Essere cardinale nella Chiesa di Roma

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Domenica 29 maggio, al termine dell’Angelus, papa Francesco annunciava la creazione di nuovi cardinali e indicava come data della celebrazione del Concistoro il prossimo 27 agosto. Contestualmente alla nomina dei nuovi 21 cardinali, convocava per i giorni 29 e 30 agosto una riunione di tutti i cardinali «per riflettere sulla nuova Costituzione apostolica “Praedicate Evangelium” sulla riforma della Curia romana». Tra i nuovi cardinali papa Francesco annoverava il belga Luc Van Looy, salesiano, missionario per tanti anni in Corea e che aveva ricoperto compiti di grande responsabilità nel governo della sua Congregazione religiosa, prima di essere nominato vescovo di Gent nel 2003. Un comunicato della Conferenza episcopale belga del 16 giugno rendeva noto che «mons. Van Looy aveva chiesto a papa Francesco di esonerarlo dall’accettare la nomina cardinalizia e che il papa aveva accolto la richiesta». Il motivo era che «l’annuncio della creazione cardinalizia aveva suscitato molte reazioni positive, ma anche critiche per il fatto che mons. Van Looy non avrebbe sempre reagito con sufficiente energia, quale vescovo di Gent, contro gli abusi». Mons. Van Looy, quindi, ha voluto evitare che le vittime soffrissero nuove ferite. A mons. Van Looy va dato atto di grande sensibilità. (Francesco Strazzari)

Il 27 di agosto papa Francisco creerà nuovi cardinali: è un momento di grazia per la Chiesa e, allo stesso tempo, ci offre l’opportunità di riflettere su questo aspetto strutturale della Chiesa.

Alla luce della Costituzione apostolica sulla curia romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo sono invitato dal redattore di settimana news.it, Francesco Strazzari, ad offrire qualche elemento di riflessione.

Il cardinale è, in primo luogo, collaboratore, consultore, del Santo Padre e dunque del governo della Chiesa universale. Nel n. 10 della costituzione leggo: «Non si può non tenerne conto nell’aggiornamento della Curia, la cui riforma, pertanto, deve prevedere il coinvolgimento di laiche e laici, anche in ruoli di governo e responsabilità».

Non posso, dunque, non pensare al fatto che, in una Chiesa sinodale, ogni cristiano, in virtù del suo battesimo, è responsabile della costruzione della Chiesa, come il Signore chiese a san Francesco d’Assisi.

Il servizio che i cardinali rendono si concentra principalmente in due settori della Chiesa, uno è al centro, la curia e i suoi dicasteri, l’altro è la pastorale nelle diocesi presenti nel mondo.

La disponibilità dei cardinali offre la possibilità al Santo Padre di affidare a qualche commissione ad hoc di cardinali lo studio di temi fondamentali della Chiesa, così come lo studio della riforma della curia fu affidato a un gruppo di nove cardinali provenienti da tutto il mondo.

Un dato personale

Quando papa Francesco inserì anche me nella lista dei cardinali-eletti da creare alla fine di agosto, mi sentii di esprimere un forte “Domine, non sum dignus” e scrissi subito in questo senso al papa.

Ripensai alla mia abitudine di leggere sempre con attenzione le encicliche e le esortazioni apostoliche, come anche altri scritti importanti della Chiesa.

Come missionario, soprattutto in Corea del Sud, mi sono fatto guidare da Evangelii nuntiandi (1975) di papa Paolo VI e ricordo che anche l’enciclica Redemptor hominis (1979) di papa Giovanni Paolo II mi colpì.

Dopo di esse, ho sempre studiato bene i documenti, e ho sempre sintetizzato i testi di papa Francesco per offrire ai cristiani un indirizzo utile per seguire le linee di sviluppo della Chiesa. Tutto questo mi ha portato ad apprezzare e a sentirmi vicino ai romani pontefici.

La riflessione sulla Chiesa mi ha portato a seguire le Chiese che sono in America Latina, attraverso gli incontri di Puebla, Medellín, Santo Domingo e Aparicida e ho seguito da vicino alcune personalità di spicco come Dom Helder Câmara e il card. Silva Henríquez. Ho collaborato molto con la Conferenza dei vescovi dell’Asia.

Leggendo le esortazioni apostoliche e le encicliche di papa Francesco, è cresciuto un rapporto personale con lui, anche grazie alla participazione ai sinodi sulla famiglia e sui giovani e grazie ad altri impegni per la Chiesa universale che ho adempiuto negli anni passati.

Ero perciò profondamente grato, ma mi sentii pure indegno di sapere che ero stato scelto come cardinale-eletto. La preghiera e la riflessione mi hanno portato a chiedere di essere esonerato da tale titolo.

Alcuni avevano anche manifestato meraviglia per questa scelta, e questo fu per me un segnale sufficiente per pensare a Cristo, che «si ritiró sulla montagna, solo, quando la gente voleva dichiararlo re» (Gv 6,15).

Non considero necessario, se pure utile, accettare questo onore per evangelizzare e continuare a lavorare nella vigna del Signore. Non mi sarebbe certo dispiaciuto collaborare con il papa a quel livello per cercare insieme ad altri le linee per “edificare la Chiesa universale” in un mondo secolarizzato, che dipende sempre di più dalla tecnología, dalla finanza e dai processi di una mentalità neoliberale.

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Partire dalla periferia

Chi conosce la mia storia personale, non si meraviglierà che io mi sia messo a riflettere sul significato e sulla visione ecclesiale che nasce dalla presenza dei cardinali nella struttura della Chiesa universale.

Papa Francesco insiste costantemente che, per elaborare il futuro dell’umanità, conviene osservare bene quanto capita nella periferia della società, a partire dai poveri, dai giovani, dai malati, da chi non ha le possibilità di costruirsi la vita in modo autonomo.

È dalla perifería che bisogna partire per evangelizzare il mondo in una Chiesa povera e dei poveri. Chi si trova più di altri in periferia sono le persone che non hanno ancora conosciuto il Cristo. Da qui nasce la volontà di una Chiesa missionaria che vuole raggiungere tutti.

Questa convinzione di papa Francesco conduce a riflettere sul rapporto tra il servizio all’evangelizzazione e l’istituzione del cardinalato. È evidente che il cardinale è chiamato ad evangelizzare e a servire gli ultimi. Rimane però la domanda sull’istituzione stessa del cardinalato. Il coinvolgimento della periferia del mondo nella famiglia cardinalizia con la nomina di cardinali provenienti da paesi lontani e poveri è significativo per capire il ruolo dei cardinali nella guida della Chiesa universale.

Un titolo o una funzione?

Dal punto di vista funzionale, ci vuole un titolo per chi sta alla testa di certe istituzioni, come nella curia e nei posti di responsabilità nella Chiesa locale. Ma possono esserci molti titoli diversi a seconda delle circostanze.

Una domanda supplementare è se deve per questo continuare ad esistere una struttura permanente o se non si potrebbe pensare a un cardinalato ad tempus, in modo da avere cardinali emeriti una volta terminata la loro funzione nella Chiesa universale o in quella diocesana.

Non è certamente il caso di paragonare il cardinalato al conferimento del cavalierato di San Gregorio o di San Silvestro a laici meritevoli nelle diocesi. Essere consiglieri del Santo Padre è una funzione di sostegno al governo della Chiesa. Proprio per questo la si potrebbe considerare di più dal punto di vista funzionale, e magari anche professionale.

L’articolo 17 della costituzione apostolica Praedicate Evangelium afferma che «gli ufficiali maggiori della curia sono nominati per un quinquennio» e «che, di regola, dopo un quinquennio, fanno ritorno alla cura pastorale nella loro diocesi/Eparchia…». È perciò pensabile che ci possa essere anche un “cardinalato ad tempus”, che alleggerirebbe pure l’apparato della Chiesa.

La possibilità di partecipare all’elezione del futuro pontefice è limitata a cardinali al di sotto dell’età di 80 anni. Potrebbe essere questo un suggerimento per pensare ad un “cardinalato ad tempus”, ossia a cardinali emeriti (non solo, dunque, emeriti di curia o diocesani, ma anche del cardinalato stesso).

Il papa può sempre liberamente chiamare chi ritiene utile come consigliere. Organizzando consulte di tipo professionale sull’economia, sulla medicina, sull’ecología ed altro, la strada è spianata verso un ascolto ampio del popolo di Dio a livello internazionale.

Secondo la costituzione apostolica (art. 15), i capi di dicastero non saranno più necessariamente dei cardinali. E il papa ha fatto già un passo in questa direzione chiamando religiose e laici a responsabilità che prima erano appannaggio dei cardinali (per esempio, nel dicastero per i vescovi e per la comunicazione).

Forse è venuto il momento di tenere conto della professionalità degli incarichi a livello superiore di tutta la Chiesa. Non importa tanto che siano chierici o laici, donne o uomini, giovani o anziani che pensano e si esprimono in base alla loro fede e la loro esperienza per aprire il dialogo sinodale nella Chiesa e così collaborare al suo futuro.

È sempre opera dello Spirito Santo, il quale ci è stato dato nel battesimo e confermato nella cresima. Il criterio dunque per edificare la Chiesa come consultore del Santo Padre sarà sempre la docilità allo Spirito Santo, in dialogo con tutti e aperto alla parola del Signore.

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