Ezechiele: l’esilio e la promessa

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Nel volume vengono raccolte le folgoranti pagine dedicate al libro di Ezechiele pubblicate come editoriali su Avvenire da Luigino Bruni, noto economista e scrittore, professore ordinario di Economia politica all’Università LUMSA di Roma.

Sono ventotto capitoli che ripercorrono con linguaggio avvincente e molto moderno il libro profetico di Ezechiele, sacerdote e profeta che svolge il suo ministero a Babilonia, durante l’esilio imposto da Nabucodonosor al popolo di Israele a partire dal 598 a.C.

Parola, corpo, silenzio

Il profeta è l’uomo della parola, ma paradossalmente Ezechiele si trova colpito dal mutismo proprio all’inizio della sua attività fra gli esuli. Egli non è padrone della parola. Potrà parlare solo quando il Signore gli comunicherà qualche cosa per il suo popolo. Con le visioni egli è trasportato anche a Gerusalemme, dove può contemplare le scene di idolatria che si compiono proprio all’interno del tempio.

Egli ingoia il rotolo della parola, ma il ritmo della sua vocazione profetica sarà un alternarsi di silenzio e di parole. Egli si trova ad essere sentinella del suo popolo, parlando in pubblico per allargare i confini della fraternità, custodendo in tal modo Abele e presentandosi come anti-Caino. Come sentinella sta sulle mura non per intercettare i nemici, ma per ascoltare una parola diversa da trasmettere al suo popolo.

Tipico di Ezechiele è il fatto di trovarsi a trasmettere la parola con tutto il proprio corpo e la propria carne, con azioni simboliche che, accompagnate al mutismo, gli attirano i motteggi del popolo che lo scambiano per un saltimbanco e un attore. Egli profetizza invece la tragica sorte che toccherà a Gerusalemme. Sarà ridotta, dalla fame dell’assedio, a razionare il cibo e a cuocerlo su escrementi di animali.

Ezechiele non è solo mediatore tra Dio e l’uomo, ma è un messaggio fatto carne. Un simbolo che tiene unito cielo e terra, un uomo che sta contemporaneamente dalla parte di Dio e del suo popolo. Disegna una  città assediata, giace su un fianco per trecentonovanta giorni e per quaranta giorni sull’altro, incarnando in tal modo l’esilio di Israele e quello di Giuda. Mangerà e berrà in modo razionato mentre sarà disteso sul fianco e infine si taglierà barba e capelli, dividendoli e disperdendoli al vento. Una parte sarà però legata al suo mantello. Tra il mantello e il cuore. Il “resto”. La profezia è un luogo dove trova riparo un resto durante le grandi crisi, gli assedi e gli esili. I profeti creano così un poco di spazio per seminare il futuro.

Idolatria

Il profeta ha parole durissime contro l’idolatria, le infedeltà del popolo consumate sulle alture, dove gli idoli sono ladri religiosi che sottraggono all’uomo la sua dignità e lo riducono ad essere un servo. Un resto tuttavia rimarrà vivo e si ricorderà del Signore. Un verbo al futuro («si ricorderanno di me»): si ricorda nel deserto, nei campi di mattoni, nell’esilio, e si ricorda per poter continuare a credere nella promessa che deve venire e verrà […] «È imparando a ricordare che si inizia a risorgere» (p. 41).

Quando Ezechiele contempla in visione l’idolatria consumata a Gerusalemme verso divinità maschili e femminili, prega intensamente YHWH di salvare almeno un resto. Egli è l’uomo della seconda preghiera, dopo che la prima risposta non aveva salvato nessuno. Il profeta è colui che solo può mediare tra cielo e terra, non un’altra divinità. Sta qui il grande umanesimo della Bibbia. Gettato «con la faccia a terra», il profeta intercede nel posto più spirituale dato all’uomo. La terra appunto.

Il resto “vero” e il tempio mobile

Dire chiaramente chi era il resto di Israele, chi erano i veri ricchi – non quelli che disprezzano i poveri – tra coloro che erano rimasti a Gerusalemme e che pensavano che la terra fosse data a loro, mentre disprezzavano come puniti da Dio e maledetti coloro che erano andati in esilio, è stato un grande impegno per Ezechiele. I profeti mettono in crisi le banali e facili religioni del merito e della colpa e ci mostrano un’altra idea di povertà e di giustizia.

Bellissima e di enorme importanza l’affermazione di Ez 11,16: «Dice il Signore Dio: Se li ho mandati fra le nazioni, se li ho dispersi in terre straniere, nelle terre dove sono andati io sono diventato il loro santuario» (11,16). Anche Geremia aveva detto che il cesto di fichi buoni non era quello rimasto in patria ma quello deportato a Babilonia (Ger 24,1-2).

I profeti rompono gli schemi teologici e danno voce alla parte maledetta del mondo, «e ci ricordano che, se c’è un Dio vero, questo va cercato prima di tutto nei mucchi di letame nei campi dei deportati, tra gli esiliati, tra gli scartati e i maledetti» (p. 54). Lì lo possiamo trovare, dopo averlo cercato magari in luoghi ben conosciuti.

Un popolo esiliato, senza tempio, riceve da YHWH l’assicurazione che egli sarà per loro un tempio: la sua presenza sostituirà il tempio che non esiste più. Dio non può essere confinato in un luogo, non abita solo i luoghi sacri, perché la sua casa è la terra intera e non solo la terra promessa. «Dio è più grande del culto religioso con cui lo veneriamo. È diverso e più grande dei nostri sacrifici, delle nostre liturgie, perché è un Dio laico (che vive in mezzo al popolo). Un messaggio immenso ancora oggi» (p. 55).

Il popolo esiliato capì, grazie a Ezechiele, che lì, in mezzo a divinità straniere, nulla mancava a loro: smarriti, disperati, capirono che non erano maledetti né abbandonati, ma che erano stati condotti nel deserto per celebrare una nuova alleanza, una nuova festa, una nuova Pasqua. L’esilio di Israele fu un ritorno alla tenda mobile dell’arameo errante, al loro Dio nomade come il suo popolo che, spostandosi, può farsi compagno di strada di ogni uomo e di ogni donna della terra, di tutti «quelli della via» (cf. p. 56).

Anche agli esiliati di oggi possiamo ripetere le parole di Ezechiele, parole di salvezza e non di condanna. I poveri non sono maledetti. Le religioni e le comunità possono essere amiche dei poveri, dismettere i vestiti meritocratici disegnati dagli uomini e poi appiccicati alla divinità senza chiedere loro il permesso. «I profeti continuano a essere custodi dell’uomo e custodi di Dio. Noi, testardi, tentiamo di manipolare Dio e gli uomini; e i profeti, più testardi di noi, continuano a custodirli» (p. 57).

Senz’anima, falsa gratuità

Nonostante non sia compreso, Ezechiele continua a compiere segni su ordine di YHWH. Annuncia il fallimento prima che venga l’esperienza; fà il bagaglio dell’esiliato e, di sera, esce attraverso il foro praticato nel muro. Tale sarà il destino del popolo da lì a poco. Questo segno meraviglioso non sarà l’annuncio del ritorno in patria – come dicevano i falsi profeti – ma dell’esilio di chi è rimasto in patria, a Gerusalemme.

Ezechiele mangia il pane e beve l’acqua con mano tremebonda e con angoscia: sta arrivando il tempo dell’esilio per gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme. Ezechiele diventa ciò che rappresenta. Non ripete un copione come i falsi profeti. Diventa un tutt’uno col suo messaggio di verità. Le parole più sante sono quelle pronunciate dal suo corpo tremolante e ferito.

I falsi profeti sono invece i profeti che hanno perso l’anima, pur conservando la tecnica e il mestiere. La più grande corruzione non è profetizzare per denaro, ma farlo senza aver avuto visioni, «seguendo il proprio spirito» e non seguendo più l’altro spirito che gli parlava e le cui parole lui o lei riferiva. Un vero profeta parla solo quando sente la voce ispirarlo, quando una parola gli è «rivolta», altrimenti sta zitto anche per molto tempo.

I falsi profeti non cambiano spirito per tornaconto o guadagni, «ma per assecondare una forma di amore-gratuità senza verità. Come esiste una falsa profezia, esiste anche una falsa gratuità, quella non accompagnata dalla verità su di sé» (p. 71). Il profeta esprime il virgolettato di Dio e non quello del proprio spirito. I falsi profeti non stanno sulle brecce per ricostruire, ma per fare business approfittando dello smarrimento della gente, intonacando di false illusioni e vane speranze un muro che avrebbe bisogno invece di essere rifatto totalmente.

Responsabilità personale e amore incondizionato, ma tradito

Ezechiele condanna l’idolatria pubblica praticata a Gerusalemme, ma stigmatizza anche quella vissuta nel privato a Babilonia, grazie ad amuleti e a statuette pregate e adorate nel segreto. Ezechiele conosce questa corruzione intima e segreta, perché sa vedere dentro il cuore delle persone, forse la vede nei loro occhi.

Immensa è poi la portata del messaggio del c. 14 sulla responsabilità personale delle azioni, delle colpe e dei meriti. Ognuno è responsabile individualmente del bene e del male che fa, e in tal modo l’uomo può essere più grande del destino scritto nei propri geni e nel proprio passato. La responsabilità morale e spirituale delle azioni è personale e la gioia per i successi dei figli può essere accompagnata talvolta dal dolore per i loro sbagli. La loro libertà è una soglia che non si riesce e non si deve oltrepassare. Con la nostra impotenza e depotenza, diamo loro la possibilità di diventare madri e padri di figli che forse diventeranno migliori di loro e anche di noi stessi.

Ez 16 ci consegna una pagina di grande bellezza, espressa anche con linguaggio talvolta crudo. YHWH non ha stipulato un contratto commerciale con Israele, ma ha stabilito un patto gratuito con una bambina gettata via per strada appena nata, e poi cresciuta e amata fino alla maturità, fino a farla propria sposa. YHWH ama con un amore «gratuito ma non disinteressato, è incondizionato nella sua scelta ma condizionato dalle nostre risposte e tradimenti, è liberissimo e geloso» (p. 85).

Forse camminando per le vie di Babilonia dove erano presenti delle prostitute, Ezechiele vedeva in esse veramente Gerusalemme. Egli innalza un canto di dolore di un vero sposo tradito spudoratamente. Gerusalemme si è venduta come una prostituta, ha pagato addirittura i suoi amanti; non aveva necessità economiche per doverlo fare.

Ezechiele esprime un vero dolore di Dio per il popolo che lo tradiva. YHWH ha eletto senza merito la vite di Israele, che diventa pianta regina solo per la cura del vignaiolo. Ma essa si è depravata, ridiventando quello che era all’inizio, un legno abbastanza inutile, buono solo a essere bruciato. Non abbiamo meriti, ma viviamo solo per l’amore elettivo di YHWH. I profeti hanno difeso la radicale gratuità della vita. «Perché noi potessimo sentirci più amati di quanto meritiamo e demeritiamo» (p. 89).

Profezia economica ed economia «teologica»

L’economista Bruni gioisce più volte nel sottolineare come l’economia sia un elemento molto presente e apprezzato nella Bibbia. Ezechiele denunzia con oracoli forti le superpotenze economiche Babilonia ed Egitto (le due grandi aquile). Stigmatizza la ricchezza di Babilonia fondata su interessi del 20% sul denaro e del 33,3% sul frumento. Quando l’economia diventa monetaria – nota Bruni –, il rapporto con il denaro è decisivo per la vita e, secondo Ezechiele anche per la fede.

Israele vede le conseguenze dell’usura praticata dai potenti e capisce che impedirla significa non permettere che l’uso del potere crei rendite per i più forti a scapito della parte più fragile del popolo. «La profezia è sempre profezia economica, non resta mai soltanto “religiosa” e di culto – e quando lo diventa, si trasforma in falsa-profezia» (p. 95). Per questi motivi la Torah ebraica contiene una legislazione speciale e unica, che dà importanza centrale ai debiti, ai prestiti e agli interessi (cf. il giubileo).

Israele vietò l’usura e gli interessi sul denaro per esaltare gli interessi dei poveri e la giustizia di Dio. «La diversità teologica divenne immediatamente diversità etica e quindi economica» (p. 96). Il denaro ha una tremenda ambivalenza. «Un popolo con un Dio diverso da tutti gli altri produsse una unica e diversa etica economica e finanziaria. In quell’impero idolatrico ed economico-finanziario Ezechiele capì che una delle lezioni teo-antropologiche che quel grande dolore stava donando a quel gruppo impaurito e scoraggiato di esuli era la comprensione della natura religiosa del denaro, talmente religiosa che diveniva il materiale degli idoli, ma anche il primo mattone della costruzione della prima nuova casa» (pp. 96-97).

«Le azioni economiche – sostiene Bruni – non sono soltanto etica: sono teologia. Sta anche qui la grande serietà dell’economia. La giustizia socio-economica ha la stessa natura e dignità del culto religioso» (p. 97). I profeti fanno vedere la corda che lega YHWH all’economia: «… tradiamo l’alleanza e moriamo sia venerando Baal sia angariando il prossimo con prestiti usurai e con contratti ingiusti. Moriamo nell’anima diventando idolatri, moriamo nell’anima usando il nostro potere economico contro i poveri» (ivi).

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Idolatria popolare e fedeltà unilaterale

Ezechiele rivela la radice dell’idolatria popolare, semplice, naturale, che vede il sacro nei fenomeni naturali, nel mistero della vita che muore e risorge, nel sole e negli astri del cielo. Sugli altari delle alture cananee il popolo eletto adorava YHWH, che era stato abbassato allo stato di dio delle alture, un dio come quelli di tutte le altre nazioni circonvicine. Per questo Ezechiele risponde negativamente alla domanda di costruire un tempio a Babilonia. Nega la legittimità della domanda. Dio non può essere ridotto a un idolo. Dio è capace di una fedeltà che non incontra reciprocità, per amore del suo nome e perché questo non sia profanato.

YHWH è capace di perdono e di fedeltà unilaterali. Per suo dono lo possiamo essere anche noi. YHWH ha eletto Israele di fronte alle nazioni. Mantiene la sua fedeltà anche di fronte ad esse. Noi possiamo perdonare e mantenere la fedeltà anche in modo unilaterale per amore del nostro nome e dei nomi delle persone legate a quella alleanza. «Quando viene a mancare il primo “tu” possiamo provare ad essere fedeli in nome di altri “tu” presenti nella nostra vita, e anche scoprendo in noi un nome più vero che non conoscevamo. Lo possiamo fare, qualche volta lo abbiamo fatto, fa parte del nostro repertorio umano, perché siamo più grandi della nostra felicità» (p. 105).

Shabbat e giustizia sociale

Oltre che attore, saltimbanco e mago, Ezechiele deve essere apparso ai suoi ascoltatori come un piromane quando, in occasione di un incendio, egli annuncia ancora la distruzione di Gerusalemme. È profeta nel suo corpo: piange, soffre e geme in un lamento funebre prima della catastrofe (21,11-12). Egli è un mendicante di credito e di fiducia.

Ezechiele non si sottrae a una diagnosi della rovina del suo popolo: è la naturale conseguenza di una corruzione teologica diventata corruzione morale e sociale (22,4.7-8). In Gerusalemme si disprezza il padre e la madre, si maltratta il forestiero e si opprime l’orfano e la vedova; si profana il sabato.

Per il profeta c’è un nesso logico e tremendo fra i comandamenti teologici e quelli sociali. «La Torah e i profeti proteggono il forestiero perché sanno che i popolo naturalmente non lo farebbe, quindi perderebbe l’anima e la benedizione di YHWH, che è un Dio diverso e vero anche perché accoglie e protegge lo straniero» (p. 118).

La pietra angolare di questa legislazione era l’esperienza degli ebrei in Egitto. Siccome gli ebrei non furono rispettati dagli egiziani, sono chiamati al dovere teologico ed etico di essere diversi, generosi e accoglienti verso i forestieri. «Sono queste catarsi intemporali il fondamento delle buone norme: l’esperienza e il ricordo passati di un diritto negato diventano la ragione per riconoscere oggi quel diritto a chi si trova in una condizione simile (pp. 118-119). «Le civiltà progrediscono – annota ancora Bruni – quando l’esercizio della memoria non produce rancore o vendetta ma pietas e desiderio di ridurre la sofferenza nel mondo» (p. 119).

Lo shabbat segna la sacralità del tempo in uno spazio diventato tutto profano per Israele in esilio. L’u-topia del tempio generò l’u-cronia dello shabbat. Esso è il tempio mobile, è il tempio del tempo, dove il linguaggio per parlare con Dio non sono gli animali, ma «rapporti sociali e cosmici diversi perché segno e sacramento di quella fraternità universale che un giorno sarebbe arrivata anche agli altri sei giorni della storia» (p. 120).

Israele ha salvato lo shabbat attraverso i millenni e lo shabbat ha salvato Israele. Esso è il dispositivo di custodia delle relazioni sociali e cosmiche. Tiene viva la memoria di una socialità e di una terra diverse. Senza il dono del settimo giorno il respiro della terra è il respiro dello straniero umiliato. Dio si fermò il sesto giorno, nel numero dell’imperfezione, «per lasciarci indigenti di pienezza e genitori di possibilità. Sta in questo valore dell’incompiutezza il senso di una delle attività (melachot) che la Legge ebraica proibisce nello shabbat: “dare l’ultima mano per terminare il lavoro”. Lasciare incompiuto un lavoro è simbolo della buona incompiutezza della vita» (p. 121). Non siamo noi a dare l’ultima mano alla nostra esistenza.

Le donne, il sangue innocente e «la delizia degli occhi»

Raccontando la storia di Israele e di Giuda come quella di due sorelle che si sono prostituite e che sono state sposate da YHWH (c. 23), Ezechiele ci insegna a vedere le vittime, le donne, le ultime, in tante pagine della Bibbia. Vittime di un mondo di maschi e di potenti. Terribili le parole con cui si descrivono le punizioni loro inflitte (23,25). Ma questo deve portarci a dire “mai più” e a far sì che l’esercizio fatto nella lettura biblica diventi immediatamente anche civile ed etico. La forza della parola ci fa cambiare lo sguardo. Nessun pessimismo antropologico nei profeti. Educhiamo gli occhi dell’anima: «E, guardandolo, lo amò».

Alla vigilia della tragedia, a Gerusalemme si banchetta con pasti grassi, illusi dai falsi profeti. Ezechiele accusa la città di esser sanguinaria e di aver lasciato scoperto per sempre il sangue (24,7). L’odore del sangue innocente va riconosciuto con tremore.

In quel frangente, a rafforzare la profezia sulla tragedia di Gerusalemme, a Ezechiele viene annunciata la morte della moglie, la «delizia dei suoi occhi». Tale era anche Gerusalemme per Israele (e per YHWH).

Ezechiele ora parla non solo col suo corpo, ma anche «tramite la carne di un suo rapporto primario: quello sponsale» (p. 134-135), un corpo più grande del suo. «Qui, per la prima volta, Ezechiele profetizza con un’altra carne: quella di un rapporto» (p. 135). Anche il sangue sponsale diventa sangue esposto e resta scoperto nella Bibbia, perché, anche qui, impariamo a riconoscerne l’odore. Ripensando alla sua vocazione, Ezechiele ha perso il controllo dei suoi beni, perché diventano tutti compito, destino e messaggio. Con la vedovanza Ezechiele perde anche la voce, diventa muto. Ezechiele è tutto voce di Dio, ma è tutto voce e carne di uomo, come noi. «Tu sospira in silenzio», gli vien detto nel suo lutto strozzato (24,17). Tutte le parole, anche quelle di Dio, smettono di parlare. «Continua a sfiorare l’eternità, sperando di toccarla alla fine con un salto più alto» (p. 138).

L’idolatria economica e l’albero cosmico

Nei cc. 25–32 sono raccolti numerosi oracoli contro le città. In essi si denuncia la radice idolatrica della ricchezza, il suo alimentare il senso dell’autosufficienza. Si veda in 28,2 il giudizio sulla metropoli di Tiro, hub economico-strategico per tutto l’Oriente.

Nuova è l’interpretazione data nel c. 28 del peccato dell’Eden: fu un peccato economico, di disonestà nei commerci (cf. 28,15-16.18). Per Ezechiele «l’uomo fu espulso dal paradiso per un rapporto sbagliato con i commerci e con l’economia, furono traffici sbagliati a “profanare i santuari”. Un’affermazione che fa tremare i polsi» (p. 145).

Guardando a Babilonia, Ezechiele vede che la tentazione non nasce dal serpente, ma dalla seduzione del denaro. Caino uccise il fratello non per l’invidia dello status ma per invidia economica e «la disobbedienza a Dio non consisteva nel mangiare il frutto dell’albero proibito, ma nell’insaziabilità dell’avarizia. Ezechiele non trovò allora un linguaggio più potente di quello dell’economia per descrivere il rifiuto da parte dell’uomo del progetto di armonia e di amore pensata per lui da YHWH […]. Sbagliare il rapporto con l’economia significa allora sbagliare il rapporto con noi stessi, con gli altri, con la creazione, con Dio» (ivi).

I detti sull’Egitto si chiudono con un canto funebre (c. 32) dove troviamo uno dei pochi riferimenti dell’Antico Testamento alla vita dopo la morte. La bellezza e la potenza dell’Egitto è esaltata attraverso la bella e suggestiva immagine dell’albero cosmico. La tradizione francescana (Il Lignum vitae di san Bonaventura e di Ubertino da Casale) volle far coincidere l’albero della croce con l’albero della vita dell’Eden. Fissando i nostri crocifissi – osserva Bruni –, «nessuno ci deve togliere la speranza di vedere un giorno quei bracci di legno fiorire, e così poter accorgerci che, senza saperlo, mentre gridavamo l’abbandono, eravamo in realtà appoggiati sull’albero della vita» (p. 154).

La regola aurea dell’anello debole. La profezia laica

Il profeta ha una speciale solidarietà, di tipo giuridico, verso gli uomini, specialmente nei riguardi dei peccatori. Se essi muoiono senza che il profeta li abbia messi in guardia, dovrà render conto – rispondere – a YHWH per lui (33,8). È una responsabilità vicaria.

Quando giunge la notizia della presa di Gerusalemme (33,21-22), Ezechiele recupera la parola e denuncia la falsa certezza presente nei superstiti rimasti a Gerusalemme di essere i nuovi Abramo, detentori della terra promessa, i veri continuatori dell’alleanza, mentre gli esiliati erano considerati maledetti e ripudiati. Ezechiele deve annunciare che quelli rimasti a Gerusalemme non sono il “resto” ma puri “superstiti”.

Anche agli esiliati il profeta rivolge una parola vera e dura. La gente si reca da Ezechiele ma ascolta le sue parole come una bella musica. «Si scompiacciono di parole, ma poi perseguono ingiusti guadagni: sono solo consumatori di parole profetiche intese come beni di comfort. Ancora la prassi economica come test di verità del cuore: è sempre sorprendente la dignità che i profeti attribuiscono all’economia!» – annota compiaciuto Bruni (p. 161).

La laicità della profezia si dimostra anche nel c. 34, dedicato ai pastori di Israele. Qui si usano categorie dell’economia e della politica per descrivere il welfare, l’attenzione che si deve avere per l’anello più debole della catena. Essa è una regola aurea dell’economia vera e sana. La robustezza di una catena dipende dalla resistenza dell’anello più fragile. Il pastore deve essere attento ai più deboli. «Il welfare non è altro che la traduzione matura dell’umanesimo del buon pastore» (p. 166).

Bruni sottolinea con forza come vada combattuta la cultura della leadership di matrice aziendale, basata sull’efficienza e sulla meritocrazia, che è entrata nella sfera politica e civile (al Pronto Soccorso sarà curato solo chi merita di esserlo?).

La laicità della profezia non trova argomenti più “religiosi” dell’economia e della politica, parole umilissime come quelle del mestiere di pastore, per innalzare il de profundis più tremendo dell’identità religiosa di Israele. Un raggio di sole penetrerà tuttavia il paesaggio desolato: YHWH in persona assumerà il mestiere di pastore, attraverso il suo servo messianico Davide. Dentro la tragedia, il profeta riannuncia la promessa di una nuova alleanza di pace che includerà animali, alberi e l’intera creazione.

La Pentecoste dell’Antico Testamento. Gog e Magog

Per porre fine a un esilio non basta il ritorno in patria. Non sono sufficienti i riti di purificazione, pur promessi come attuati da YHWH. Non basta il maquillage, ma sono necessari un’altra terra promessa, una nuova chiamata, un nuovo grande sogno. Serve un cuore di carne al posto del cuore di pietra, serve uno spirito nuovo (cf. 36,26). I beni e i prodotti dei campi saranno moltiplicati, non si soffrirà più la vergogna della fame. «La fame è una vergogna». Parole da affiggere all’ingresso di ogni istituzione per lo sviluppo umano, annota Bruni. Ancora una volta il linguaggio dell’economia e della prosperità esprime la benedizione e la vita nuova. I «profeti hanno solo le parole della vita per parlare di Dio, perché sono molto più laici di noi» (p. 177).

Potente la scena descritta nel c. 37. Una valle piena di ossa aride diventerà un popolo rinnovato grazie alla parola profetizzata da YHWH tramite Ezechiele che radunerà i resti in organismi completi e li vivificherà tramite l’immissione dello spirito di Dio. È una vera e propria risurrezione del popolo tornato dall’esilio. L’organismo non può vivere senza lo spirito essenziale (37,9-10). «Queste ossa che tornano a vivere sono la Pentecoste dell’Antico Testamento» (p. 183).

Tentando un’attualizzazione, Bruni ricorda come anche oggi ci sia bisogno di profeti veri, sopravvissuti alla persecuzione, che rianimano le comunità morte. All’inizio esse saranno scheletri ordinati, poi a poco a poco rinasceranno carne e nervi e arriverà lo spirito. Occorrono non solo persone, ma vocazioni, ci sono racconti ma non racconti carismatici, ci sono parole ma senza il verbo che le collega, ci sono opere ma manca il soffio vitale; ci sono progetti ma mancano i sogni grandi; ci sono preghiere ma non sanno parlare. Serve una risurrezione, non la riesumazione di Lazzaro. Serve un profeta vero che, «tornando alla prima valle della prima vocazione ora diventata valle di ossa, riesca a invocare lo spirito e questo, docilmente, arrivi. Alcune di queste invocazioni si chiamano riforme» (p. 186).

Gog e Magog, simboli del male, saranno sconfitti e ci si riscalderà con le armi bruciate (39,9-10). È il sogno di trasformare le imprese che producono armi in imprese che impiegano la tecnologia per le arti della pace.

Bruni denuncia il fatto che l’Europa «ha immaginato molti Gog e Magog inesistenti; ma qualche rara volta Gog e Magog sono arrivati davvero. Hanno distrutto, bruciato, impiccato i bambini, sono stati nube oscurissima che ha coperto il cielo. Abbiamo urlato, siamo morti tutti. Ma poi siamo stati capaci di risorgere, tutti insieme» (p. 193). Il male non viene da lontano, da dietro il muro di Alessandro. Abita in mezzo a noi. Ma la prima radice dell’uomo non è marcia, è radice buona. L’orizzonte più vasto è quello del bene. «È questo il dono immenso che la Bibbia ci sta facendo da tre millenni: credere nella vita. Nonostante tutto» (p. 194).

Un tempio risorto

Nel 573 a.C., nell’anno venticinquesimo della deportazione, Ezechiele ha la visione della risurrezione del tempio (cc. 40–42). Egli è un esiliato in una terra senza tempio ma non senza Dio, servitore di un Dio sconfitto ma ancora vero. Riceve la visione quasi come un premio alla sua fede, conservata pura senza il tempio. Immerso nel caos, l’uomo primitivo e antico godeva nel tempio l’instaurazione dell’ordine, la separazione tra sacro e profano, e con l’entrata in esso l’immersione in un altro tempo. Per Israele il tempio era un nuovo Sinai. Ezechiele vede tornare a Gerusalemme la gloria di YHWH, che produce la teofania della prima visione.

L’esperienza della presenza di Dio liberata dal perimetro della sua casa fu un’esperienza che segnò profondamente l’anima collettiva del popolo e cambiò per sempre la natura dell’esperienza religiosa. Ezechiele descrive il nuovo tempio, fornendo particolari precisi sulle sue dimensioni, ma a lui non interessa disciplinare il culto, i sacrifici, l’abbigliamento, le regole sui matrimoni e le norme sulla purità dei sacerdoti (queste saranno aggiunte dai redattori finali del libro).

Il tempio di Ezechiele è mistico, un tempio risorto, immagine della nuova Gerusalemme celeste. Il profeta non descrive arredi e manufatti degli artisti. «La sua visione del tempio è teologia, non è etica, è eskaton, non è storia» (p. 206). Una scuola di scribi postesilici emendò il libro di Ezechiele facendone una Magna Charta per la ricostituzione del nuovo tempio, diventando da profezia «una autorevolissima legittimazione delle nuove norme religiose: così la profezia divenne religione» (ivi).

Ritornati in patria, gli israeliti ritornarono a peccare e così i discepoli di Ezechiele emendarono le profezie originarie per trasformarle in norme utili a gestire la religione di un popolo tornato corrotto. Ezechiele aveva scritto versi stupendi sull’universalismo e sull’inclusione degli stranieri. Il Terzo Isaia aveva permesso l’accesso al tempio perfino agli eunuchi (Is 56,4-7). La normalizzazione della profezia si fa rigida: «Così dice YHWH: nessun straniero, non circonciso di cuore, non circonciso di carne, entrerà nel mio santuario, nessuno di tutti gli stranieri che sono in mezzo a Israele» (Ez 44,9). In buona fede, si fece un’esegesi ideologica del profeta.

Un altro esempio può essere visto nei sacrifici. Non amati dai profeti, la regolazione dei sacrifici trova invece ampio spazio nella “normalizzazione” di Ezechiele (43,19.25). I sacerdoti dipendevano dai sacrifici per vivere e si diede inizio all’«industria del tempio» (p. 209). Prima e dopo Gesù, essa «uccide i profeti in quanto annunciatori di una “oikonomia della grazia” e della misericordia gratuita che mette radicalmente in crisi la loro “economia della salvezza” basata sui sacrifici e sui loro prezzi necessari. I sacrifici del tempio hanno valore solo se hanno un prezzo; la grazia annunciata dai profeti ha invece valore proprio perché non ha prezzo. E nel dirci che la salvezza vera ha un valore infinito perché è senza prezzo, i profeti annullano il valore dei prezzi delle merci religiose dei sacrifici. I profeti liberano le colombe dagli altari del tempio. Le fanno volar via, trasformandole nell’icona dello Spirito libero e gratuito» (pp. 209-210).

Tasse, interessi e feste

Nel c. 45 si torna a parlare delle tasse e delle imposte. I «profeti sanno che queste umili parole profane dell’economia sono quelle con cui si scrivono la dignità o il disprezzo dei poveri. Se la fede vuol parlare parole di vita, allora Dio deve imparare anche la lingua dell’economia» (p. 211).

Vari principi economici e fiscali presenti nella Bibbia sono unici a causa della diversità e dell’unicità del popolo ebraico e della sua religione speciale. Basti pensare allo shabbat, che traduce la liberazione dal faraone in liberazione dalla schiavitù del tempo, del lavoro, della necessità, della gerarchia e degli status sociali.

Il divieto dei prestiti a interesse, altra eccezione biblica, è l’incarnazione economica di un teologia della liberazione dove il povero non deve diventare, per insolvenza, schiavo del suo creditore. Le tasse vanno lette insieme allo shabbat, al giubileo, alla spigolatura, all’Egitto e al mare aperto. I profeti difendevano i poveri dagli abusi dei potenti civili e religiosi. Ai prìncipi YHWH dice “basta”: «Così dice YHWH: basta prìncipi d’Israele, basta con le violenze e le rapine! Agite secondo il diritto e la giustizia; eliminate le vostre estorsioni dal mio popolo» (45,9).

Le imposte dovute al tempio, destinate quindi ad alcuni beni pubblici essenziali per la vita del popolo quale il funzionamento del tempio, non erano comunque pesanti, rispetto ad altri paesi: 1,66% di ogni efa di frumento e orzo, e 0,5% per il gregge. La decima era la metà di quanto dovuto in Egitto (Gen 47,24.26). La terra promessa si riconosce anche dalla sua giustizia fiscale e redistributiva, e deve essere diversa dalla terra della schiavitù.

Le tasse erano destinate al funzionamento del tempio ma anche alla celebrazione delle grandi feste. Oggi – denuncia amaramente Bruni – il capitalismo sta eliminando le feste (sovversive per loro natura di spreco inutile di gratuità) per sostituirle con mille forme di divertimento prevalentemente individuali. La festa invece ha valore simbolico. «Non si sopravvive agli esili e alle persecuzioni collettive senza la capacità di far festa, e senza far festa insieme, perché le feste sono la radice e la pre-condizione di ogni bene comune e pubblico» (p. 215).

«Le tasse, quindi, erano il principale mezzo per la fornitura dei beni pubblici e non erano, quindi, un prelievo di ricchezza per riempire le casse private dei prìncipi (46,18)» (p. 216). Nel libro di Ezechiele le tasse sono chiamate «offerte votive».

Le imposte erano il principale modo con cui le persone restituivano a Dio e alla comunità una parte della ricchezza che avevano ricevuto. «Le decime e la quasi totalità delle imposte si pagavano solo sui prodotti agricoli. Tutto è grazia, tutto è provvidenza, ciò che siamo e abbiamo è prima e soprattutto dono e gratuità. Le tasse erano quindi espressione della regola aurea della reciprocità» (ivi). La Bibbia e i profeti ci ricordano il senso della provvidenza e della gratitudine. Oggi invece si vivono le tasse come usurpazione, abuso, pura coercizione.

Bruni ricorda però: «Il patto fiscale, il cuore di ogni patto sociale, si può scrivere e vivere solo all’interno di questo orizzonte di reciprocità e di provvidenza che precede il merito e gli incentivi» (p. 217). Non siamo nati per meriti, siamo circondati da gratuità. Sopra e prima del nostro impegno c’è stata e c’è tanta provvidenza, molto dono, infinita generosità. «Sono queste le umili verità laiche che ci ricordano e ci donano i profeti», rammenta lo studioso (p. 218).

Acqua laica e lavoro per tutti

Il libro di Ezechiele si conclude con la potente visione dell’acqua che sgorga abbondante dalla soglia del tempio e con il suo fluire sempre più largo e profondo porta fecondità meravigliosa anche in terra di salsedine e morte come l’Araba (c. 47). Sulla fecondità donata da Dio si innesta il lavoro degli uomini, in questo caso quello dei pescatori. Il grande quadro delle acque e della vita culmina con l’uomo e il suo lavoro (47,10). Senza uomini e donne che lavorano, il miracolo delle acque non è pieno. «Ma al culmine troviamo l’uomo, e infine il lavoro. Questo è l’umanesimo biblico, questo è il canto dell’Adam, che come apice di una manifestazione cosmica di Dio pone dei lavoratori, dei pescatori che stendono reti. Altri pescatori, qualche secolo dopo, porteranno l’acqua dello spirito su tutta la terra» (p. 223).

«Il tempio-sorgente, immerso nelle acque che generano un fiume che inonda, feconda e vivifica il mondo è tra le pagine più belle di tutta la Bibbia», commenta Bruni (p. 223). Questa pagina dice passato e futuro insieme: bereshit ed eskaton, Genesi e Apocalisse.

L’acqua non è fatta per essere conservata e consumata nel tempio, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. «L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio sia luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova fuori del tempio» (p. 224). «Le religioni e le comunità spirituali possono continuare a generare acqua viva e a dissetare la gente se vincono, con la castità, la tentazione perenne di bere l’acqua che da essi nasce» – attualizza Bruni (ivi).

Il tempio con le grandi acque è una grande eredità spirituale di Ezechiele, un messaggio che attraversa tutte le Scritture (Sir 24,30-31; Ap 22,1-2, dove l’acqua non sgorga dal tempio – inesistente – ma dal trono di Dio e dell’Agnello). Il tempio scomparirà a favore di «un incontro immediato con l’acqua viva. In questo mondo nuovo l’“albero della vita” non si trova più nel giardino dell’Eden, ma cresce in mezzo alla piazza della città. Una frase meravigliosa. La piazza sarà il nome nuovo del tempio. È questo il grande cantico della laicità biblica: sorella piazza, fratello ufficio, sorella fabbrica, fratello lavoro. Sorella acqua. Quando tutto ciò in pienezza? “Sì, vengo presto” (Apocalisse 22,20)» (p. 226).

La terra e gli stranieri

La visione della spartizione della terra, con i principi dell’equità e dell’uguaglianza, ricorda che «per i profeti la terra promessa non appartiene al regno della quantità, ma a quello dello spirito e quindi della qualità» (p. 229). La Legge è più rigida verso gli stranieri, i profeti sono più inclusivi. Includono ed equiparano. Diversamente da Dt 23,3-4, Ez 47,21-22 afferma infatti: «Vi dividerete questo territorio secondo le tribù d’Israele. Lo distribuirete in eredità fra voi e i forestieri che abitano con voi, che hanno generato figli in mezzo a voi; questi saranno per voi come indigeni tra i figli d’Israele».

Illuminante la riflessione di Bruni su questa problematica, molto attuale: «Dal dialogo, confronto e scontro tra la Legge e i profeti nascono le regole concrete e mutevoli della convivenza civile, che non potranno che essere disumane e ingiuste se e quando nel dibattito civile mancano le ragioni diverse dei profeti – o quando vengono zittiti, uccisi o convertiti» (p. 230). La parte della terra riservata ai discendenti di Levi non può essere fatta oggetto di compravendita. «Qui la terra non segue le regole della domanda e dell’offerta, e così, grazie a questa striscia diversa, tutta la terra resta ancora promessa anche se già raggiunta. Questa terra non è la terra del contratto perché deve ricordare il patto» (p. 230).

La città: «Là è YHWH»

L’ultima visione di Ezechiele riguarda la nuova Gerusalemme: «Le porte della città porteranno i nomi delle tribù d’Israele (48,31). Il libro poi si chiude con questa frase: «La città si chiamerà da quel giorno in poi: “Là è YHWH”» (48,35).

Dopo aver parlato tanto di visioni, di angeli e di cielo, Ezechiele termina il suo libro con la visione di una città. Iniziato con visioni divine, il libro termina con «una laica e umile parola: “città” […]. Un messaggio stupendo per chi, come noi, non vede cieli aperti, non ha visioni, ma vuole e deve guardare la città, la sua politica, la sua economia, la sua gente, e lì trova il suo paradiso […]. I profeti ci raccontano le loro visioni perché possano diventare nostro patrimonio e sostegno mentre conduciamo le loro stesse battaglie senza sentire “così dice il Signore”. Sta qui una strana ma reale eredità: continuare le loro lotte senza avere la loro luce genera una vera fraternità tra noi e i profeti» (p. 232).

Un libro davvero affascinante questo di Bruni. Egli unisce attenzione amorosa per il testo biblico, competenza variegata e cura delicata e molto concreta per l’uomo del nostro tempo, per la sua vita religiosa, sociale ed economica.

Colpisce il suo approccio alla Bibbia: molto corretto a livello esegetico e teologico, ma fedele a una visione olistica dell’uomo, contemplato con occhi di fede e di sana laicità. Con l’autore speriamo anche noi che l’umanesimo biblico possa ancora fecondare di equità e di fraternità i giorni che il Signore darà agli uomini di trascorrere sotto il sole e sotto la sua grazia.

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