Il Manuale “salvacibo”

di: Bruno Scapin

Una buona notizia: a grande maggioranza e senza voti contrari è stata approvata, il 17 marzo scorso, dalla Camera dei deputati la proposta di legge “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”, e per questo chiamata Legge “antispreco”. Una legge che salvaguarda la questione etica e la questione della sostenibilità ambientale.

Sulla stessa linea si sono mossi Caritas italiana e Banco alimentare con il manuale “Corrette prassi operative per le organizzazioni caritative. Recupero, raccolta e distribuzione di cibo ai fini di solidarietà sociale”, detto più semplicemente Manuale “salvacibo”.

Le cifre degli sprechi

Le cifre degli sprechi sono impressionanti. La FAO stima che ogni anno, nei paesi industrializzati, vadano sprecati 222 milioni di tonnellate di cibo. In Europa si calcola che vengano buttati mediamente in un anno 180 chili di cibo pro capite. Nella nostra Italia vengono sprecati 5 milioni di tonnellate di cibo all’anno, recuperandone solo 500.000 (il 9%). Sempre in Italia, si stima che 5 milioni e mezzo di persone vivano in condizione di povertà alimentare. Fra esse 1 milione e 300.000 minori.

Papa Francesco scrive nella Laudato si’: «Il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero» (n. 50)

Tanto il pdl approvato dalla Camera quanto il manuale della Caritas si propongono la possibilità di dare una “seconda vita” a quegli alimenti che non sono stati consumati ma che rimangono perfettamente commestibili. Nello stile Caritas – scrivono Beatrice Dall’Olio e Marzio Mori su Italia Caritas di aprilequesto non significa che venga offerto all’utente «un prodotto di “serie B”, a scapito di qualità e sicurezza», anzi è un incentivo ad impegnarsi «perché il cibo recuperato sia sicuro, gustoso, sano».

Il manuale Caritas è stato presentato, all’inizio di marzo, al ministero della salute ricevendone ampia condivisione. Il manuale descrive – in ordine al recupero e alla distribuzione del cibo – cosa può essere fatto e cosa no e richiama i requisiti minimi di cui si devono dotare tutte le organizzazioni caritatevoli.

Una parte del manuale riguarda la possibilità di recuperare e distribuire alimenti che abbiano superato il termine minimo di conservazione e quindi non sono più commercializzabili (sono quelli che presentano nell’etichetta la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro…”).

Caritas italiana e Banco alimentare intendono coniugare solidarietà e sicurezza, fornendo utili indicazioni a chi eroga “pacchi viveri” o gestisce mense per i poveri o empori solidali.

A Piacenza, ad esempio…

Il settimanale diocesano di Piacenza-Bobbio, Il nuovo giornale, dedica, in data 1° aprile 2016, un’intera pagina ad illustrare il cammino percorso da “Piacenza Solidale”, rete attiva dal 2009. L’articolo, a firma di Barbara Sartori, annota con compiacenza come alcune intuizioni e alcune prassi di questo organismo caritativo siano state recepite dalla legge sopra ricordata, approvata dalla Camera a metà marzo, che punta a recuperare e a distribuire agli indigenti le eccedenze alimentari.

Piacenza punta, in particolare, al recupero del “fresco” (latticini, formaggi, pasta) che rischierebbero di rimanere nei banchi frigo dei supermercati. Ma, anche qui, senza sconti sulla qualità dei prodotti. Infatti, il protocollo per il recupero del “fresco” ospita disposizioni molto severe sul piano della sicurezza alimentare.

In occasione del recente Expo di Milano, Piacenza ha fornito cifre ragguardevoli. In un anno sono state raccolte 82 tonnellate di cibo, che hanno assicurato alle mense dei poveri 58.000 pasti, per un valore complessivo di 215.000 euro.

Molto curato da “Piacenza Solidale” è l’aspetto educativo. Si aiutano gli studenti a riflettere sui nuovi stili di vita e a contenere gli sprechi. Frutto di questa educazione è la mobilitazioni di intere classi che organizzano in proprio una raccolta di prodotti da far confluire poi in un centro solidale.

Da non dimenticare, da ultimo, la cultura del dono che mobilita volontari e operatori.

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