Pensavo fosse Gesù, invece era Aristotele

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Luigi Maria Epicoco è tra le firme più note dell’editoria religiosa contemporanea. Fra le sue ultime pubblicazioni vi è un libro che si inserisce in un filone – quello del rapporto “donne e Bibbia” – di straordinaria ricchezza ermeneutica. Il titolo del libretto di Epicoco, poco più di un centinaio di pagine, è di per sé programmatico: Le affidabili. Storie di donne nella Bibbia.

Scorro in Internet qualche nota di presentazione. Una dice così: Quando pensiamo ai racconti biblici, troppo spesso il nostro immaginario è prevalentemente maschile. In verità, in ogni storia c’è sempre un rimando femminile che non fa solo da coreografia ma ne rappresenta molto spesso la chiave di lettura vincente; infatti, le donne della Bibbia sembrano le più “affidabili” nel realizzare la Storia di Salvezza.

Un’altra dice: Erroneamente forse pensiamo che le donne nella Bibbia ricoprono un ruolo marginale. In realtà è esattamente il contrario, perché esse rappresentano il grande fondale “affidabile” dentro cui la storia della salvezza è resa davvero possibile.

Perplessità

Rimango un po’ perplessa. Troppo spesso il nostro immaginario è prevalentemente maschile… Forse pensiamo che le donne nella Bibbia ricoprono un ruolo marginale…

Evidentemente il marketing religioso fa riferimento a un pubblico medio che ha poca o nessuna consapevolezza dell’imponente lavoro che, da decenni ormai, le teologie femministe stanno portando avanti per dissotterrare i giacimenti di senso sepolti nelle filigrane delle Scritture rispetto alla presenza e al ruolo delle donne nella storia della Salvezza. E questa è la prima perplessità.

In verità, in ogni storia c’è sempre un rimando femminile… In realtà è esattamente il contrario… Seconda perplessità: sembra sia stato Epicoco il primo ad affondare la mano in questa vena aurifera… Che dire? Forse fa parte della prassi promozionale presentare ogni nuova pubblicazione all’insegna dello slogan “il-primo-libro-che”, come non esistesse alcun ieri in cui riconoscersi e a cui essere riconoscenti.

Ma ecco che le mie perplessità si traducono in indignato disagio quando, leggendo un’intervista rilasciata dal giovane teologo al blog AlzogliOcchiversoilCielo, mi imbatto in queste parole: “La grande polemica sul ruolo delle donne nella Chiesa mi infastidisce molto, perché è come se noi dovessimo dare spazio a coloro che hanno tutto il diritto di ritenere che questo spazio ce l’hanno già, e se lo sono guadagnato attraverso quella affidabilità di cui parlavo prima.

Nel libro ho usato un’immagine. In fondo, quando noi guardiamo un quadro, veniamo attratti dalle figure che sono in prima linea, ma in realtà queste figure sono comprensibili solo perché c’è un fondale alle spalle, che dà significato ai personaggi in prima linea.

Ecco, le donne sono il grande fondale di senso dentro cui nessun personaggio che sta in prima linea potrebbe trovare significato se non attraverso di loro. Dietro i grandi uomini della Bibbia ci sono sempre grandi donne, nella Chiesa le vicende più importanti hanno sempre avuto come fondale figure sagge“.

Non sono stata certo l’unica a sentirmi a disagio davanti a queste frasi; il “fastidio” di cui parla Epicoco ha stimolato un articolato commento di Andrea Grillo che, attraverso una lettera aperta, ha tra le altre cose sottolineato come l’immagine metaforica dello “spazio del fondale”, usata da Epicoco per ribadire che la posizione marginale delle donne nella Bibbia e nella Chiesa è funzionale al conferimento di senso per i personaggi che si trovano in prima linea, non è altro che una riproposizione in forma di metafora della secolare predicazione ecclesiastica che identificava il domestico e il privato – l’invisibile, il nascosto, il silente – come spazio del femminile, in contrapposizione al pubblico, cioè al primo piano, al visibile, all’autorevole, come luogo proprio dei maschi.

A dispetto di quel titolo dirompente – Le affidabili –, Epicoco, dunque, ricade nella nota e stereotipata misoginia clericale, che “blinda” le donne in posizioni di marginalità privandole di qualsivoglia rilevanza istituzionale, con l’aggravante delle buone maniere e dei toni affabili che mistificano e occultano i contenuti sessisti.

Donne sullo sfondo, quindi. Donne mai protagoniste in primo piano. Ieri a causa della loro inaffidabilità, oggi nonostante la loro affidabilità. Ma chi l’ha detto che le donne devono stare sullo sfondo?

The Woman’s Bible

Se c’è stato un punto di non ritorno nell’ermeneutica biblica, per quanto sconosciuto ai più, o disconosciuto o misconosciuto, questo è senz’altro il saggio The Woman’s Bible (La Bibbia della donna) di Elizabeth Cady Stanton, pubblicato alla fine dell’Ottocento. È grazie all’impresa di Cady Stanton che oggi non si può più leggere la Bibbia come un libro “neutro”, cioè privo di tracce delle mani maschili che l’hanno scritto.

Cady Stanton mise a fuoco il carattere fondamentalmente androcentrico della Bibbia, in termini tanto di linguaggio quanto di cornice concettuale.

Portando ad evidenza le strutture patriarcali che relegavano le donne in posizione di secondo piano rispetto agli uomini e le presentavano attraverso narrazioni che le concepivano come marginali, invisibili e insignificanti – nei confronti non solo della religione, ma anche della cultura e della storia umane –, Cady Stanton giunse ad affermare che i testi misogini contenuti nella Scrittura dovevano essere considerati non parola di Dio, ma parola dei maschi.

Il pionieristico lavoro di destrutturazione compiuto dalla pensatrice americana, imprescindibile figura di riferimento nella storia dell’emancipazione delle donne e degli schiavi, ha contribuito a mettere in luce le piegature androcentriche della storia della redazione e della tradizione dei testi biblici, il pronunciato androcentrismo attivo nella formazione del canone e in tante traduzioni, nonché l’organizzazione patriarcale delle istituzioni religiose e del nostro stesso modo di pensare, di vivere e di credere.

Come ricorda Elisabeth Schüssler Fiorenza, le conclusioni interpretative scaturite da The Woman’s Bible determinano ancora i parametri dell’ermeneutica biblica femminista e anche le ricerche storico-esegetiche sul tema: “donna nella Bibbia”.

Cent’anni di solitudine

Se le femministe americane della fine del XIX secolo non avessero rivendicato il diritto delle donne non soltanto a vagliare criticamente le interpretazioni della Bibbia per smascherarne la carica oppressiva nei confronti delle donne, ma anche a leggere criticamente il testo stesso, non sarebbe mai esploso l’interesse per le figure femminili che costellano la storia biblica: nel momento in cui la Bibbia è diventata anche delle donne, il protagonismo femminile all’interno del testo sacro stesso è emerso in tutta la sua evidenza e le donne della Bibbia sono state liberate dall’oblio e, soprattutto, dalla mistificazione.

Scriveva così Marinella Perroni vent’anni fa, in un testo dal titolo emblematico: Cent’anni di solitudine – La lettura femminista della Scrittura. I cento anni di solitudine sono quelli che separano la pubblicazione della Bibbia della donna, del 1895, e il documento della Pontificia commissione biblica sull’Interpretazione della Bibbia nella Chiesa, del 1993 – documento che, togliendo l’interdetto, legittimava anche l’esegesi femminista come possibilità interpretativa delle Scritture valida sotto il profilo ecclesiale.

Durante quei primi cento anni le donne cristiane hanno potuto iniziare a confrontarsi con la Bibbia, a riappropriarsene, a sentire la Parola come pronunciata non solo per loro ma anche attraverso di loro.

Perroni rilevava, però, non senza amarezza, che il lavoro di esegesi compiuto dalle donne lungo tutti quei primi solitari cento anni, anziché venir considerato dal mondo esegetico italiano come movente di interlocuzione critica, era stato ritenuto semplicemente come un’area protetta della ricerca teologica, una sorta di appendice riservata alle sole donne.

Sono passati vent’anni da quel testo, e la domanda inevitabile è: è cambiato qualcosa da allora nella cultura teologica italiana? Forse qualcosa sì: un libro come quello di Epicoco testimonia che l’area protetta si è aperta anche a presenze maschili che, attraverso un non scontato esercizio di dislocazione dello sguardo, approcciano il testo biblico da un punto prospettico “altro”. Oggi anche teologi e biblisti si occupano delle donne nella Bibbia, ne parlano e le studiano. Ma l’interlocuzione critica, a che punto è?

Appare evidente che, finché ci si limita a muoversi entro il campo delle Scritture, non ci sono ormai più grosse difficoltà. Le difficoltà si profilano nel momento in cui l’ermeneutica biblica femminista si fa preludio ad una riconsiderazione totale dell’assetto teologico e religioso, non per tematizzare un passaggio di potere, ma per elaborare una nuova prospettiva teoretica d’insieme, per ripensare totalmente l’universo religioso con i suoi simboli e i suoi linguaggi, i suoi contenuti e le sue norme, le sue promesse e i suoi riti.

Se, toccando il tema “donne e Bibbia”, nell’aria inizia ad aleggiare la questione dei ruoli e dei ministeri ecclesiali, inevitabilmente qualcuno comincia a infastidirsi. Ma, come scriveva Grillo nella sua lettera aperta: Per quanto si parli di affidabilità, anche a giusto titolo, se non ci si confronta con l’esercizio dell’autorità, non si rende un servizio alla ragione teologica e alla dignità delle donne.

…invece era Aristotele

Eppure questo ormai più che centenario lavoro esegetico delle donne dovrebbe aver portato ad avere come solida e condivisa acquisizione alcuni dati, storici prima ancora che teologici.

Le cristiane della prima generazione erano discepole di Gesù a pieno titolo in una comunità di uguali, battezzate e responsabili di comunità, missionarie ed evangelizzatrici. Ma il tempo breve del discepolato di uguali, eversivo nei confronti delle strutture familiari e culturali tradizionali ebraiche dominate dal patriarcato, non durò più di una generazione.

L’istituzionalizzazione della Chiesa coincise con il suo adattamento all’etica greco-romana e all’assunzione dei codici personali e familiari della cultura allora dominante. Il prezzo della legittimazione e della istituzionalizzazione fu pagato dalle donne della seconda generazione cristiana che, ricondotte a compiti secondari, vennero interdette dai ruoli ecclesiali e marginalizzate per i secoli a venire.

Una volta addomesticata la dirompente proposta di Gesù del discepolato di uguali, Aristotele era pronto a permeare di sé il pensiero e la vita cristiana. Ora, per capire quale fossero i riferimenti culturali della Chiesa nascente nel suo approccio al mondo greco-romano, può essere utile spostarsi dal campo d’indagine propriamente biblico ed entrare, invece, nel terreno dell’antropologia e della filosofia.

Il recente lavoro di Giulia Sissa, Distinguished Professor of Political Science, Classics and Comparative Literature alla University of California di Los Angeles, dal titolo L’errore di Aristotele. Donne potenti, donne possibili, dai Greci a noi, entra in modo approfondito, testi alla mano, nelle pagine aristoteliche che hanno costruito il fondamento delle costruzioni di pensiero che, attraverso i secoli, hanno in modo pervasivo continuato a battere sul tasto dell’inferiorità femminile.

Lo stile di Sissa è rigoroso ma, allo stesso tempo, intrigante e godibile, a tratti perfino divertente nel riproporci le testuali parole di pensatori che, a partire da Aristotele, via via attraverso i secoli, in vario modo e a vario titolo si sono impegnati a dimostrare che le donne, poverine, non ce la possono proprio fare ad essere come gli uomini e che la donna fa acqua da tutte le parti.

Sillogismi: Aristotele

Basta un sillogismo, semplice e rigoroso, per consegnare le donne all’inferiorità, al retroscena, al fondale. Contro Platone che, nella Repubblica, postulava l’uguaglianza tra i sessi e un’educazione paritaria per maschi e femmine, Aristotele parte da un assunto di carattere biologico che mette fuori gioco subito qualsiasi postulato di uguaglianza.

Gli uomini sono caldi. Il calore è thumos, cioè ardore, e solo dal thumos può svilupparsi l’andreia, cioè il coraggio, ossia la virtù indispensabile per combattere, governare, mantenersi saldi nella decisione presa e rivestire ruoli di primo piano nella città.

Le donne sono tutto il contrario. Sono fredde, prive di thumos, e quindi prive di andreia. Non è che non ragionino – anzi, per Aristotele le donne sono anche più intelligenti e razionali degli uomini, proprio a causa della loro freddezza – ma, non avendo thumos e coraggio, non sono in grado di prendere decisioni. E, allorquando ne prendessero una, non riescono a mantenersi salde nella decisione presa. Sono inaffidabili.

Ecco pronto, dunque, un ineccepibile sillogismo: le donne sono prive di thumos; per governare e stare al centro della città serve thumos; quindi le donne devono restarsene in casa, nell’angolo più ritirato e nascosto, silenziose e obbedienti al maschio di turno, padre o marito che sia.

Sillogismi: Tommaso

Tommaso percorre a spron battuto le vie dell’aristotelismo e rincara la dose con un sovrappiù – non solo la donna è priva di thumos, non solo è incostante e inaffidabile, ma è pure un maschio mancato, qualcosa di difettoso, occasionale e irrazionale: femina est aliquid deficiens et occasionatum.

Ne consegue che naturaliter femina subiecta est viro, quia naturaliter in homine magis abundat discretio rationis. Il maschio è per natura più dotato intellettualmente, ha la meglio in tutti i campi che riguardano il pensiero, è più intelligente, più lungimirante e competente.

Per Aristotele, la donna più coraggiosa è un maschio vigliacco; per Tommaso la donna più intelligente è un maschio stupido. Mentre per Aristotele l’invalidità della donna riguarda solo l’esecuzione, la messa in atto di progetti che, per altro, è razionalmente in grado di giudicare correttamente, per Tommaso la donna non è in grado di portare a definizione nessun compito, si smarrisce, è incapace di muoversi nel mondo senza l’appoggio maschile.

Sillogismo tomistico: Dio, nel disegno della natura, ha creato il maschio dotato di superiorità cognitiva (discretio rationis). Per governare, dirigere, comandare, serve questa superiorità cognitiva. Perciò solo il maschio può comandare, dirigere e governare.

Corollario: L’uomo è il capo della donna, ed è giusto che sia così poiché, grazie a Dio, l’uomo è davvero più dotato della donna. La donna è un essere ausiliare, fatto per il servizio, per aiutare, assistere; è esclusa da ruoli direttivi e da responsabilità, può solo vivere in condizione di subordinazione.

Sillogismi: Rousseau

Poi arriva Rousseau, uno degli intellettuali più influenti dell’Illuminismo. Quando, nel libro quinto del suo romanzo pedagogico Emilio, viene a parlare dell’educazione di Sofia, la compagna di Emilio, anche il pensatore ginevrino non riesce ad abbandonare le note, sicure vie del sillogismo aristotelico.

Et voilà: In tutto ciò che concerne il sesso, la donna e l’uomo hanno dappertutto rapporti e dappertutto differenze. Tutto ciò che essi hanno in comune è proprio della specie, tutto ciò che hanno di differente è proprio del sesso.

Da questa diversità nasce la prima differenza individuabile nel campo dei rapporti morali fra l’uno e l’altro sesso. L’uno deve essere attivo e forte, l’altro passivo e debole.  Stabilito questo principio, ne segue che la donna è fatta specialmente per piacere all’uomo.

Se la donna è fatta per piacere e per essere soggiogata, ella deve rendersi gradevole all’uomo anziché provocarlo: la sua forza è nelle sue grazie.

È Rousseau, e sembra Costanza Miriano

Ulteriori corollari di questa logica dimostrazione: il posto naturale della donna è la casa, la sua principale occupazione la cura dei figli, che abbia la stessa educazione di un uomo è un’assurdità che solo Platone poteva concepire.

Se proprio si devono educare, le donne, visto che nel mondo così come è ormai per tutti è indispensabile un po’ di cultura, le si educhi in modo che questo serva a rinforzare le prerogative “naturali” del loro sesso: Non potendo essere giudici esse stesse, devono ricevere le decisioni dei padri e dei mariti come fossero quelle stesse della Chiesa.

Non fate delle vostre figlie delle teologhe e delle ragionatrici; non insegnate loro, delle cose del cielo, che ciò che serve alla saggezza umana.

Ciò che loro si comanda è bene, ciò che loro si proibisce è male, le bambine non devono saperne di più.
Sono capaci le donne di un solido ragionamento? Lo coltiveranno con frutto? E sarà utile alle funzioni che sono loro imposte? È compatibile con la semplicità che loro conviene?

Il paradosso di Epicoco

Oggi, contro Aristotele, Tommaso e Rousseau, la Chiesa ha (finalmente) scoperto che le donne non sono diverse dagli uomini perché più fredde, meno coraggiose, meno intelligenti e più deboli. Ha scoperto che le donne possono essere, e si sono dimostrate, nella storia della Salvezza, sagge e affidabili, più affidabili degli uomini addirittura.

Dopo aver spacciato per secoli come messaggio di Gesù quello che era invece retaggio del pensiero aristotelico, che sia forse giunto il momento di abbandonare la lettura pregiudiziale del femminile, che vede come caratteristica decisiva delle donne – fredde, prive di coraggio, poco intelligenti e più deboli degli uomini – la soggezione e la mancanza di autorità?

Il fastidio di Epicoco dice che la Chiesa ancora non ce la fa. Anche se la premessa maggiore del sillogismo aristotelico si è convertita nel suo contrario (quanto thumos, in una donna!), la conclusione resta uguale e inattaccabile. Che le donne restino sul fondale, e lì se ne stiano contente e appagate, dato che ora glielo riconosciamo, questo fondamentale ruolo di sfondo! Cosa vogliono ancora, queste benedette donne, sempre a far polemica!

Nel suo articolo di vent’anni fa, che vale a pena ritornare a leggere, Marinella Perroni sottolineava che il femminismo, con la sua volontà di rimettere in discussione la pretesa maschile di occupare il centro della scena e dell’universo, ha portato con sé una rivoluzione che va ben al di là della stessa contesa per l’occupazione del centro.

La questione urgente sollevata dal pensiero delle donne nella Chiesa non è tanto chi o che cosa deve stare al centro, chi o che cosa deve stare in primo piano o sullo sfondo. La vera questione è se l’universo religioso non possa essere che policentrico o, addirittura, se esso non sia plausibile solo privo di centro.

Forse è questo il pensiero da pensare e ripensare, a lungo e bene, se dirsi cristiane e cristiani significa lasciarsi toccare da Uno che di sé ha detto non “Io sono il centro”, ma “Io sono la via”.

Bibliografia:

Alzo gli occhi verso il cielo (qui).
Andrea Grillo, Munera (qui).
Marinella Perroni, Cent’anni di solitudine. La lettura femminista della Scrittura, Servitium 150, 2003.
Elisabeth Schüssler Fiorenza, In memoria di lei. Una ricostruzione femminista delle origini cristiane, Claudiana 1990.
Giulia Sissa, L’errore di Aristotele. Donne potenti, donne possibili, dai Greci a noi, Carocci 2023.
Rousseau, Emilio, a cura di A. Visalberghi, Laterza 1999.

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13 Commenti

  1. Donato Rizzello 28 giugno 2023
  2. Tobia 27 giugno 2023
  3. Carlo 27 giugno 2023
  4. Grazia Lizzi 26 giugno 2023
  5. Mauro Mazzoldi 26 giugno 2023
    • Gian Piero 26 giugno 2023
  6. Elisabetta 25 giugno 2023
  7. Fabio Dipalma 25 giugno 2023
  8. Fabio Cittadini 25 giugno 2023
  9. Salfi 25 giugno 2023
  10. Marinella Perroni 25 giugno 2023
    • Giuliana Babini 26 giugno 2023

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