XXVIII Per annum: Dio degli stranieri

di: Carlo Ghidelli

Ogni volta che, venendo in chiesa, la domenica, manifestiamo il desiderio di rivivere il mistero pasquale di Cristo Signore, noi dichiariamo di avere fame e sete della parola di Dio, come pure di volerci nutrire della carne e del sangue di Cristo Signore.

In questa prospettiva è pertinente l’esortazione di san Giovanni Crisostomo, vescovo: «Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come una donna nutre il figlio con il proprio latte, così il Cristo nutre costantemente con il suo sangue coloro che ha generato».

1. La prima lettura di questa domenica la Chiesa la trae dal secondo libro dei Re che racconta uno dei miracoli operati dal profeta Eliseo: la guarigione del generale siriano, Naaman.

Rileviamo anzitutto che questo miracolo, a favore di uno straniero, avviene proprio mentre la fede del popolo eletto era assai vacillante: il culto a JHWH, il Dio dell’alleanza e delle promesse, veniva palesemente trascurato e il popolo minacciava di cadere nell’indifferenza religiosa. Per mandato di Dio il profeta interviene procurando la guarigione dalla lebbra di uno straniero. Evento del tutto straordinario dal quale è possibile tratte alcune conclusioni.

Anzitutto, la conversione di Naaman, il Siro: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele». Gesù farà memoria di questo fatto quando rinfaccerà agli abitanti di Nazaret di non voler accettare il suo invito alla conversione e, nello stesso tempo, aprirà vie nuove alla predicazione del Vangelo: «C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu purificato se non Naaman, il Siro» (Lc 4,27).

In secondo luogo, il bisogno di Naaman di offrire un dono al profeta di Dio in segno di riconoscenza per quanto ha ricevuto. Qui emerge sia l’animo delicato di chi è stato guarito, sia l’atteggiamento incorruttibile del profeta: i doni di Dio non vanno inquinati con nessun altro dono.

Infine, la decisione di Naaman di prendere un po’ di terra del paese d’Israele, perché «il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore». Chiara conseguenza della sua conversione all’unico Dio, il Dio d’Israele e altrettanto chiara indicazione del monoteismo abbracciato da Naaman.

2. Il salmo responsoriale è un grande e solenne invito a cantare le lodi del Signore «perché ha compiuto meraviglie». Ma di quali meraviglie si tratta? Quali sono i motivi per i quali le lodi all’unico vero Dio si devono elevare non solo dal seno del popolo eletto, ma anche dalla voce di tutti i popoli?

È ferma convinzione di Israele che i suoi prodigi JHWH li ha operati e manifestati non solo nella grande liberazione del suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto, ma anche nella storia degli altri popoli. La storia di tutti i popoli è visitata dall’unico vero Dio. Basterebbe rileggere la profezia di Amos 9,7: «Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele?… Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?».

Ecco perché il salmo recita: «Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia». I suoi doni Dio li dispensa con estrema liberalità e non fa differenze tra persona e persona, tra popolo e popolo.

Con tutto ciò, il salmista non intende affatto disattendere le speciali attenzioni che Dio ha rivolto al suo popolo: «Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele». Lo stesso Dio, che esercita una provvidenza generale per tutti i popoli, ha voluto intessere un rapporto speciale con Israele. Il tratto di storia di Israele si inserisce nell’orizzonte della storia.

Il messaggio di questo salmo è quindi marcatamente universalistico: «Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni».

3. La seconda lettura è tratta dalla seconda lettera dell’apostolo Paolo al suo diletto discepolo e collaboratore Timoteo. I due intrecciarono rapporti solidi e intimi: non solo hanno prestato il loro servizio alla causa del Vangelo, ma hanno pure raggiunto un alto grado di intimità interpersonale.

Qui l’apostolo parla del «mio vangelo»: un’espressione che merita di essere spiegata e approfondita. Se badiamo al contesto prossimo nel quale si trova questa espressione, non facciamo fatica a trovare la soluzione. L’apostolo infatti afferma: «Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore». È chiaro perciò che Paolo chiama “suo” quel vangelo che si concentra sulla risurrezione di Gesù. Egli, infatti, ha conosciuto solo il Gesù risorto e tutta la sua predicazione converge intorno al mistero pasquale di morte e di risurrezione.

Ma in che cosa consiste questo “suo” vangelo? Nella rivelazione che gli è stata fatta sulla via verso Damasco: è il Gesù vittorioso della morte, è l’identità tra il Signore risorto e la sua Chiesa.

Quella che segue – «Questa parola è degna di fede…» – è una professione di fede delle comunità cristiane di origine paolina ma, a ben considerare, è anche una sintesi del “vangelo di Paolo” che termina con una solenne affermazione della fedeltà di Dio alle promesse, «perché non può rinnegare se stesso».

4. La pagina evangelica ci è proposta dall’evangelista Luca, che ci racconta l’evento della guarigione dei lebbrosi ad opera di Gesù. Una pagina che potrebbe essere considerata come del tutto normale, mentre nell’economia dell’opera lucana assume i caratteri della massima importanza.

Cominciamo a rilevare che l’unico lebbroso che si sente in dovere di ritornare a ringraziare il Signore è un samaritano, cioè uno straniero. Per un giudeo nessuno era più inviso di un samaritano; eppure Gesù ne fa un modello di buona condotta.

In secondo luogo, dobbiamo rilevare che gli altri lebbrosi guariti, presumibilmente ebrei, si accontentano di assolvere ai precetti della legge, che prescriveva la necessità di far verificare ai sacerdoti la guarigione avvenuta. Ne risulta un’esplicita accusa al sistema giudaico, fermo a quel legalismo che tranquillizza sì le coscienze, ma che tarpa le ali alla vera pietà, a quella religione che dona la vera libertà dei figli di Dio.

Il contrasto tra i nove e l’uno lascia intravedere il tono decisamente polemico del brano evangelico. Gesù lo afferma chiaramente: «Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». È chiara in questa parola dura di Gesù l’apertura della predicazione del vangelo ai pagani: cosa che avverrà soprattutto dopo la sua risurrezione per opera degli apostoli.

Quella di Gesù, pertanto, non è solo una constatazione, ma anche una recriminazione: qui Gesù manifesta tutta la sua tristezza, tutta la sua delusione. Nello stesso tempo, egli rivela come nel samaritano abbiano operato non solo la riconoscenza, ma anche la fede: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

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