XXX Per annum: Amerai il forestiero

di: Roberto Mela
Cartina di tornasole

La parola di Dio proclamata nelle assemblee cristiane oggi si presenta come provvidenziale nella temperie culturale che sta avvolgendo tutti i popoli “ricchi/del primo mondo” di fronte al fenomeno epocale della trasmigrazione di popoli e di persone in cerca di vita, pace, libertà, lavoro e di un’abitazione dignitosa. Tale fenomeno sta diventando una cartina di tornasole per testare la profondità a cui è giunta l’evangelizzazione dei popoli “ricchi”.

Quanto ha inciso la predicazione del vangelo nelle coscienze degli uomini del nostro tempo? Ha lambito solo il cervello e l’intelligenza, senza dare la spinta necessaria a governare “la pancia” e l’istinto grossolano che trasforma un innato e comprensibile istinto di difesa in un ragionato (?) atteggiamento esclusivista, razzista, talvolta addirittura ammantato di una spolverata superficiale di volontà di “difesa dei nostri valori” (?).

Il governo di fenomeni di carattere mondiale, di lunga durata, dovuti a molteplici cause – non sempre immediatamente e totalmente gestibili –, mette alla prova il “lievito” cristiano che i singoli e le comunità possono e devono offrire alle loro società quale testimonianza di una vita sociale impregnata di vangelo.

La parola di Dio non ha evidentemente alcuna ricetta pronta da offrire per la soluzione dei problemi, ma le sue linee di fondo di accoglienza, tolleranza, amore sono marchiate a fuoco nella parola di Dio letta e pregata. Essa ha come caratteristica di impregnare la totalità dei campi vitali vissuti dalle persone, che quindi possono e devono essere illuminati dalla parola di Dio.

Una morale di alleanza

Nel libro dell’Esodo, il Codice dell’alleanza (Es 20,22–23,33, così chiamato in riferimento a Es 24,7) raccoglie una serie di norme di carattere diverso, frutto della condivisone da parte del popolo di Israele di un antico diritto consuetudinario comune delle culture coeve babilonese, ittita ed egiziana (si pensi al Codice di Hammurabi, al Codice ittita e al Decreto di Horemheb). A norme di diritto civile e penale (21,1–22,20), si frammischiano regole per il culto (20,22-26.28-31; 23,10-19) e regole di morale sociale (22,21-27; 23,1-9).

Tutte le norme – anche quelle di natura sociale – sono poste sotto il sigillo di YHWH liberatore dalla schiavitù dell’Egitto, e così acquistano il valore di regola per mantenere la vita di libertà e di dignità acquisita con la liberazione divina ottenuta e il faticoso cammino educativo vissuto nel deserto. Spesso sono norme apodittiche, senza ulteriori specificazioni, mentre altre sono espresse in maniera casistica e articolata. Molto spesso esse sono seguite da una motivazione di ispirazione umanitaria o strettamente religiosa.

Di qui si capisce la collocazione del Codice dell’alleanza – attuata in un secondo tempo – subito dopo la proclamazione del Decalogo/Le Dieci parole (Es 20,1-17). Tipico della morale ebraica è il fatto di essere una morale religiosa, una morale dell’alleanza, una vita di sentimenti e di comportamenti esterni collegati ad un forte legame di derivazione dalla vita donata da YHWH al suo popolo.

È quindi una morale di risposta a un Dio liberatore, una morale vocazionale, che chiama a diventare sempre più un popolo a immagine e somiglianza di colui che lo ha scelto («Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo», Lv 19,2), una morale testimoniale fra i popoli dell’elevatezza degli standard e della sapienza “divina” dei criteri che ispirano e informano l’hălākāh/il cammino/il comportamento di Israele. «Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio [dice Mosè nel suo primo discorso nel deserto dell’Araba, Dt 1,1], mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?» (Dt 4,5-8).

Non molesterai il forestiero

Le norme indicate da Mosè non sono espresse con il tempo verbale dell’imperativo, ma con quello del “tempo non finito/aperto/yiqtol”, spesso tradotto in italiano con il futuro.

La norma è un cammino di apertura illimitata verso una crescita di vita e prevede la possibilità di adempierla a livelli sempre più profondi. Più profondo è il pozzo, più pura e saporita è l’acqua che si attinge. Il “forestiero/gēr” (così come il forestiero residente con un serie di diritti ben precisi/tôšāb) non va molestato o oppresso, perché il popolo di Israele ben conosce di essere già stato a sua volta “forestiero/gērîm” e l’oppressione schiavizzante degli egiziani da cui YHWH li ha liberati (Es 1,11-14: «Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli [‘innah] con le loro angherie, e così costruirono per il faraone le città‑deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva, ed essi furono presi da spavento di fronte agli israeliti. Per questo gli egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli con durezza. Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l’argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi; a tutti questi lavori li obbligarono con durezza»).

YHWH osserva la miseria del suo popolo, sente il grido degli oppressi, conosce le sue sofferenze e scende per liberarli e farli salire nella terra bella e spaziosa: «Ecco, il grido degli israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come (lett. “l’oppressione/laḥaṣ con la quale”) gli egiziani li opprimono (lōḥăṣîm)» (Es 3,9). Non bisogna mai dimenticare le proprie radici di popolo oppresso, emigrante, disprezzato, senza lavoro…, perché spesso la storia ritorna e la memoria non deve essere corta.

Circolano sui social presunti giudizi pesanti sui migranti italiani giunti in America all’inizio del ’900: «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti».

Historia magistra vitae, la storia è maestra di vita e, quando la si dimentica, essa può essere ripetuta e generare anche dei mostri, rinnovati e ingigantiti dalle nuove possibilità tecnologiche, come ben si sa.

Dio ama il forestiero

La “vedova/’almānāh” e l’orfano/yātôm” non vanno “incurvati/oppressi/’ynnāh”, solo perché sono soli al mondo, senza protezione e senza ammortizzatori sociali, se non la solidarietà del clan. Se da loro si alzerà il grido di querela (cf. Es 3,7), YHWH ascolterà loro e la sua “ira” porterà, come secondo una legge del taglione, vedovanza e orfanezza nel popolo oppressore.

YHWH guarda alle persone più povere e svantaggiate, non guarda alla religione e al popolo di appartenenza. La sua “ira” e il suo “castigo” di fatto saranno un’autocondanna della società e dei popoli che si chiudono nell’egoismo escludente, andando spesso incontro all’inverno demografico, a una società di anziani insostenibile a livello pensionistico, senza ricambi sociali e con immiserimento della solidarietà sociale, ridotta a contratti di autoprotezione esclusionista.

Dio non dà ricette su come non “incurvare umiliando” le vedove e gli orfani di oggi. Le fasce deboli della società, gli immigrati, le persone e le famiglie in difficoltà devono comunque stare al centro dell’attenzione della società politica e della comunità ecclesiale, per un motivo semplice, espresso chiaramente da YHWH: «Il Signore protegge /šōmēr i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi» (Sal 146[145], 9). Non solo il Signore non “incurva umiliando” i poveri, ma li “sorveglia nella sua custodia, li tiene d’occhio per proteggerli/sāmar” in continuazione, come atteggiamento a lui abituale.

Il nostro Dio è fatto così, costituzionalmente. Non solo custodisce, ma “sostiene, sostenta, mantiene/ye’ôdēd”, perché lui “rende giustizia/’ōśeh mišpa ” all’orfano e alla vedova, ama/’ōhēb il forestiero/gēr e gli dà pane e vestito.

YHWH non cura soltanto le ferite, non si prende cura soltanto degli “scarti della storia”, ma vuole instaurare la giustizia nei rapporti fra le persone e i popoli, rimuovendo le cause delle situazioni ingiuste. Anch’esse gridano vendetta al cospetto di Dio. «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19).

Corridoi umanitari o divini?

YHWH ama il forestiero, con un atteggiamento stabile e concreto: “donandogli/lātet” pane e vestito/mantello/śimlāh, quello a lui indispensabile per dormire la notte: «Se quell’uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti. Questo ti sarà contato come un atto di giustizia agli occhi del Signore, tuo Dio» (Dt 24,12-13). Il mantello del povero preso in pegno va restituito la sera (cf. Es 22,25).

Le ricchezze naturali di un paese non possono essere espropriate dalle multinazionali, senza lasciare alcun beneficio ai paesi possessori o lasciando solo le briciole, anch’esse in mano a dittatori senza scrupoli.

Fra correligionari ebrei, fratelli nella fede, il prestito non prevedeva interessi, men che meno l’usura. Direttive molto concrete, divine, che potrebbero essere messe in bocca a Gesù e scritte nei vangeli. Ma talvolta noi assumiamo degli atteggiamenti che sono di molto inferiori agli standard morali richiesti da YHWH nel Primo/Antico Testamento! Eppure la motivazione è ben chiara: amerai, proteggerai e sosterrai il forestiero perché “io sono uno che fa grazia immeritata/gratuito/hannûn” (Es 22,26b).

La radice dell’assunzione corresponsabile del destino di vita dei fratelli, dei forestieri, dei poveri, non è facoltativa per i cristiani e per gli uomini che vogliano chiamarsi tali. Per il credente cristiano la motivazione è religiosa, “divina”. Il nostro Dio è così, altrimenti si adora un dio sbagliato. L’accoglienza andrà ben gestita, ma la direzione di marcia e lo spirito da coltivare sono chiaramente segnati, innegabili, assolutamente non negoziabili. Sono biblici. Divini. “Corridoi” umanitari e divini per una società umana degna di tale nome.

Amerai

Anche Gesù non pone imperativi, ma “azioni non finite/direzioni di cammino/ work in progress”.

Un esperto di diritto e di Scritture divine, di orientamento spirituale farisaico, apre la quarta controversia sostenuta da Gesù nel suo insegnamento nel tempio, negli ultimi giorni della sua vita terrena. Lo mette alla prova probabilmente non con intenzioni pregiudizialmente negative, ma per instaurare una discussione accademica che facesse in modo da rendere noto il parere di    quel rabbi galileo di cui tanto si parlava.

Nella selva dei 613 comandamenti, tra positivi e negativi (uno per ogni giorno dell’anno e uno per ogni membro del corpo umano allora conosciuti), enucleati dagli esperti e attribuibili a Dio, anche l’esperto chiede il parere su ciò che viene per primo.

Gli spiriti religiosi più avvertiti erano già giunti a individuare l’amore di Dio e l’amore del prossimo come i comandamenti più importanti/pesanti/qašeh. I capiscuola Hillel e Shammai li avevano già individuati come comandamenti da mettere in pratica per primi, e avevano definito tutto il resto come un loro commento.

Gesù risponde in modo tale da non sorprendere probabilmente l’interlocutore. Ma certo l’abbinamento stretto tra le due “parole” divine è una forte accentuazione inaspettata. Amare Dio con tutta la propria coscienza decisionale/cuore/kardia, con tutte le proprie forze spirituali e psichiche /psychē e con tutta la propria intelligenza indagatrice e perspicace/dia-noia è il comandamento grande/megalē e il (comandamento) primo/prōtē.

L’ebreo Gesù ha infisso profondamente nel suo animo e nel suo cuore la radice “teologica” dei propri atteggiamenti e scelte vitali. Dio è la roccia del suo cuore (Sal 62,3: «Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: mai potrò vacillare»).

Dio è la sorgente, la qualità di vita, la grazia preveniente da cui tutto l’uomo dipende. La grazia e la bellezza di esistere per gli altri, la pro-esistenza, trova lì la propria radice, soprattutto quando si tratta di amare sempre, per primi, anche “i nemici”. La filantropia e il volontariato non possono arrivare a tanto, seppur meritevoli. È necessario lo Spirito del Cuore di Gesù che infonde in noi il suo amore.

L’amore verso il prossimo, allargato oltre ogni confine di appartenenze etniche e religiose – questo era sotto sotto il problema dell’esperto ebreo – è della “stessa qualità/homoia” di quello divino. Il Padre, la sorgente, disseta e alimenta. Il figlio riceve e assorbe gratuitamente e grato. Il resto è contagio e felicità, non comoda certamente – come afferma papa Francesco nel testo che riportiamo di seguito – ma è l’unico segreto della felicità.

«Da questo amore gratuito, tenero e privilegiato nasce e rinasce sempre la vita cristiana. Possiamo chiederci se, almeno una volta al giorno, confessiamo al Signore il nostro amore per Lui; se ci ricordiamo, fra tante parole, di dirgli ogni giorno: “Ti amo Signore. Tu sei la mia vita”. Perché, se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di principi e leggi da far quadrare senza un perché. Invece il Dio della vita attende una risposta di vita, il Signore dell’amore aspetta una risposta d’amore… Ma il Vangelo ci mette in guardia: l’invito però può essere rifiutato… molti… semplicemente “non se ne curarono”: erano distolti dai loro interessi, preferivano avere qualcosa piuttosto che mettersi in gioco, come l’amore richiede. Ecco come si prendono le distanze dall’amore, non per cattiveria, ma perché si preferisce il proprio: le sicurezze, l’auto-affermazione, le comodità… Allora ci si sdraia sulle poltrone dei guadagni, dei piaceri, di qualche hobby che fa stare un po’ allegri, ma così si invecchia presto e male, perché si invecchia dentro: quando il cuore non si dilata, si chiude, invecchia. E quando tutto dipende dall’io – da quello che mi va, da quello che mi serve, da quello che voglio – si diventa pure rigidi e cattivi, si reagisce in malo modo per nulla, come gli invitati del Vangelo, che arrivarono a insultare e perfino uccidere… quanti portavano l’invito, soltanto perché li scomodavano» (papa Francesco, Omelia, 15 ottobre 2017).

 

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