Lutero: eredità e storia

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intervista buzzi

Nell’anniversario della morte di Martin Lutero (18 febbraio 1546), pubblichiamo un’intervista con mons. Franco Buzzi, presidente dell’Accademia di studi luterani in Italia e autore di diversi volumi specialistici, tra cui il recente saggio Quale Europa cristiana?, Jaca Book, Milano 2019.

  • Professore, ci vuole ricordare il principio da cui ha preso avvio la distinzione di Lutero?

Con Martin Lutero, monaco agostiniano contemporaneo di Erasmo da Rotterdam, ci troviamo in pieno Umanesimo, all’interno degli sviluppi della tarda scolastica di fine ’400.  Il maggiore rappresentante di tale pensiero è stato Guglielmo da Occam, mentre in Germania ne è stato interprete il famoso professore di Tubinga, Gabriel Biel.

Lutero è stato un grande conoscitore della tradizione agostiniana, a cui è appartenuto: le sue fonti fondamentali stanno in sant’Agostino e, naturalmente, in san Paolo – il Paolo convertito a Cristo – specie nel concetto di giustizia divina, quale recupero della misericordia e del perdono di Dio. Secondo tale concetto, tutti gli uomini sono accolti sotto il mantello della grazia divina, di cui sono resi partecipi attraverso le promesse fatte ad Abramo. Paolo è il giusto convertito: giusto nel senso di chi ha osservato la legge ebraica, ma convertito perché giunto alla consapevolezza di un senso ulteriore di giustizia, intesa quale effetto della grazia totalmente donata da Dio al peccatore.

Sappiamo che, in occidente, il grande interprete di tale concetto di giustizia divina è stato sant’Agostino. Agostino ha vissuto molteplici conversioni: la prima dalla retorica alla filosofia, che gli ha fatto superare, attraverso il neoplatonismo, il manicheismo.

Dalle sue risposte al vescovo Simpliciano – successore di Ambrogio che lo aveva battezzato – si intuisce quanto Agostino abbia vissuto un profondo travaglio interiore, al cui centro si è posto il passaggio da un cristianesimo inteso quale espressione della filosofia neoplatonica alla scoperta di Gesù Cristo, salvatore attraverso un dono, una gratuità che non può essere conquistata dall’uomo con propri tentativi di santificazione, sia pure attraverso opere buone. Questa seconda conversione si pone in relazione alla sua avversione al pensiero di Pelagio il quale postulava la possibilità dell’uomo di salvarsi con le sue proprie forze.

La posizione di Agostino viene fatta propria da Lutero nella scoperta del primato della grazia, già ovviamente ben presente in san Paolo.

Lutero ha sentito, nel suo tempo, la necessità di opporsi fortemente a quella forma di cristianesimo – di derivazione neo-scolastica – che si ammantava ancora di pelagianesimo, negando di fatto il primato di Dio quale dispensatore unico della grazia salvifica. La posizione di Lutero ha suscitato, come sappiamo, reazioni violente, poiché ha teologicamente confutato lo sforzo etico e morale dell’uomo nel raggiungimento della propria salvezza.

Lutero non ha mai negato la libertà dell’uomo, ma nel suo De servo arbitrio ha contestato la facoltà umana di conseguire la salvezza con le sue proprie forze. Egli è arrivato a queste conclusioni attraverso una rilettura dei Salmi (negli anni 1513-1515) e di alcuni libri del Nuovo Testamento, in particolare le Lettere paoline: ai Romani, ai Galati, agli Ebrei. Già nel commento al Salmo 50 – il miserere – Lutero individua nell’insufficienza dell’osservanza della legge il limite invalicabile dell’uomo per potersi considerare giusto.

Solo Dio, gratuitamente, attraverso il primato della Parola, compie l’opera della giustificazione.  La legge è solo lo specchio attraverso cui l’uomo riconosce le proprie inadempienze, il proprio peccato. L’uomo non pratica perciò la legge per rendere grazie a Dio, ma semplicemente per giustificare sé stesso: conseguentemente ne annulla il valore salvifico. Dunque, l’unica salvezza viene da Gesù Cristo. L’uomo deve riconoscere di non essere in grado di osservare la legge e confidare totalmente nella Parola di Dio fatta carne, crocifissa: Gesù Cristo, appunto. Solo nella fede nell’unico salvatore l’uomo può essere riconosciuto giusto da Dio e perdonato.

Lutero e le Chiese
  • Perché il principio luterano non è stato accolto dalla Chiesa di papa Leone X?

Direi essenzialmente perché contenuto nella contingenza storica dell’acquisto (vendita) delle indulgenze, proposto quale strumento di giustificazione di fronte a Dio, col versamento dell’obolo. Il domenicano Johann Tetzel propugnava questa tesi, predicandola in tutto il circondario di Wittemberg. Per Lutero tutto ciò non era niente altro che un’espressione dell’eresia pelagiana da lui tanto avversata: le famose 95 tesi esposte sulla porta del castello di Wittemberg nel 1517 ne sono chiara espressione.

Dietro la vendita delle indulgenze, stava, storicamente, un contratto – diremmo oggi – di tipo multinazionale tra potenze: tra il papato, Alberto di Magdeburgo e il fratello Gioacchino di Brandeburgo, principi elettori. Queste potenze multinazionali avevano pattuito una spartizione del ricavato mediata dalla banca tedesca dei Fugger. Il papa, in particolare, ambiva a quelle somme per poter portare a termine la costruzione della basilica di San Pietro. Tale contratto, così importante sul piano politico, economico ed ecclesiale, non poteva certo essere impedito dalla voce di uno sconosciuto monaco della Sassonia, seppur portatore di una verità così significativa.

  • La questione della giustificazione per fede è al centro della Dichiarazione congiunta fra Chiesa cattolica e Federazione mondiale luterana del 1999: quali coincidenze e quali differenze?

Direi che l’aspetto più importante risiede nel fatto che le pur piccole differenze che permangono non giustificano oggi le reciproche scomuniche del tempo passato. Si possono qualificare come sfumature di sensibilità teologica che non inficiano la comune fede nella realtà salvifica di Gesù Cristo.

Per secoli le contrapposizioni sono state fondate sulle modalità della giustificazione per fede: da parte cattolica si è sostenuto che il luteranesimo predicasse una giustificazione puramente verbale, la cosiddetta giustizia imputata, che considera l’uomo giusto senza che sia effettivamente tale. Per il cattolicesimo la giustificazione per fede doveva e deve portare, invece, ad un cambiamento reale dell’umano.

In buona misura si tratta di un fraintendimento. Anche la definizione luterana di giustizia implica infatti una reale trasformazione dell’umano da parte della giustizia di Dio, benché l’uomo permanga peccatore. La Parola di Dio è efficace, agisce e non resta senza conseguenze. Il termine ebraico dàvar non significa solo parola astratta, ma anche atto, fatto. In ciò convergono le visioni luterana e cattolica e così si esprime la Dichiarazione congiunta.

Il peccato nell’uomo non è dominans, ma è dominatum, ossia è dominato dalla grazia. Per Lutero il peccato si manifesta nella concupiscenza, da non intendersi solamente come impulso libidico, bensì quale impulso ad andare contro Dio, contro la sua Parola. Per il luterano, qualsiasi azione, anche se buona, ma che si configuri come atto contrario alla volontà di Dio, è peccato. Il fatto che la concupiscenza sia comunque presente nell’uomo è di per sé stessa peccato. Per il cattolico, invece, la tentazione, in sé, non è ancora peccato: peccato è cedere alla stessa nell’atto.

  • Quali le conseguenze rispetto al sacramento della riconciliazione o confessione del peccato?

Lutero non ha mai negato l’importanza di questo. Soprattutto in alcuni testi – esaurita la fase polemica e controversistica con la Chiesa di Roma – il sacramento della confessione non viene rigettato e si ritrova presente persino nel testo della Confessione Augustana.

Di più: Lutero non ha mai smesso di confessarsi personalmente e ha sempre suggerito ai fedeli di praticare la confessione, anche attraverso il ministro, perché tra gli elementi che la costituiscono – ossia la preparazione, il pentimento, la contrizione, il proposito di non più peccare – viene preservato il momento dell’assoluzione, in cui, in Lutero, è senz’altro presente l’elemento sacramentale.

Io penso che, su questo versante, il mondo cattolico debba uscire ancora da quella mentalità controriformistica che gli ha impedito di cogliere le sfumature di senso che avrebbero potuto portare, ben prima, ad una ricomposizione.

La Dichiarazione congiunta – significativamente firmata ad Augusta – non ha sancito soltanto un accordo ecumenico, ma è essa stessa da fare pienamente propria da parte della Chiesa cattolica, quale patrimonio di dottrina, ora comune, oltre che con i luterani, con i metodisti, i riformati e gli anglicani.

Non si dovrebbe dunque trattare questo documento come un accordo di vertice, bensì come un testo che ha qualcosa da dire a tutti i cristiani. Certo, il frutto, ad ora, è ancora piuttosto deludente. Ma l’aver riletto insieme la storia è stato molto importante. Se per cinque secoli si sono alimentate visioni diverse, c’è evidentemente bisogno di molto tempo per costatare altri effetti.

Il testo di Erasmo De libero arbitrio del 1524 – a cui Lutero rispose, l’anno successivo, con il De servo arbitrio – contiene in sé una considerazione della libertà umana collaborante con Dio, da potersi definire semi-pelagiana. Ricordo che il Concilio di Trento ha ribadito la condanna del pelagianesimo. Ora, dunque, la posizione erasmiana, non si può definire pienamente nella dottrina cattolica: è sempre Dio che, concedendo gratuitamente il suo dono, conferisce alla libertà umana la facoltà di collaborare: la grazia di Dio è sempre al centro, è sempre il motore di ogni buona azione umana.

Io tengo continuamente conferenze su questo tema: se in un primo momento l’argomento sembra essere compreso dai più, poi, facilmente si ricade nell’atteggiamento precedente. Non si cancellano, appunto, facilmente cinque secoli di storia, di formazione del clero, di malinteso rapporto con Lutero e il luteranesimo. L’ecumenismo ha quindi davanti a sé il grande compito di rimuovere quanto si è sedimentato, di creare un diverso clima, di fare altri passi nel verso di una migliore e reciproca comprensione.

Lutero: un’Accademia italiana
  • Lei è presidente dell’Accademia di studi luterani in Italia. Che cosa si propone?  

L’Accademia è nata nel 2011 e intende accrescere conoscenze e sensibilità attorno alla figura di Lutero e alla teologia luterana: accoglie docenti cattolici, luterani e valdesi. Il proposito fondamentale sta nel porsi nell’atteggiamento dell’ascolto reciproco, sia nelle pieghe degli aspetti ormai considerati condivisi, così come in quelli ancora avvertiti in modo differente, perché, evidentemente, le differenze non costituiscono più un aspetto negativo del dialogo. Ognuno resta sé stesso, nell’impegno di ascoltare l’altro, secondo verità.

Avvertiamo insieme la necessità di riprendere e di rilanciare il cammino, ovviamente attraverso uno studio approfondito e aperto, da ambo le parti. Vanno, da un lato, studiate e riprese le nuove linee storiografiche, soprattutto dei paesi germanici, scandinavi e finlandesi, e, dall’altra, si deve studiare e approfondire la tradizione cattolica per valorizzarla nei suoi elementi più preziosi, per considerare come molte prese di posizione contenessero già, di per sé, possibilità di intesa.

Con la nascita infatti della teologia controversistica, per secoli, si è consumato un dialogo tra sordi. Quel tempo è finito.

Il rapporto tra Lutero e la mistica è stato tradizionalmente poco studiato nel mondo tedesco, mentre oggi è valorizzato: stiamo con ciò dando spazio ad un aspetto che sta mettendo in luce una netta linea di continuità tra Lutero e la filosofia medievale, soprattutto francescana, quale ritroviamo, per esempio, in san Bonaventura.

Per altri versi, stiamo dedicando molta attenzione alla considerazione che lo stesso Lutero ha avuto per la tesi orientale della divinizzazione dell’umano: il giustificato, infatti, per Lutero, diventa davvero una nuova creatura, con tutto il portato ontologico conseguente. Ciò è già stato oggetto di una nostra recente pubblicazione. Questo peraltro spalanca enormi porte di dialogo col mondo ortodosso.

  • Le cose che lei dice sono molto belle, ma anche molto sottili e piuttosto lontane dal sentire comune nelle Chiese occidentali. Che cosa davvero serve mettere in evidenza?

In risposta a questa esigenza fondamentale, l’Accademia organizza regolarmente giornate di studio su tematiche generali riguardanti la fede cristiana, tenute in molte città italiane e con intento divulgativo. In mezzo a tanti problemi concreti e urgenti, può suonare strano quello che sto dicendo. Eppure, sono convinto che il futuro dell’Europa potrà essere tanto più pieno e felice quanto più tutti – cristiani delle varie confessioni – riusciranno a scavare e a portare alla luce i tesori fondamentali della fede che hanno generato la nostra cultura.

Questo vale non solo per l’Europa occidentale, ma anche per quella orientale, l’altro polmone della cristianità, secondo la definizione che ne ha dato Giovanni Paolo II. Se studiamo l’attuale pensiero teologico russo – oggi per noi fondamentale –, inevitabilmente scopriamo come questo non avrebbe potuto aver corso senza la mediazione dei paesi slavi meridionali, quali la Bulgaria, la Serbia, la Macedonia, il Kossovo ecc. In quei paesi, nei loro monasteri, si è realizzata la mediazione, non solo linguistica, del patrimonio culturale cristiano di Bisanzio.

Rimettere insieme l’intero patrimonio cristiano significa, per me, ricomporre una risorsa enorme, su cui fondare o rifondare l’unità europea. I frutti arriveranno – se non certamente a livello politico nell’immediatezza–- nell’aumentata consapevolezza di essere, sul piano culturale e religioso, una sola umanità.

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Un commento

  1. Giovanni Di Simone 20 febbraio 2021

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