» (è la soluzione della Vulgata, quella della CEI, e probabilmente la più semplice).

Se il servo avrà dato la sua vita in sacrificio di espiazione o di riparazione – il “se” esprime la volontarietà della sua scelta, che però si dà per scontata –, egli permetterà a YHWH di espiare il peccato del suo popolo. L’offerta generosa di sé/“sacrificio”, di tipo personale, esistenziale e non rituale da parte del servo fino a morire (v. 12) diventerà lo strumento storico mediatore dell’espiazione che solo YHWH (come sempre nella Bibbia!) può compiere “lavando, purificando” il peccato del popolo (cf. il rito compiuto nella festa del Kippur in Lv 16 e la descrizione dei vari tipi di sacrifici per il peccato in Lv 5). La Lettera agli Ebrei esprimerà molto bene e con larghezza di riflessioni il sacrificio esistenziale, nuovo, vissuto da Gesù Cristo.

“Risurrezione debole”?

Il gruppo/popolo (il “noi”) intravede con certezza un esito positivo del cammino doloroso del servo (persona singola profetica? resto di Israele fedele in rapporto all’insieme di Israele?). In conformità all’inesistenza nell’Israele del tempo di una concezione ultraterrena della vita per i fedeli di YHWH, il gruppo del “noi” intravede una continuità della vita del servo nella sua discendenza, nel prolungarsi dei suoi giorni in una qualche modalità di vita che solo YHWH conosce (nello Sheol vissuto con serenità?).

Una “risurrezione debole” ma certa, vittoriosa. Il tempo della realizzazione piena di una “risurrezione forte” è imprecisato. Il profeta probabilmente non lo sa, ma in questo momento sta vedendo la gloria di Gesù e ne sta parlando: «Questo disse Isaia perché vide la sua gloria e parlò di lui» (Gv 12,41).

Con il suo comportamento e il suo atteggiamento interiore di offerta generosa di sé (= sacrificio), il servo permetterà che si compia “la volontà/il compiacimento/hāpēṣ di YHWH (cf. “è piaciuto” all’inizio del versetto). Un compiacimento/una volontà certamente non di un annientamento sadico della vita del servo e del suo popolo, ma di “salvezza” integrale dalle sue vie di smarrimento e di morte. Quale sarà la “riuscita” della volontà di YHWH? La fine del v. 11 sembra identificarla con una “giustificazione” nei confronti dei “molti”.

Il v. 11a prosegue la riflessione sull’esito positivo della vicenda del servo. Avendo sofferto di persona (CEI 2008: «intimo tormento»), vedrà «la luce». Nel testo ebraico è da supplire probabilmente il sostantivo “luce/’ôr”, come presuppongono la versione greca della LXX e il manoscritto di Qumran 1QIsb, a meno di non comprendere il verbo “rā’āh/vedere” come omologo di “rā’āh/saziarsi”, e quindi sinonimo del verbo “śāba‘/saziarsi”, che segue immediatamente.

Il servo vedrà/si sazierà (di luce), cioè si sazierà dell’intima “conoscenza/esperienza amorosa personale/da‘at” di YHWH. Anticipando il termine “giusto/ṣaddîq” dalla seconda parte del versetto –, come suggerisce l’apparato filologico della Biblia Hebraica Stuttgartensia – si ha una frase con un soggetto esplicito e un senso compiuto: «Sì, avendo sofferto di persona, vedrà una luce, il giusto si sazierà della sua conoscenza» (A. Mello).

Giustificazione

Il v. 11b sembra identificare la “riuscita” della vicenda del servo e, per suo tramite, della volontà di YHWH, nella giustificazione di molti.

La giustificazione, nella Bibbia, non è un concetto forense da intendere in senso distributivo quale attribuzione egualitaria di ciò che spetta a ciascuno. Nella Bibbia la giustificazione è un concetto relazionale e salvifico. Dio è “giusto” perché è fedele al suo patto e “rende giusto” riportando alla fedeltà al patto colui che se ne fosse allontanato colpevolmente.

Solo Dio può attuare la giustificazione, che assume sempre anche la connotazione di una riconciliazione misericordiosa. In questo caso YHWH si serve della mediazione provvidenziale dell’offerta generosa di sé compiuta dal suo servo. Egli si carica del peso collocato normalmente su degli animali: un carico negativo e costituito non di provviste per la vita, ma dalle iniquità dei “molti”, cioè dell’Israele infedele e delle genti tutte.

Le moltitudini in premio

Il v. 12 è un sfogo oracolare di YHWH che può preannunciare che premierà il suo servo con quello che si merita.

Il premio prevede: 1) in prima battuta, la parte di eredità fra “i molti” ai quali ha procurato, per mediazione, la giustificazione con YHWH; 2) il che significa partecipare del bottino di solito riservato ai grandi, cioè poter fare incetta delle vite riscattate dei “molti”, dopo aver raggiunto la sua risurrezione “debole”. In Cristo Gesù questo oracolo raggiungerà la sua profondità realizzativa escatologica, definitiva, con la partecipazione a tutti i suoi “fratelli” della propria vita filiale di Risorto, che gode di una risurrezione “forte”.

Con l’amore per “i molti” che pervade l’intera offerta generosa di sé compiuta dal servo, egli li ha “giustificati”, li ha riportati cioè a un rapporto buono con YHWH, facendoli “convertire” dalla loro valutazione sbagliata sulla sua vicenda. Egli ha sofferto ed è morto non castigato da YHWH per colpe proprie, ma a vantaggio e anche al posto di tutti, quale rappresentante dei malvagi – ma da innocente!

Egli ha “versato/svuotato/(anche: denudato, spogliato, snudato, scoperto)/‘ārāh” la propria “vita/nepeš”, fino alla morte, ingloriosa e infame agli occhi degli uomini. Si è lasciato infatti contare nel numero dei “peccatori/colpevoli/pōše‘îm”, dopo aver portato il peso delle loro colpe e interceduto per essi. È morto da “giusto/innocente/ṣaddîq”, venendo a trovarsi di fatto – volontariamente – nel campo di “giustizia” opposto a quello però che, purtroppo, si poteva vedere e giudicare dall’esterno. È questa la sofferenza morale più grande del servo, patita anche a livello umano-divino da Gesù, Figlio di Dio (e da Maria, dal discepolo Amato e da tutti i discepoli di Gesù).

A destra e a sinistra

Gesù prosegue il suo cammino che sale a Gerusalemme, luogo in cui egli prevede che la sua vita potrà subire quasi certamente una fine non pacifica. Questo non lo distoglie dalla volontà di annunciare il vangelo del Regno proprio nel cuore della religiosità ebraica, nella città e nel suo tempio, in cui il popolo è convinto di incontrare il nome di YHWH che vi abita.

Gesù sceglie l’annuncio del vangelo; ciò che segue è abbracciato di conserva, senza desideri autolesionistici o masochistici. Gesù non è venuto in terra per morire in croce, ma per annunciare il vangelo e salvare gli uomini. Sarà la loro violenza a dare un volto tragico e umanamente infame al dono che egli fa della propria vita. Una pro-esistenza.

Gesù parla, quindi, per la terza volta del destino che verosimilmente lo attende (Mc 10,32-34; cf. 8,31; 9,31), parola ricuperata e approfondita nei particolari al momento della redazione dei vangeli.

Forse fraintendendo le parole sugli ultimi che diverranno i primi (Mc 10,31), i due «figli del tuono» (Mc 3,17), Giacomo e Giovanni, chiedono con decisione a Gesù di porli nelle due posizioni apicali al suo fianco nell’ambito della sua gloria. Ennesimi pensieri di prestigio e di potere, dopo la deplorevole discussione seguita immediatamente alla seconda parola di Gesù sul suo tragico destino (Mc 9,30-32), vertente su chi fosse il più grande (Mc 9,33-37). La volontà di potenza impedisce e stravolge la comprensione e l’assimilazione delle parole di Gesù, anche le più semplici e chiare.

I due affermano di comprendere alla perfezione il senso del discorso di Gesù e di avere le capacità di condividere il destino di sofferenza e morte a cui Gesù va liberamente incontro («bere il calice»). Gesù accetta per buona la disponibilità dei due fratelli, ma rincara la portata delle sue parole aggiungendo che il calice che anch’essi berranno sarà un vero e proprio «battesimo», un’immersione totale nella sofferenza e nella morte, come è quella abbracciata da Gesù.

Il destino finale di ciascun discepolo di Gesù è però nelle mani del Padre, fonte di ogni disegno di salvezza ed estuario felice del cammino di ogni uomo che vive sotto il sole.

Gli altri dieci (che siano discepoli non viene ricordato…) si arrabbiano con i due per le loro pretese di supremazia, facendo trasparire di non essere fondamentalmente diversi da loro.

Start-up.“Non è così tra voi”

Gesù convoca a sé tutto il gruppo e illustra chiaramente l’enorme differenza qualitativa che esiste fra le disposizioni che animano coloro che guidano i popoli secondo la logica umana e quelle che reggono fin d’ora la vita della comunità dei discepoli.

Coloro che pensano di “essere capi/archein” dei popoli, li “dominano dall’alto verso il basso/katakyrieousin”, tradendo così la loro funzione di “capo/fonte/archē” da cui nasce la regolamentazione del bene pubblico, la solidarietà sociale, la difesa delle fasce più deboli della popolazione, la ricerca della pace e della giustizia nella convivenza serena con altri popoli, culture e sentimenti religiosi.

I “grandi/megaloi” fra i popoli, inoltre, “esercitano la loro autorità dall’alto verso il basso/katexousiazousin” nei confronti dei loro sottoposti, sconfinando nel dispotismo e nella dittatura (più o meno nascosta dal guanto di velluto).

Nella comunità dei discepoli di Gesù la vita ecclesiale si regge già ora su strutture motivazionali opposte: “Non è così fra voi/ouch houtōs de estin en hymin”. La vita non è impostata su questi presupposti e non lo dovrà essere mai nemmeno in futuro.

Diaconi vs grandi

Chi vuol essere “il grande/il più grande/megas” (grado positivo per il superlativo assoluto) in dignità, autorità e responsabilità nel campo ecclesiale sarà/dovrà essere/estai” (con sfumatura potenziale) “servo/diacono/diakonos” “delle persone/hymōn” (non delle strutture…). Lo sarà “in mezzo alle persone-fratelli/en hymin”, e non dominando “dall’alto verso il basso/kata”, con spocchia più o meno dissimulata o con un senso di superiorità più o meno narcisistico e infantile. «Con mentalità principesca», direbbe papa Francesco.

Il “primo in grado/prōtos” per responsabilità e doveri sarà “schiavo/servo/doulos” di tutti all’interno della comunità (e non solo), abbracciando anche l’ultima persona per condizione fisica, sociale, economica, morale e spirituale.

L’alternativa fra la logica mondana e quella discepolare-ecclesiale nell’esercizio dell’autorità e nel più ampio ambito dei rapporti fra le persone non poteva essere più secca e tranciante.

È il regno di Dio che viene, si è avvicinato e ha toccato le frange della storia umana con la vita dei discepoli di Gesù. È la logica aziendale della start-up creata da Gesù.

È il lievito che fa crescere la pasta non stravolgendo i suoi elementi compositivi, ma facendoli crescere, lievitare verso la pienezza del loro senso e del “gusto” saporoso della vita.

Una logica controcorrente, e quindi “innovativa” e “moderna”, per tutti quelli che ricercano la non omologazione verso il basso e che rifiutano la globalizzazione del dominio dei pochi, l’oligarchia dei plutocrati, la dittatura di chi detiene le chiavi della technē e il possesso massonico ed elitario dei big data e delle “cieche” risorse finanziarie.

Riscatto per “molti”

La logica radicalmente innovativa della start-up di Gesù si spiega (“kai gar/anche… infatti”, inizio enfatico del v. 45) a partire dal fondamento che regge l’edificio, dal Motivatore che spiega e dona la forza di vivere l’intrigante alternativa.

Il Figlio dell’uomo – cioè l’Uomo Gesù e ogni uomo che nella sua individualità voglia giungere alla pienezza soddisfatta e vera della propria identità – non è venuto infatti nel mondo per “farsi servire da diaconi-servi-schiavi/diakonēthēnai” (infinito aoristo passivo), ma per “servire da diacono-servo-schiavo/diakonēsai” (infinito aoristo attivo) in prima persona.

Un’annotazione grammaticale, che è al tempo stesso teologica. «La grammatica è teologia», diceva Lutero.

Il tempo verbale dell’aoristo, all’infuori del modo indicativo, segnala solo la qualità dell’azione, l’azione in sé, e non la sua temporalità, quando l’azione avviene. Gesù è venuto nel mondo per compiere quella specifica azione, “servire da diacono”, e per nessun’altra.

La volontà di “servire da diacono-servo/diakonēsai” da parte di Gesù si specifica come «un dare la vita in riscatto per molti». Gesù è venuto per servire, cioèkai epesegetico che spiega l’espressione verbale precedente – per dare la propria vita in riscatto per molti”.

Il dono della propria vita è l’offerta generosa di sé che Gesù compie in tutta la sua vicenda terrena.

E il dare la vita comporta un “morire” uguale a quello del servo di YHWH di Is 53,12.

È un dare la vita “per altri, al posto di altri, in rappresentanza di altri/gr. anti” non meritevoli, “messi male”, peccatori, infelici, dead men walking sulla strada del proprio fallimento esistenziale. Un atto quindi connotato completamente da misericordia solidale.

E gli altri sono “molti”, “i molti” di Is 53,12, la moltitudine degli uomini, tutti gli uomini.

La logica dell’uomo semita non opponeva infatti una singola unità (“uno”) alla totalità (“tutti”), ma era colpita dalla contrapposizione tra “pochi” e “molti”. Ciò che il semita – e quindi anche Gesù – intendeva esprimere con “molti” corrisponde al nostro “tutti”, così come è compreso dall’uomo occidentale cresciuto con la filosofia greca.

Sacrificio?

L’offerta generosa di sé fino alla morte da parte di Gesù assume il carattere del sacrificio esistenziale e non rituale. Non è un sacrificio che distrugge le sue potenzialità espressive di vita, il desiderio gioioso di realizzare la propria personalità secondo i doni ricevuti. Non una castrazione del desiderio di autorealizzazione vera e piena. Questa nozione negativa di “sacrificio” va davvero “sacrificata” definitivamente e cancellata dal subconscio della spiritualità cristiana (cf. M. Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale).

L’offerta della vita di Gesù Figlio dell’uomo, ma soprattutto Figlio di Dio, è l’offerta di un uomo innocente, a favore di altri, che sono colpevoli, che ha come esito finale positivo quello di bucare il fondale nero della morte con la forza esplosiva dell’amore donatogli dallo Spirito, e poter così compartecipare ai fratelli del Risorto la propria vita filiale che riscatta dalla schiavitù della morte, del peccato e dell’insignificanza esistenziale.

È un dono personale, oneroso, costoso. Un dono che funge da “riscatto/lytron” di uomini schiavi e infelici. È il dono personale della vita che corona la logica dell’amore che ha sorretto Gesù in tutti i suoi giorni.

Il riscatto, non pagato ad alcuno – né a Dio, né alla morte, né al diavolo –, indica l’onerosità del dono totale che Gesù fa della propria vita a persone schiave e non meritevoli di chissà quali gratificazioni.

Il “riscatto” non va interpretato secondo una logica di tipo giuridico-forense, con la connotazione penale-sostituzionista che la caratterizza da sant’Anselmo d’Aosta in poi.

Nel subconscio dei cristiani è rimasto spesso infatti questo tragico schema di pensiero: Dio Padre è stato offeso dagli uomini con una colpa che lo tocca a livello divino; la colpa va espiata con una pena esemplare inflitta a una persona a livello divino, che plachi al fine la maestà offesa di Dio Padre. La vittima immolata è Gesù, il Figlio di Dio, che paga per tutti l’offesa inferta dagli uomini al Padre, e muore al posto di tutti loro. Dio Padre scarica in tal modo su uno solo, il proprio Figlio, l’ira che avrebbe dovuto scaricare su tutti gli uomini.

Una terribile logica mercantile, giuridico-sostitutiva, che sopravvive ancora nella mente di molti, specialmente quando si trovano in situazioni di difficoltà a livello di salute: “Che cosa ho fatto di male perché Dio mi punisca così?”.

Liberi tutti

Gesù ci riscatta per amore, vincendo il peccato e la morte con l’amore dell’innocente Figlio di Dio fatto uomo e non per l’imponenza delle sue sofferenze fisiche. Egli muore per noi, a favore nostro; in parte anche al posto nostro. Ma è nostro rappresentante, non semplicemente un nostro sostituto.

Dolce schiavo degli uomini, servo degli ultimi, bilancia del grande riscatto. A te volgono gioiosi lo sguardo i tuoi fratelli, riscattati al mercato della morte.

La tua gloriosa ferita ci ha guariti, la tua volontà d’amore ci ha santificati.

Servire è la vera gioia, la gioia della Chiesa.

Riscatto per i “molti”.

Tana libera.

Liberi tutti.

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