Lasciare i relitti, trovare i tesori

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Nessuno avrebbe immaginato che ci saremmo trovati a vivere mesi come quelli che abbiamo appena trascorso. Adesso fanno già parte di una storia senza della quale non potremmo parlare del nostro presente. Qualcuno ha paragonato questa epidemia a una «marea» che nella sua ondata di piena sovrasta qualsiasi cosa e quando si ritira lascia sull’arenile qualche sparso tesoro e relitti di ogni genere.

Farsi l’occhio per i tesori emersi e disfarsi dei relitti si annuncia come la “sapienza” cui tutti dovrebbero aspirare da qui in avanti, anche se la tentazione resta per molti quella di far finta di niente e andare avanti come se niente fosse. Quella di «tornare alla normalità» resta un’aspirazione legittima se significa sottrarsi prima o poi alle morse dell’emergenza e dei suoi comportamenti coatti, ma sarebbe una grande ingenuità se nascesse dalla pretesa di riprendere tutto esattamente come prima ignorando il momento di «rivelazione» nel quale siamo stati immersi.

La prova

Sono stati mesi di giudizio. Non solo per le molte superstizioni nelle quali ci eravamo abituati a vivere, ma per i molti impliciti che dominano il nostro modello di vita e per le strutturazioni istituzionali che lo rappresentano. La Chiesa è stata certamente fra le prime a essere messa alla prova da un tempo in cui il senso del “tragico”, come se fossimo tornati improvvisamente nel Medioevo, ha messo in sospensione tutto quanto era sempre parso un punto fermo.

Solo qualche mese fa ci sarebbe parso inimmaginabile attraversare un tempo in cui saremmo stati impediti di celebrare la messa. Ora sappiamo tutti con quale disorientamento e quanta isteria abbiamo fatto quella esperienza. Anche solo a livello inconscio il timore che senza la messa non esistesse più la Chiesa si è impossessato di molti con effetti di smarrimento che ci vorrà ancora molto per decifrare bene.

Un medesimo senso di disorientamento lo abbiamo tutti provato anche rispetto a quell’impulso della «carità» (accontentiamoci qui di usare questo termine nel suo significato più comune) che normalmente si attiva come primo riflesso del cristianesimo negli eventi della storia, ma che in questa situazione clamorosamente inedita era, assieme alla liturgia, parte di quello che le disposizioni pubbliche in merito al contenimento del contagio dovevamo limitare in modo radicale.

Reinvenzione

Anche questo all’inizio ci ha lasciati quasi senza parole. Non sapere cosa fare, non sentirsi subito utili, rimanere esclusi da una operatività che in quel caso era la specializzazione della scienza medica e degli operatori sanitari, non ha solo messo in sospeso il solito modo con cui la Chiesa si mette in campo, ma ha soprattutto dato da pensare (naturalmente per chi era disposto a farlo) sul senso stesso della «carità» nel suo radicamento teologale e nella sua portata testimoniale.

La grande operosità delle nostre comunità ha presto trovato modi per fare il possibile accettando il loro ruolo ausiliario, senza vani protagonismi, nel rispetto delle regole sanitarie e a fianco di tutti quelli che nella società si sono messi a disposizione per un bisogno di “mutuo soccorso” che in quei mesi ha costituito il sentimento prevalente della collettività.

Non senza un qualche malessere latente, abbiamo scoperto di non essere soli nel tenere viva una fraternità generale a cui un po’ tutti si sono dedicati, magari imbronciati al pensiero che forse tutto avrebbe potuto essere fatto anche senza di noi. Ma in generale le nostre comunità sono state in molti luoghi decisive reti di sostegno morale oltre che materiale. Spesso occupandosi di quei bisogni che le circostanze avevano fatto uscire dai radar della considerazione sociale.

Per una carità «cristiana»

Mentre il tempo passa e la natura dell’emergenza tende a evolvere, quei tratti di fedeltà e quei segni di smarrimento ci stanno davanti come una segnaletica di cui dovremmo tener conto. Indicano delle direzioni. Una di queste è senz’altro il tema di una testimonianza della «carità» che dopo questa avventura può avere più chiari di prima i connotati della sua specifica qualità cristiana.

Non mi addentro in questa sede nella questione del radicamento teologale e trinitario della «carità» come forma originaria del divino. Richiederebbe discorsi articolati e profondi. Ma nel merito non possiamo cristianamente perdere di vista la natura originariamente interpersonale e generativa del Dio di cui Gesù ha rivelato l’intimità.

Il Dio di Gesù non corrisponde al faraone solitario e autoriferito delle nostre immaginazioni. Ma una movimentata circolazione che agisce come desiderio primordiale che fa esistere tutto. La «carità» è anzitutto il nome di Dio. Messo come etichetta sulla porta di un ufficio di curia rischia di ridursi a insegna di un esercizio assistenziale che fatica a tenere limpido il confine tra servizio e potere.

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Custodi di un «segno» irrinunciabile

La grande emergenza pandemica, in cui abbiamo toccato con mano il fatto che anche quelli che «non sono dei nostri» sanno fare miracoli, ci ha mostrato che declinare la carità sul piano di un’«industria del bene» ci mantiene a un livello di narcisismo performativo in cui finiamo per competere più che testimoniare. Ma ancora di più, monopolizzare servizi anziché generare sensibilità.

Le controtestimonianze collezionate su questo fronte le abbiamo tutti in mente. Ha ragione Gesù. Quando tieni stretto qualcosa, fosse persino la vita, finisce che la perdi. Vale anche per i campi di impegno concreto della carità cristiana. Il genio del cristianesimo è portato per scovare continuamente quei bisogni che non vede nessuno e dare a essi una risposta che poi diventa patrimonio di tutti (come la cura dei malati, l’istruzione per tutti, l’accoglienza degli erranti).

Quando questo viene trattato come un’esclusiva o trattenuto come una supplenza, mette in pericolo la libertà della Chiesa e non lascia nulla nella società. Supplisce ma non genera. Smette di essere impronta consapevole della propria relatività. Nella Chiesa la «carità» che viene da Dio si declina come «segno» che interpella il mondo. In quanto tale non aspira a farsi carico di tutto, col rischio di tramutarsi nell’ennesima «potenza» che domina la terra. Semmai accende una luce sufficiente a scoprire dove anche altrove e ovunque la «carità di Dio» dà segni di sé senza necessariamente germogliare tra le file «dei nostri».

Anche la «carità» per poter generare, e non requisire semplicemente delle situazioni, deve saper lasciar andare, come tocca fare ai genitori, infondere limpidamente traccia di un stile e permettere che altri se ne impadroniscano senza pagare nessun diritto d’autore. La sua ambizione amplia lo spazio di esaudimento della preghiera con cui si chiede «venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». Persino dove il nome di Gesù non dice nulla e quello di Dio non viene nemmeno pronunciato. Ovunque siamo riusciti a rendere comune il gesto che dà il bicchiere d’acqua all’assetato, lì la «carità» ha generato. Non si è solo risolto un problema. Si è trasfigurata l’umanità.

Oltre il recinto

Naturalmente questo non significa per la Chiesa legittimare l’approssimazione e il disinteresse. Essere custodi di un «segno» relativo non significa essere impiegati del minimo sindacale. Bisogna anche guardarsi dall’essere permalosi. Per quanto relativo, questo «segno» resta irrinunciabile nella misura in cui serve a mantenere accesa la luce teologale del gesto della carità, per dire a tutti, ovunque si compia e chiunque lo compia, che esso riguarda sempre il volere originario di Dio.

Assimilare queste riscoperte potrà forse aiutarci a ritrovare anche uno «stile» di carità che si misura in pratiche concrete, strutturazioni operative e ruoli personali. Il criterio base sarà certamente quello di una «carità» che non può essere nemmeno cristianamente tale senza agire nel contesto di una fraternità che sorpassa i confini del recinto ecclesiale ma che accetta di alimentare anche quei patti umani che tengono unita tutta la società. Significherà forse rinunciare alla tradizionale erogazione unilaterale di servizi con cui spesso si è intesa la solidarietà col povero, per costruire reti territoriali di comune sostegno ai fragili.

Magari spiccando fra tutti per avere, come sempre, il fiuto particolare per quei bisogni che nessuno vede, per quelli che volentieri tutti disertano, per quelle povertà che non sempre hanno il clamore della notizia. Direi magari anche non quella franchezza che, senza sottrarsi all’immediatezza di certe necessità, stimola la responsabilità politica nell’assunzione strutturale dei problemi che le generano; per non dare alibi a nessun tipo di retorica e non lasciare spazio a nessun genere di speculazione. Generare significa anche mettere qualcuno di fronte alle proprie responsabilità.

In questi mesi ci sembra di essere stati sott’acqua. Impressionati dal senso di impotenza che in qualche momento è sembrato mettere in discussione la Chiesa nelle ragioni stesse della sua esistenza. Può anche darsi che da tutto questo non riusciremo a trarre una vera lezione. Magari saremo come Giona, che non ha imparato niente. Ma già essere stati fedeli nel poco, quando siamo stati nelle retrovie a portare la spesa agli anziani e a dare sostegno ai medici, ci può garantire l’umiltà necessaria per avere nuova visione sul «molto» del futuro che si apre di fronte a noi. La Chiesa non lo dovrà affrontare semplicemente per sé stessa. Ma sempre preoccupata di come essere realmente «segno» per tutti. Dovrà lasciare per terra i relitti e raccogliere i tesori che in questo momento luccicano ancora bagnati della marea appena ritirata.

  • Il testo di Giuliano Zanchi («Lasciare i relitti, trovare i tesori. Tornare (anche) al servizio dopo la marea del contagio») è stato pubblicato come contributo al fascicolo dei Percorsi pastorali 2020-2021 della diocesi di Cremona, intitolato Nell’oggi e nel domani di Dio.

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2 Commenti

  1. Massimo Pallottino 25 agosto 2020
  2. Giampaolo Centofanti 23 agosto 2020

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