Il Gesù storico

di:

gesù

L’autore, dottore in Liturgia e in sacra Scrittura, ha insegnato a Roma e a Padova e ha collaborato alla traduzione della Bibbia CEI (2008) e del Messale italiano (2020). È stato consultore della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti.

In questo libro, dalle dimensioni ridotte ma ricco di spunti, egli vuole introdurre il lettore in modo semplice ma ricco di dati alla possibilità concreta di raggiungere il Gesù storico.

Metodologia storiografica

Nel primo capitolo del suo volume (pp. 14-28) lo studioso analizza la storia della scienza alla scoperta del Gesù storico.

Alla Prima ricerca (1774-1953), seguì la Seconda ricerca (1954-1984) che sosteneva la possibilità di raggiungere il Gesù storico e non soltanto quello della fede o di pensarlo solo come un saggio filosofo.

La Terza ricerca (1985- ad oggi) recupera l’ebraicità di Gesù, inserito pienamente nel suo ambiente culturale e religioso.

Il passo successivo di De Zan è quello di illustrare una metodologia corretta per raggiungere il Gesù storico (pp. 29-49), cioè quello che si sa su di lui dalle fonti a disposizione, non quello “reale”, che rimane irraggiungibile.

La metodologia storiografica si interessa su chi ha scritto un testo, che cosa ha scritto, quando lo ha scritto, dove lo ha scritto, perché l’ha scritto e come lo ha scritto.

La metodologia storico-critica procede con gli stessi criteri. Essa comprende la critica testuale, la traduzione degli originali in modo filologicamente corretto, l’analisi della loro autenticità e della storia delle forme.

La criteriologia della storicità dei testi biblici abbraccia vari elementi, che vanno considerati tutti assieme e non isolatamente.

Criteriologia della storicità dei testi biblici

De Zan presenta nove criteri da tener presenti nella ricerca sulla storicità di Gesù e dei suoi detti/fatti.

Per cercare le idee di Gesù (la sua ipsissima vox – ma non le sue stesse parole, le ipsissima verba), occorre seguire dapprima il criterio dell’incompatibilità tra lo stile proprio degli evangelisti e il Gesù storico. Dietro lo stile dell’evangelista ci può essere la voce di Gesù (occorre provarlo). Deve essere possibile anche una retroversione aramaica del testo e va tenuto presente il criterio della verità lesiva e il controllo sociale.

Ricordare elementi lesivi dei personaggi (ad esempio i titoli offensivi rivolti a Gesù o le sue stesse parole pesanti verso altri) e rammentare il controllo sociale che veniva fatto da parte degli ascoltatori, concorre a stabilire la storicità dei fatti addotti dai testi.

Va tenuto presente anche il criterio dell’imbarazzo, cioè il disagio del narratore nel presentare un episodio (ad es. il battesimo, le tentazioni, il processo, la crocifissione e la morte).

Altri due criteri sono complementari: quello della discontinuità e quello della continuità. Si può attribuire a Gesù quello che non è riconducibile al contesto ebraico coevo o a quello della Chiesa successiva. Sue possono essere però anche parole ed espressioni che sono in continuità con l’ambiente della cultura ebraica in cui Gesù era inserito. Sono due criteri molto delicati da usare.

Il criterio della molteplice attestazione tiene in conto la ripresa in varie fonti dello stesso episodio/parabola ecc. Non devono essere testi identici (potrebbero nascondere un accordo previo), ma avere somiglianze e identità negli elementi fondamentali.

Il criterio del rifiuto di Gesù da parte di molte persone concorre a provare parole e fatti che provano la conclusione tragica del rabbino di Nazaret.

Il criterio della coerenza impone di dover collocare un detto o un fatto all’interno di altri detti e fatti di Gesù, storicamente comprovati, e di farne risultare la coerenza.

Lo studioso J.D.G. Dunn ha elaborato anche il criterio della trasmissione orale, molto complesso da gestire.

Le fonti non cristiane su Gesù

Nel terzo capitolo (pp. 50-72) De Zan analizza le fonti non cristiane su Gesù.

Egli cita testi di Thallo, Mara Ben Serapion e Flavio Giuseppe. Analizza brevemente il testimonium flavianum, depurando il testo dalle espressioni cristiane aggiunte dagli amanuensi medievali, considerate glosse esplicative. De Zan riporta anche una versione araba del testimoniun flavianum non ritoccata dalle mani degli amanuensi cristiani.

Le testimonianze provenienti dalla letteratura greco-latina abbracciano anche testi di Svetonio, Tacito, Plinio il Giovane e Luciano di Samosata.

I testi di Svetonio (decreto di Claudio per l’espulsione dei giudei tumultuanti a Roma a causa di Chrestus) e di Tacito (Gesù giustiziato durante il regno di Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato) sono molto importanti a riguardo di Gesù a livello generale e anche a livello di cronologia paolina. Per la precisione Ponzio Pilato non era procuratore, ma prefetto. Si tenga presente che il solo menzionare Gesù è impressionante. Gesù è uomo vissuto in uno sperduto villaggio ai limiti dell’impero romano…

Per quanto riguarda le tradizioni ebraiche, De Zan accenna a Qumran (Gesù non è mai nominato e neppure è stato “monaco” di Qumran) e ai testi talmudici che parlano di Maria e di un soldato romano di nome Panthera, ma che non dicono che il loro figlio fosse Gesù.

Secondo il Talmud, Gesù fu lapidato/appeso al palo la vigilia di Pasqua per stregoneria/magia. Le Toledoth Jeshu (= Genealogie di Gesù) sono invece un testo ebraico, probabilmente del X sec. d.C., violentemente polemico con i cristiani. Si focalizza sulla nascita di Gesù e sulla sua ascensione al cielo.

De Zan riassume i dati con il paragrafo seguente. «Da questa veloce rassegna sappiamo – in sintesi – che Gesù è esistito. Fu rabbino in Palestina, ebbe dei discepoli, compì dei miracoli, insegnò cose che non furono gradite all’autorità religiosa di Gerusalemme, venne condannato a morte, fu crocifisso la vigilia di pasqua durante il governo di Ponzio Pilato, i suoi discepoli lo dicono risorto e lo venerano come fosse un Dio» (p. 71).

La nascita e la morte di Gesù

Nel c. IV (pp. 73-93) l’autore studia il problema storico della nascita e della morte di Gesù. Questo comporta l’analisi del censimento di Quirinio e il raccordo tra i racconti della morte di Gesù fatta dai Sinottici e quello di Giovanni. Lo studioso segue a ritroso gli eventi, partendo dalla morte di Gesù il venerdì pomeriggio alla cena del martedì sera.

De Zan sintetizza i dati nel modo seguente. «Gesù nacque probabilmente a Betlemme, nella bella stagione del 6 a.C., durante un censimento presieduto da Quirinio come governatore straordinario pro-tempore in Siria.

Tale censimento potrebbe essere servito a Erode, che muore nel 4 a.C., come atto di sudditanza dopo l’errore politico-militare commesso contro Sileo, re dei nabatei: aver, cioè, fatto guerra ai nabatei senza il consenso dell’imperatore.

Gesù viene chiamato Nazoreo perché facente parte di un gruppo di discendenti di Davide che abitavano a Nazaret, e, perciò, viene chiamato anche Nazareno.

Iniziò il suo apostolato pubblico nella primavera del 28 d.C., quando aveva «circa trent’anni» (Lc 3,23) o, con più aderenza ai dati, quando aveva più o meno trentaquattro anni.

Visse due Pasque, quella del 28 d.C. e quella del 29 d.C., e, prima di morire, celebrò la pasqua del 30 d.C., secondo il calendario dei Sinottici (calendario esseno?). Secondo il calendario del tempio seguito da Giovanni, Gesù morì, con discreta probabilità, il 7 aprile del 30 d.C., vigilia della pasqua ebraica che quell’anno cadeva di sabato» (p. 92).

La parabola dei vignaioli omicidi a livello del Gesù storico

Nel c. V della sua opera (pp. 95-119) De Zan presenta un esempio concreto del cammino da compiere per giungere dal testo evangelico alla probabile ipsissima vox di Gesù. Egli ricostruisce la parabola dei vignaioli omicidi a livello del Gesù storico (Mt 21,33b-41 par).

La gran parte dell’analisi si basa sul criterio dell’incompatibilità dello stile degli evangelisti con il Gesù storico. Ci si riporta così agli albori della predicazione apostolica. Qui sarà necessario applicare gli altri criteri per verificare se è possibile riportare la parabola al livello del Gesù storico. L’autore offre un’analisi puntuale del testo tradotto letteralmente dal greco e posto su tre colonne in modo sinottico.

Nella predicazione primitiva della Chiesa il testo della parabola doveva essere il seguente. «Un uomo, piantò una vigna e la affittò a degli agricoltori e partì per un viaggio. A (suo) tempo, mandò dagli agricoltori un servo perché prendesse dagli agricoltori (attingendo) dai frutti della vigna. Prendendolo, (lo) precossero e lo rimandarono vuoto. In aggiunta mandò un altro servo. Picchiarono in testa anche quello e (lo) oltraggiarono. Alla fine inviò il figlio, dicendo: “Forse lo rispetteranno”. Allora gli agricoltori ragionarono, parlando tra sé: “Costui è l’erede, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Cosa, dunque, farà il signore della vigna? Verrà e ucciderà gli agricoltori e darà la vigna ad altro».

Secondo De Zan, la parabola originaria non aveva l’obiettivo di mettere in luce il figlio, sottolineatura propria della lettura allegorica compiuta dal Chiesa con l’introduzione della citazione greca di Is 5,1b-2. Tale citazione spinge il lettore a leggere la parabola in modo allegorico: il padrone è Dio, la vigna è Israele, i servi sono i profeti, i vignaioli sono i responsabili d’Israele e il figlio è Gesù.

Secondo l’autore, il tema affrontato dalla parabola originaria è il rapporto di eteronomia che gli agricoltori dovevano rispettare nei confronti del padrone della vigna. Tutto ciò che gli agricoltori hanno fatto dimostra che essi non hanno voluto l’eteronomia ma l’autonomia dal padrone, non rispettando il contratto d’affitto. Anzi, il desiderio di autonomia li ha portati a maltrattare i servi, a non dare il frutto dovuto della vigna e a uccidere il figlio.

Questo – secondo lo studioso – costituisce il tertium comparationis. La parabola presenta cioè una situazione; su questa stessa situazione gli ascoltatori esprimono il loro parere, che si rivela un’autoaccusa perché la situazione della parabola che essi giudicano è la situazione che essi stessi vivono. Per De Zan, questa considerazione basterebbe per attribuire la parabola al Gesù storico.

Seguendo ulteriori criteri metodologici, lo studioso apporta altre considerazioni.

La redazione sinottica ha fatto della parabola un’allegoria della storia della salvezza. È un cambio di prospettiva rispetto alla parabola originaria che affrontava un tema caro a Gesù: l’autonomia da Dio, un peccato che ripete quello di Adamo.

Il criterio della coerenza fa vedere che la parabola tratta di un tema coerente con la predicazione di Gesù: in nome delle regole rabbiniche gli ebrei vivono un’autonomia da Dio (cf. Mc 7,1-13, spec. vv 9-13).

Il criterio dell’originalità rispetto all’ambiente giudaico fa vedere che non appartiene alla cultura biblica il concetto che si trova nell’espressione «l’eredità sarà nostra». L’eredità è sempre un dono di Dio. Anche il concetto di «sottrazione della vigna» non appartiene alla cultura biblica, perché la vigna, anche se castigata per aver fatto frutti acerbi, resta sempre la vigna di Dio.

Il criterio della discontinuità rispetto alla Chiesa primitiva evidenzia il fatto che essa aspettava la parusia di Cristo, non il ritorno di Dio Padre (nella parabola prospettato come vendicativo). Se la parabola fosse invenzione della Chiesa nascente, la tematica della risurrezione (allusa con la citazione di Sal 118,22-23) sarebbe stata integrata nel racconto e non giustapposta come si trova nella redazione sinottica.

Il criterio della coerenza con la situazione storico-ambientale dell’epoca di Gesù evidenzia la normalità della presenza di latifondi, della prestazione d’opera agricola e di contratti d’affitto onorati con i prodotti del latifondo. Con la morte del legittimo proprietario senza eredi, il fittavolo diventava padrone del terreno che lavorava.

Conclude De Zan: «La parabola degli agricoltori omicidi, spogliata di tutte le particolarità della redazione sinottica, si mostra come racconto vero (ciò che Gesù racconta potrebbe essere accaduto) o verisimile. La fisionomia della parabola arcaica appartenente alla Chiesa primitiva offre la possibilità di attribuirla al Gesù storico sia perché si discosta dal pensiero ebraico, sia perché si distingue dal pensiero della Chiesa nascente, sia, ancora, perché rispondente agli usi e costumi dei tempi di Gesù» (p. 117).

La risurrezione e la storia

Nel VI e ultimo capitolo della sua fatica (pp. 119-136), l’autore affronta il tema del rapporto tra la risurrezione e la storia.

De Zan non vuol fare teologia, ma studiare l’attendibilità storica dei testi che parlano di ciò che gli apostoli, le donne e i discepoli sperimentarono dopo la morte di Gesù. Studia quindi, in modo particolare, i temi del sepolcro vuoto e degli incontri pasquali o apparizioni di Gesù.

Dapprima egli espone le posizioni negative sulla risurrezione. Il razionalismo filosofico sostiene la teoria dell’inganno o quella del furto, quella della morte apparente e la teoria dell’allucinazione.

La critica delle fonti accetta solo Mc 16,1-8 (sepolcro vuoto) ed esclude gli altri vangeli in quanto dipendenti da Marco.

La scuola delle religioni vede nella risurrezione un’invenzione mitica come quella presente nei racconti egiziani o nei racconti ebraici sui rapimenti celesti.

Per la scuola della storia della forme (Bultmann) la risurrezione consiste nel fatto che Gesù vive nell’avvenimento della predicazione del suo messaggio.

Marxen distingue fra «vedere il Crocifisso» (esperienza fatta dai discepoli) e il risuscitamento per opera di Dio (interpretazione di «vedere il Crocifisso»).

Sepolcro vuoto e apparizioni

In risposta a queste e ad altre obiezioni, De Zan espone i risultati degli ultimi studi.

L’ipotesi del furto non convince per la tempistica e per il costume della visita dei parenti e amici alla tomba dei defunti. Nel NT non c’è testimonianza di un culto al sepolcro. Nelle accuse dei sinedriti agli apostoli non viene mai rinfacciato il furto del cadavere.

La morte apparente non è sostenibile, vista la flagellazione, la crocifissione e la trasfissione del costato.

L’allucinazione non può essere vissuta da più di cinquecento persone in una sola volta (cf. 1Cor 145,6).

Le varianti del numero e del nome delle donne rafforzano l’attendibilità storica del racconto e non inficiano la convergenza dell’informazione. Le donne presenti potevano essere in numero maggiore rispetto a quelle nominate esplicitamente. (NB: a p. 128 riga 1 corrige in Mc 15,40-41).

La priorità di Mc non esclude la validità degli altri Vangeli, dal momento che esistono anche la fonte Q e le fonti particolari proprie di Mt e di Lc.

I racconti evangelici non sono mitici perché non collocano i fatti all’origine dell’umanità e per il fatto del controllo sociale esistente al tempo di Gesù sulle informazioni diffuse.

Qualsiasi fatto non è disgiungibile dalla sua interpretazione (Chabot, Marrou). La Chiesa impiega un linguaggio vario e non unico per esprimere il fatto della risurrezione. L’invenzione del racconto del sepolcro vuoto è una teoria che non regge, perché è affermata senza prove e quindi senza prove può essere negata (quod gratis probatur, gratis negatur). Il sepolcro vuoto ha un’importanza periferica nell’esperienza dei discepoli. Quella centrale è data dalle esperienze di apparizioni e di dialogo con il Gesù vivente.

La menzione della testimonianza delle donne, non accettata al tempo di Gesù come giuridicamente valida, è segno di attendibilità storica.

Nella Chiesa nascente il sepolcro vuoto non è mai stato adoperato come prova apologetica.

Va ricordato, infine, che i discepoli non hanno accettato molto facilmente la risurrezione. C’è voluto un certo impegno. Non c’è spazio per nessuna teoria dell’entusiasmo. La trasformazione dei discepoli da uomini testardi, paurosi, traditori, fuggitivi in testimoni forti, convinti e incuranti delle minacce e dei pericoli mortali in cui potevano incorrere può essere spiegato solo con l’incontro ripetuto con il Risorto.

L’opera di De Zan riassume in modo sintetico una mole impressionate di studi da lui citati, catalogati e commentati. Sono elencati nella bibliografia posta alle pp. 141-145.

Il volume si raccomanda a tutti coloro che desiderano accostarsi ai dati fondamentali riguardanti il Gesù storico ed essere educati alla criteriologia scientifica e biblica necessaria per raggiungere risultati attendibili e corretti circa i testi biblici analizzati.

  • RENATO DE ZAN, Gesù, il figlio del falegname. Due parole semplici sul Gesù storico (Bibbia per te 46), Edizioni Messaggero, Padova 2022, pp. 150, € 14,00, ISBN 9788825054958.
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