L’Eritrea come la Corea del Nord

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«L’Eritrea è il paese con meno libertà al mondo». Ad affermarlo non è un oppositore del regime, ma un documento ufficiale delle Nazioni Unite. Il rapporto, frutto del lavoro di una Commissione d’inchiesta sui diritti umani che ha preso in esame le testimonianze di 550 eritrei e ha visionato 160 scritti, accusa il governo eritreo di «sistematiche, diffuse e gravi violazioni dei diritti umani», tra le quali torture, violenze sessuali, sparizioni e lavori forzati.

L’Eritrea è dipinta come una «Corea del Nord africana», nella quale non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi.

Vietate le attività sociali

La situazione si è ora ulteriormente aggravata. «In Eritrea – scrive l’Agenzia Fides in un servizio da Asmara del 12 gennaio 2018 – il regime ha iniziato a perseguitare le confessioni religiose e, in particolare, la Chiesa cattolica. L’obiettivo è chiaro: cercare di impedirne l’influenza sulla società: non vietando il culto, ma le attività sociali».

A lanciare l’allarme, in un colloquio con l’Agenzia Fides, è abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, da anni cappellano degli eritrei in Europa e attivo nel salvare i migranti in pericolo nel Mediterraneo. «Dal 1995 – spiega a Fides – nel paese è in vigore una legge in base alla quale lo Stato avoca a sé tutte le attività sociali. Queste ultime, quindi, non possono essere svolte da istituzioni private e neppure da quelle religiose. Finora la norma è stata applicata in modo blando e non ha intaccato seriamente la rete di servizi offerti da cristiani e musulmani. Negli ultimi mesi c’è però stata un’accelerazione».

I funzionari pubblici hanno decretato la chiusura di cinque cliniche cattoliche presenti in varie città. Ad Asmara è stato chiuso il seminario minore (che serviva sia la diocesi sia le congregazioni religiose). Hanno dovuto chiudere i battenti anche diverse scuole della Chiesa ortodossa e di organizzazioni musulmane. Proprio la chiusura di un istituto islamico, alla fine dell’ottobre scorso, ha scatenato le dure proteste degli studenti, represse poi nel sangue.

«Al di là del danno economico alle singole confessioni religiose – continua Mussie Zerai –, chi ci perde maggiormente è la popolazione che non ha più strutture serie ed efficienti alle quali rivolgersi. A Xorona, per esempio, hanno chiuso l’unico dispensario in funzione che era gestito da cattolici. A Dekemhare e a Mendefera, le autorità hanno proibito l’attività dei presìdi medici cattolici affermando che erano un doppione di quelli statali. In realtà, le strutture pubbliche non funzionano: non hanno medicine, non possono operare perché non hanno attrezzature adatte e, spesso, neppure l’energia elettrica».

La gente protesta e si ribella

Qual è la reazione della popolazione? «Ribellarsi non è facile» spiega il sacerdote. «La rivolta dei musulmani è stata fermata con le armi. E sono stati molti i morti e i feriti. Il mese scorso settemila giovani di leva si sono uniti e, insieme, hanno chiesto un incontro con il presidente Isayas Afeworki per denunciare le vessazioni dei loro ufficiali. Il presidente li ha ricevuti e li ha ascoltati. Al termine del colloqui i ragazzi sono stati portati in un campo di concentramento vicino a Nakfa e, per punizione, lasciati all’aperto, sotto il sole cocente, con pochissimo cibo e acqua. Molti sono deperiti e si sono ammalati. Dopo le proteste dei genitori, il regime ha detto che li spedirà nelle caserme a finire la naja. Ma in quali condizioni?».

Don Mussie Zerai è un sacerdote scalabriniano ed è noto per la cura pastorale che offre agli eritrei che vivono all’estero e per il sostegno dei profughi che giungono in Italia con i barconi provenienti in grande maggioranza dall’Africa Orientale (Eritrea e Somalia) e dalla Siria. Ha fondato a Roma l’Agenzia Habeshia per la cooperazione e lo sviluppo. Egli continua a ripetere che una gran parte dei profughi che dalla Libia cercano di giungere in Italia sono cristiani (soprattutto quelli che provengono dall’Eritrea e dalla Somalia), mentre «l’opinione pubblica e politica in Europa vede quasi solo musulmani».

«Dobbiamo seguitare a pregare per la Chiesa in Eritrea, che continua a essere perseguitata, con il governo che confisca proprietà ecclesiastiche, non permette la costruzione di chiese e minaccia l’esistenza stessa della Chiesa» afferma p. Ferdinand Lugonzo, segretario generale della Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa (AMECEA), in un colloquio con l’Agenzia Fides nel quale spiega il messaggio di solidarietà inviato ai cristiani eritrei da una delegazione dell’AMECEA: «Attualmente cinque seminaristi sono in prigione – dice p. Lugonzo – sembra per questioni relative al servizio militare obbligatorio».

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