Donne che «fanno» Chiesa

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Più volte nel Documento finale del sinodo per l’Amazzonia (2019) vengono richiamati il «ruolo centrale, di somma importanza» e la leadership delle donne nella vita pastorale delle chiese della regione pan amazzonica.[1] Una constatazione che ha spinto molti, laici e vescovi, a chiedere di aprire i ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato alle donne, superando il conferimento ai soli maschi secondo quanto affermato in Ministeria quaedam, e ha sollecitato altri ad auspicare una ripresa della ricerca sull’ordinazione diaconale delle donne.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha mostrato attenzione per il necessario riconoscimento della soggettualità delle donne per la vita e il rinnovamento della Chiesa: il documento programmatico del pontificato Evangelii gaudium prospetta il necessario ascolto delle donne e il loro coinvolgimento attivo (ai nn. 103-104); sono numerose le nomine di donne in ruoli apicali in Vaticano; crescente lo spazio dato nei contesti partecipativo-decisionali, come i sinodi o la loro preparazione.[2]

Allo stesso tempo è innegabile che, pur essendo rilevabili segnali di un maggior coinvolgimento, ci troviamo ancora davanti a un parziale riconoscimento della soggettualità delle donne come elemento strutturante la vita ecclesiale nel suo complesso.

Corresponsabilità

«Vedo profilarsi dei tempi in cui non ci sarà più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti per il solo fatto che appartengono a donne»:[3] così scriveva Teresa d’Avila, impegnata in un arduo e contrastato compito di riforma nella Chiesa. Ancora oggi, 500 anni dopo, queste parole risuonano quale appello profetico, al riconoscimento reale delle donne e alla necessaria trasformazione ecclesiale. Per quali strade contribuire al cambiamento? Quali passi sono necessari perché la soggettualità delle donne sia riconosciuta secondo una linea di corresponsabilità per la Chiesa?

Quello che è in gioco non è tanto la rivendicazione di diritti per donne; né ci si può limitare a una idea di «parità» come prospettiva-base, pensando a strategie messe in atto a favore del gruppo «svantaggiato» delle donne (rimozione delle cause di marginalizzazione, promozione della partecipazione). Sono passaggi rilevanti, ma non sufficienti. Si tratta di operare non tanto o soltanto per le donne, ma agire per la trasformazione complessiva della Chiesa, operando a partire proprio dalla promozione di spazi, opportunità significative, di «cooperazione uomini-donne» e di esercizio della «corresponsabilità».

Vanno ripensati i modelli di relazione e di organizzazione sociale, adottando politiche adeguate di «pari opportunità» per tutti i soggetti sociali: la soluzione non è vista nell’integrare le donne nelle strutture esistenti, ma nel trasformare rapporti e strutture ineguali per consentire una giusta partecipazione di tutti. Più in particolare, si tratterà sul piano della visione antropologica di pensare quello che appare ancora un vero e proprio rimosso: il tema della maschilità [4] e della relazione tra maschilità-potere-sacro.

Gender gap

In secondo luogo sul piano della strutturazione delle relazioni ecclesiali, sulla base di una analisi delle forme di gender gap in contesto educativo, partecipativo, celebrativo, decisionale, appare necessario operare per eliminare quelle strettoie che impediscono la realizzazione della vocazione battesimale delle donne e promuovere sperimentazioni coraggiose e anticipatrici del cambiamento intuito.[5]

La possibilità di rivedere quanto stabilito in Ministeria quaedam e recepito nel Codice di diritto canonico per cui i ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato sono riservati ai soli maschi, con l’accesso anche delle donne, va in questa direzione.[6]

La presenza di donne nei percorsi formativi del clero, iniziali e permanenti; la creazione di team pastorali misti, formati da uomini e donne con diversi ministeri, carismi e vocazioni; l’assunzione di donne a tempo pieno per l’animazione pastorale delle parrocchie, per la direzione di uffici pastorali nelle diocesi o a livello nazionale, sono modalità di trasformazione della struttura ecclesiale e della mentalità, facilmente realizzabili, con forte valore simbolico e funzionale.

Teologia e diaconato

In terzo luogo, la recezione della parola teologica delle donne dischiuderà prospettive interpretative dell’esperienza di fede cristiana e della comprensione ecclesiale indubbiamente nuove: la teologia non viene formulata a prescindere dal contesto, dalla condizione di vita, dalla storia, dalla Tradizione di cui è partecipe il teologo/a.

Infine, il tema dell’ordinazione diaconale delle donne va ripreso e dibattuto quanto prima: una figura ministeriale che la Tradizione della Chiesa dei primi secoli ci attesta può essere oggi restituita in rapporto ai nuovi bisogni pastorali e alle inedite forme di soggettualità delle donne.[7]

La Chiesa è chiamata oggi non solo a riflettere sulle donne, sulla «questione femminile», ma sulla sua stessa forma di comunità di credenti, uomini e donne (cf. Gal 3,26-30), a interrogarsi sul vangelo da annunciare, sapendo che ciò che è in gioco è l’esercizio della sua missione e il suo volto pubblico, come lo stesso papa Francesco ci sollecita a fare (EG 103-104), nella consapevolezza che uomini e donne, insieme, sono e fanno Chiesa, secondo la loro specificità di genere, con il loro peculiare carisma e ministero.

  • Tratto da Serena Noceti, «Donne che “fanno” Chiesa. Via per una possibile e necessaria corresponsabilità», in Orientamenti Pastorali 10[2020]. Ripreso dal sito del Centro di Orientamento Pastorale (Roma).

[1] Cf. S. Noceti, «Una Chiesa tutta ministeriale. Il sinodo per l’Amazzonia e la riflessione sui ministeri che “fanno chiesa”», in Urbaniana University Journal 73(2020) II, 117-148.

[2] Cf. S. Noceti, «Per una Chiesa inclusiva (EG 103-104). Principi di una re/visione ecclesiologica», in K. Appel – J.H. Deibl (a cura di), Misericordia e tenerezza. Il programma teologico di papa Francesco, San Paolo, Cinisello B. 2019, 363-376.

[3] Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, IV, II

[4] Cf. S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009.

[5] Cf. S. Noceti, «Il rapporto uomo-donna: le evidenze culturali odierne e le ricadute ecclesiologiche»in Rivista Liturgica 104(2017), 13-28.

[6] A soli tre mesi dalla pubblicazione di questo articolo, il 21 gennaio del 2021 papa Francesco stabiliva con un motu proprio che i ministeri del lettorato e accolitato fossero da quel momento in poi aperti anche alle donne, in forma stabile e istituzionalizzata con un apposito mandato.

[7] C. Simonelli – M. Scimmi, Donne diacono? La posta in gioco, Messaggero, Padova 2016; Cf. il volume collettivo a cura di S. Noceti, Diacone. Quale ministero per quale chiesa?, Queriniana, Brescia 2017; Ph. Zagano, «Giustizia per la vita della parrocchia. Ripristinare il diaconato ordinato femminile», in Concilium 53(2017), 345-354; Ph.  Zagano, Holy Saturday: An Argument for the Restoration of the Female Diaconate in the Catholic Church, Crossroad, London 2000; S. Martínez Cano – C. Soto Varela (a cura di), Mujeres y diaconado. Sobre los ministerios en la Iglesia, Editorial Verbo Divino, Estella 2019.

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Un commento

  1. Barbara 11 marzo 2021

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