Ketteler: 150 anni di questione operaia

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La Chiesa del 19° secolo non aveva nelle sue prospettive pastorali il mondo del lavoro. Sorse tuttavia un vescovo – Wilhelm Emmanuel von Ketteler – che attirò l’attenzione sul problema e si fece voce dei lavoratori. Sono trascorsi 150 anni da quando egli tenne la sua famosa predica destinata a diventare l’inizio di una nuova dottrina e prassi pastorale della Chiesa.

Sono molti coloro che ritengono che l’enciclica pontificia Rerum novarum del 1891 sia arrivata troppo tardi. Ci fu, tuttavia, un «vescovo del lavoro» come fu chiamato Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), che indicò la via alla Chiesa in un’epoca di grande miseria, affinché assumesse la sua responsabilità socio-politica. Da quella iniziale scintilla si sviluppò una robusta dottrina sociale cattolica e, al suo seguito, divenne il modello che plasmò fino ad oggi l’economia di mercato.

Una predica rimasta celebre

questione operaiaIl 25 luglio di 150 anni fa, Ketteler, vescovo di Magonza, tenne una predica, che suscitò molta attenzione, presso il santuario di Liebfrauenheide, vicino a Offenbach, davanti a circa 10 mila operai di fabbrica, sulla giustizia sociale e il futuro del lavoro. E il giorno seguente, 26 luglio, presentò alla Conferenza episcopale di Fulda un’ampia relazione sul tema “L’assistenza della Chiesa agli operai delle fabbriche”. La relazione è considerata ancor oggi la Magna Charta del movimento operaio cristiano.

Ketteler, figlio di una nobile famiglia della Westfalia, a quell’epoca era già da due decenni l’indiscusso avvocato della “questione sociale”, come egli stesso la chiamò.

Nel 1848, allora “pastore dei contadini” del povero villaggio Hopsten nel territorio di Münster, attirò per la prima volta l’attenzione sul tema durante il primo Katholikentag della Chiesa tedesca, ma anche come deputato della Pauluskirke di Francoforte (monumento storico simbolo di libertà e democrazia, ndr) e nelle prediche di Avvento nel duomo di Magonza.

L’impoverimento di ampi strati della popolazione dovuto all’industrializzazione fu definito da Ketteler «la questione più importante del presente».

Le sue prediche agirono come un campanello d’allarme nel mondo cattolico. Circa mezzo anno dopo, nel 1850, Ketteler, allora prevosto della Berliner Hedwigkirche, ricevette la nomina alla sede episcopale di Magonza. Per trovare delle soluzioni all’interno del sistema, entrò in politica. Le sue ampie vedute e la sua creatività anche come deputato del Reichstag lo resero una delle figure episcopali più importanti del 19° secolo.

I punti di quel discorso

– Aumento del salario e proibizione del lavoro infantile. La predica alla Liebfrauenheide e la relazione alla Conferenza episcopale del 1869 costituirono le sue dichiarazioni più mature e furono anche il suo ultimo grande intervento sul problema del lavoro.

Davanti agli operai delle fabbriche, Ketteler, tra le altre cose, predicò l’aumento del salario, tempi di lavoro più brevi, la domenica libera, la proibizione del lavoro infantile,  delle madri e delle ragazze giovani.

– Sciopero: per quanto riguarda lo sciopero – termine allora ritenuto sospetto –, Ketteler lo considerava un mezzo legittimo per ottenere condizioni di lavoro più giuste, legittimo quanto i sindacati. Un riconoscimento, per quel tempo, stupefacente dal punto di vista socio-politico da parte di un alto rappresentante della Chiesa.

Tra le altre cose, Ketteler a Liebfrauenheide, dove si era pronunciato contro il lavoro delle giovani e dei bambini, sosteneva che, attraverso quel modo di lavorare, «veniva distrutto lo spirito di famiglia già nel bambino, gli veniva tolto il tempo libero per giocare, la sua salute veniva danneggiata e veniva danneggiata pesantemente anche la sua moralità».

– Moralità: un “credo” costante Ketteler. Egli esortò gli operai a non sperperare alla leggera il loro salario nelle osterie e nelle bettole, anche se, allo stesso tempo, mostrava comprensione per tali eccessi. In definitiva, anche l’incertezza e l’oppressione del lavoro in fabbrica era immensa. «Ci vuole, perciò, una grande forza morale per rimanere moderati e parsimoniosi in una vita del genere (…).

Un cambio di paradigma

La relazione tenuta ai vescovi tedeschi – che certamente, nelle deliberazioni di settembre a Fulda, erano sotto l’influsso della definizione dogmatica dell’infallibilità – contiene descrizioni drammatiche della situazione: «L’operaio non ha alcuna speranza di poter uscire dalla sua misera condizione (…). Nel suo lavoro non c’è nulla che lo aiuti a innalzarsi spiritualmente e moralmente; lavora e si preoccupa non per sé, ma per i capitalisti; le lunghe ore di lavoro, la durezza e la monotonia nauseante lo inebetiscono (…)».

La Chiesa, quindi – sosteneva nella sua relazione Ketteler –, aveva l’obbligo di venire in aiuto, perché la questione sociale era inseparabile dalla funzione pastorale dei vescovi. E, se la classe operaia non era ancora del tutto preparata a ricevere il messaggio della Chiesa, bisognava «creare delle istituzioni per l’umanizzazione di queste masse inselvatichite» prima di pensare ad una cristianizzazione. Siccome la maggior parte dei preti fino ad allora ignorava del tutto la questione sociale, bisognava che essa diventasse una materia fissa della formazione.

In un parola: il lavoro sociale prima della catechesi, ossia un totale cambiamento di paradigma per la pastorale della Chiesa.

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