Giovani: scriviamo a te, Chiesa…

di: Marcello Neri

Non siamo neanche alla fine della lettura della prima pagina dell’Humana communitas di Francesco, che una delle mie studentesse sbotta tutto d’un colpo e, non poco alterata, s’incavola letteralmente al solo sentire parlare di iniziazione «alla fraternità tra le creature umane»… E pensare che immaginavo di fare breccia nei ragazzi, e di guadagnarmeli tutti, con questo testo che mi ha affascinato e che ho apprezzato per la potente ricalibrazione culturale e antropologica dell’etica della vita in esso inscritta.

Ma, appunto, questo è quello che pensavo io – ben diverso è il sentire dei nostri giovani. La doverosa ingiunzione alla fraternità umana da parte della Chiesa appare essere loro del tutto insopportabile a partire dalla sua mancanza evidente all’interno di essa.

Ed è bene che di ciò diventiamo consapevoli tutti, e in fretta. Non possiamo più permetterci, come comunità ecclesiale, parole senza riscontro in pratiche e politiche concrete. Non possiamo più girare intorno alle tante discrepanze, giustificandole con piroette e acrobazie che convincono solo noi – ma scavano dubbi enormi nei nostri ragazzi. Anzi, meglio non provarci nemmeno, almeno così eviteremo di allontanarli un altro po’ dalla insostenibilità delle nostre procedure ecclesiali.

Loro, a noi, chiedono coerenza; e non basta più attestarla a livello personale, nella forma di una bella testimonianza biografica, perché la loro domanda si è oramai fatta questione strutturale, punta con decisione sull’immaginario che le nostre pratiche e le nostre regole ecclesiali mettono in circolo.

I giovani ci chiedono l’impossibile di un’istituzione coerente – e di non meno di questo dovrebbe essere capace un’istituzione che si afferma essere generata dal Vangelo di Gesù. La Chiesa come istituzione non può più permettersi di entrare (spesso a gamba tesa) nel vissuto degli uomini e delle donne con il suo giudizio, e poi trovare sempre una giustificazione che legittima la sua insopportabile distanza da esso.

Ma non può più permettersi neanche di procrastinare ulteriormente alcuni reali cambiamenti del suo essere e del suo porsi. Per quanto inizialmente sorpreso dalla reazione della mia studentessa, debbo riconoscere che ha ragione e che la sua rabbia è del tutto legittima. Non possiamo permetterci di estenuare il suo legame ecclesiale continuando a tergiversare senza concludere nulla, facendo solo roteare vorticosamente le parole sperando che producano di incanto una realtà che non si può dare senza il coraggio di un gesto istituzionale.

In questo mi rendo conto che non manca molto al divenire quel «bronzo che risuona o cembalo che tintinna» che è la Chiesa, e ciascuno di noi in essa, quando non realizza, come comunità istituita, pratiche effettive e coerenti di agape.

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