Mons. Wilmer: L’abuso di potere è nel DNA della Chiesa

di: Joachim Frank (a cura)

La seguente intervista a Heiner Wilmer – ex superiore generale dei dehoniani e, dal 1° settembre 2018, vescovo di Hildesheim (Germania) – sugli abusi di potere e quelli sessuali è stata pubblicata dal Kölner Stadt-Anzeiger nell’edizione del 13 dicembre scorso. Il vescovo H. Wilmer afferma di aver preso molto sul serio il problema e di avere costituito a questo scopo delle commissioni di esperti per fare piena verità sui fatti avvenuti in diocesi. Di seguito il testo dell’intervista raccolta da Joachim Frank.

– Mons. Wilmer, lei è alla guida della diocesi di Hildesheim da circa cento giorni. Che cosa la occupa maggiormente?

Avevo appena assunto l’incarico quando è uscito lo studio sullo scandalo degli abusi. Da allora stiamo discutendo di importanti problemi organizzativi nella Chiesa cattolica tedesca quali gli interventi riguardo le vittime, gli standard di prevenzione e molte altre cose. Tuttavia, non prendiamo ancora sufficientemente sul serio il problema della violenza sessuale e dell’abuso di potere nella Chiesa.

– Cosa vorrebbe dire “prendere sul serio” il problema?

Credo che l’abuso di potere sia insito nel DNA della Chiesa. Non possiamo più sbrigarlo come marginale, ma dobbiamo ripensarlo in maniera radicale. Finora, però, non abbiamo alcuna idea delle conseguenze che ciò deve avere per la teologia.

– Lei che idea ha?

Per l’immagine di sé della Chiesa, lo scandalo degli abusi è uno schock, la cui portata vorrei paragonare alla conquista e al saccheggio di Roma da parte dei visigoti con Alarico nel 5° secolo. Da allora la teologia paleocristiana è entrata in una crisi di significato: come ha potuto Dio permettere che il centro della cristianità fosse funestato e devastato da barbari pagani? 1.300 anni più tardi, nell’età dell’illuminismo, dopo il devastante terremoto di Lisbona del 1755, è diventato più acuto il problema della “Teodicea” riguardante l’interrogativo del potere onnipotente di Dio e della sofferenza umana. E io credo che la Chiesa oggi si trovi in una situazione simile e persino più drammatica, poiché il male è derivato da lei stessa.

– Che cosa ne consegue, a suo parere?

In futuro potremo confessare lealmente la fede in una ” Chiesa santa“ solo se insieme riconosceremo che questa Chiesa è anche una Chiesa peccatrice.

– Già i Padri della Chiesa chiamavano la Chiesa una “casta meretrice” (casta meretrix).

Sì, ma questo concetto paradossale divenne più tardi incredibile e insopportabile per la dottrina imperante. Ecco perché questa idea è andata perduta. Invece di ciò si disse: ci sono nella Chiesa delle persone peccatrici, ma la Chiesa in se stessa è pura e senza macchia. Dobbiamo lasciar perdere questa convinzione e riconoscere che ci sono nella Chiesa in quanto comunità, delle “strutture di male”

– ll teologo Eugen Drewermann, già 40 fa, scrisse una trilogia con lo stesso titolo.

Ho letto tutto questo. Oggi bisogna dire che era profetico. Proprio come il libro di Drewermann: Kleriker. Psychogramm eines Ideals (Chierici. Psicodramma di un ideale). Eugen Drewermann è un profeta del nostro tempo misconosciuto dalla Chiesa.

– Un profeta?

Già nella Bibbia, i profeti erano persone che dicevano schiettamente la verità – e per questo furono emarginati o addirittura messi a tacere. Anche noi oggi abbiamo bisogno di questi uomini e di queste donne che pestino i piedi a noi vescovi, anche se fa male. Tra questi, per esempio, metto anche padre Klaus Mertes, il quale, nel 2010, ha reso pubblico lo scandalo degli abusi in Germania e per questa ragione ha ricevuto molte bastonate. A torto! Mertes anche oggi continua a stimolarci ad assumere la prospettiva delle persone colpite – un’“opzione per coloro che soffrono”, per usare le parole di Jean Vanier, fondatore del movimento dell’“Arca”. Il grido delle vittime obbliga la Chiesa ad una inversione (Umkehr) – in senso stretto del termine “Kehre” (virata). Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, di uno sguardo nuovo non simulato alle nostre radici, alla nostra origine: la vita e il messaggio di Gesù. Non possiamo più andare avanti come finora.

– Può concretizzare, che cosa intende con inversione?

Ogni autoritarismo, ogni pretesa di pensare autonomamente devono scomparire. Ho l’impressione che noi vescovi ci comportiamo in maniera arrogante. Dobbiamo scendere: non più dall’alto al basso, da sopra al di sotto, ma ad altezza di sguardi con gli altri. E anche questo per me è ancora troppo poco. “Face to face” (faccia a faccia), non basta. Ci vuole un “side by side (fianco a fianco). La Chiesa è Chiesa soltanto se è per gli altri, ha detto Dietrich Bonhoeffer. Noi siamo Chiesa soltanto se stiamo accanto alla gente, gomito a gomito con essa. Nella Bibbia è scritto come dev’essere. Dobbiamo solo leggerlo e prenderlo a cuore.

– E quindi?

A volte penso: chi determina in senso proprio ciò che è cattolico? Noi continuiamo a comportarci come se fosse la gerarchia; come se noi vescovi avessimo il diritto dell’etichetta cattolica. È sbagliato! Noi non siamo una Stiftung Warentest (organizzazione e fondazione tedesca di ricerche per i consumatori, ndtr). Dobbiamo essere dei destinatari, ascoltatori, che imparano nel dialogo con le donne e gli uomini cattolici, ma anche con i cristiani di altre confessioni e con i non credenti. Se questo è teologicamente chiaro, lo sono anche le conseguenze per quanto riguarda lo scandalo degli abusi: per arginare il male nella Chiesa, abbiamo bisogno di un efficace controllo del potere nella Chiesa. Abbiamo bisogno di una distinzione dei poteri, di un sistema di “Checks and Balances” (di “controlli e contrappesi”, come nel sistema democratico, ndtr) .

– Lei ha in programma qualcosa del genere?

È inevitabile. Quando sento dal card. Gerhard Müller che i laici secondo l’ordinamento sacro della Chiesa non possono giudicare i ministri consacrati, posso solo dire: non è vero. Nei primi secoli i diaconi e i preti venivano sempre scelti alla carica di vescovo per acclamazione del popolo. A Colonia, come lei sa, nel medioevo i cittadini insorsero ripetutamente contro il potere del loro arcivescovo e, nel 1288, nella battaglia di Worringen, conquistarono la libertà del loro feudatario. C’erano allora nella Chiesa molte più forme di partecipazione di quelle che abbiamo noi oggi. Dobbiamo stare attenti a non essere vittime della dimenticanza della nostra storia passata.

– Parliamo di un concetto centrale nella Chiesa: la colpa. Lei si sente in colpa nel caso degli abusi?

Io, Heiner Wilmer, non ho coscienza di alcuna colpa personale, perché non sono uno che ha commesso dei crimini. Tuttavia dico lo stesso: sì, mi sento in colpa, perché mi trovo dalla parte di chi li ha compiuti.

– Quando sono giunto qui, mi sono scusato perché ero in ritardo. Ma è dipeso solo dal treno e io non potevo farci niente. Che senso quindi ha scusarsi? Al di là della semplice cortesia – è anche una richiesta che riguarda lo scandalo degli abusi? Chi è realmente colpevole, che chiede con chi scusarsi?

Scusa, risarcimento, perdono sono concetti importanti. Io li trovo tuttavia problematici tutti e tre. Non ci sono in senso stretto possibilità di sdebitarsi, di risarcire. La colpa, il danno rimangono nella vita delle vittime. Negli USA molti si definiscono “survivors”, superstiti. Se nel desiderio – forse comprensibile – del perdono non traspare una traccia morale (“come cristiani noi dovremmo poter perdonare”), ciò costituisce una grave mancanza di rispetto e di sensibilità. Io capisco quando le vittime dicono: “No non posso perdonare ciò che mi è stato arrecato”. Del resto anche la Bibbia riconosce questa realtà, per esempio quando nel Libro dell’Esodo si dice che il peccato dei padri continua fino alla terza e quarta generazione.

– Il passato getta lunghe ombre a Hildesheim – anche nell’episcopio. Lei è stato il primo vescovo in Germania a parlare apertamente e in maniera concreta della cattiva condotta dei suoi predecessori. Ora si potrebbe dire, per lei è stato facile perché entrambi sono morti…

Sì, certo: ho parlato di condotta sbagliata così come tale a me appare. E ho definito comportamento sbagliato quello dei miei predecessori. È una cosa non facile. Io non sono giudice né dei vivi e né dei morti. Credo tuttavia che faccia parte della veridicità. D’altra parte non giova adesso continuare a aggiungere nomi ad altri nomi. Nel Confiteor della messa si dice: “confesso di aver molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni…”. Non si dice: “accuso gli altri”. La cosa migliore – soprattutto nel senso delle vittime – sarebbe se gli stessi colpevoli, e coloro che li hanno coperti o hanno ignorato le vittime, se ne accusassero. Ma è più facile a dire di quanto sembri.

– A cosa pensa?

Nel caso dell’autore degli abusi Peter R. rimango senza parole nel pensare che qui a Hildesheim si sarebbero potuti impedire almeno i suoi ultimi crimini.

Il capo responsabile personale del vescovo Homeyer voleva effettivamente rimuovere R. dal servizio sacerdotale. Ma alla fine si sono imposti presso il vescovo alcuni membri della comunità i quali dissero che non si poteva procedere così spietatamente con questo sacerdote tanto meritevole.

– Siamo di nuovo al tema della colpa. Lei pensa che sarebbe stato ingiusto dire: “costui è colpevole”. La realtà è molto più complessa.

Ma nella Conferenza episcopale di quasi 70 membri non c’è nessuno che venga accusato di aver concretamente fallito, come lei ha appena accennato. Già dal punto di vista aritmetico c’è qui qualcosa che non quadra.

La verità è il primo passo verso la giustizia. Siamo debitori di ambedue di esse verso le vittime. Abbiamo un debito da soddisfare nei loro confronti. Questa dev’essere la nostra prospettiva, il nostro interesse, non tanto la preoccupazione di riacquistare la nostra credibilità in quanto Chiesa, o nuova fiducia e nuovo ascolto. Nel miglior dei casi ciò deve essere un vantaggio collaterale, ma non il nostro obiettivo. Giustizia per le vittime, è questo che occorre. Perciò, da parte mia non rinuncerò all’impegno di scoprire e spiegare tutto ciò che è successo nel modo migliore possibile. Con me non ci sarà alcuna segreta sparizione in qualche cassetto. Abbiamo anche bisogno urgente di commissioni che facciano verità. Io lo vedo già nei casi di cui stiamo discutendo qui nella diocesi di Hildesheim.

– Si riferisce ad un’accusa di abusi nei riguardi di un suo predecessore del 1988, il vescovo Heinrich Maria Janssen. In questo caso: un defunto non può più difendersi…

Per questo un gruppo della scientifica, criminologi e storici lavoreranno in maniera autonoma sulle strutture diocesane di quel tempo e sul ruolo del vescovo Janssen.

– Percorrendo la strada tra la stazione e l’episcopio, sono passato per una via intitolata al vescovo Janssen. Cosa ne pensa se lei oggi passa di là?

Non solo qui ci sono strade del genere, ma anche altrove, per esempio a Duderstadt. Lì ci sono state le prime iniziative per cambiare i nomi. Ma è un problema che riguarda i relativi comuni. Io aspetto i risultati dell’indagine esterna. (da Kölner Stadt-Anzeiger)

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5 Commenti

  1. Tommaso Cavazzuti 20 dicembre 2018
    • Angela 21 dicembre 2018
      • Tommaso Cavazzuti 21 dicembre 2018
        • Angela 21 dicembre 2018
  2. Angela 20 dicembre 2018

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