Puri di fuori o puri di cuore?

di: Marco Benetti

Mi chiedo che idea di sacro abbiamo per la testa? Un sacro che allontana l’umano o che lo ingloba in sé innalzandolo…

Personalmente, al di là delle logiche di coloro che si sono scandalizzati per il gesto di carità vissuto ieri dal papa e dalla Chiesa di Bologna in San Petronio, credo sia stato davvero un gesto che ha attualizzato in gesti concreti il testo dell’Evangelo che la liturgia leggeva ieri alla messa.

Al di là degli schemi mondani, che ciascuno di noi ha per la testa, che spesso dividono il mondo, la gente, la vita… c’è sempre – nell’ottica del Regno di Dio – la possibilità che «pubblicani e prostitute ci possano passare avanti».

Infatti, in dialetto veneto si direbbe «strucca strucca», ciò che conta per la logica dell’Evangelo non è – come disse ieri il papa nell’omelia allo Stadio Dall’Ara – che conti la purezza «di fuori», ma la «purezza del cuore». Perché, allora, discutere su desacralizzazione o profanazione di una Chiesa per il solo fatto che la “casa di Dio”, simbolicamente riconosciuta nella traditio cristiana nell’edificio di pietra e cemento, nel momento in cui ospita un pranzo o una festa conviviale sia caduta in tali realtà? La «casa di Dio», l’edificio chiesa, insomma, divenendo luogo di convivialità fraterna è divenuto ancor di più, a mio modo di vedere, il luogo in cui – un credente cristiano – ha potuto vedere che tra la mensa concreta del cibarsi umano non è distante/altra cosa/in contrapposizione con la mensa della Parola e del pane spezzato.

Quante volte il Cristo stesso, narratoci nella testimonianza evangelica e nella letteratura paolina, ha fatto il primo passo e si è accostato alla vita della gente… tenendo in forte connessione umano e divino, sacro e profano, puro ed impuro. Nessuna “lebbra”, infatti, per il Nuovo Testamento, può mantenerci lontano dal Signore e Padre di Gesù Cristo.

Certo, uno potrebbe citare il gesto forte di Gesù che al Tempio di Gerusalemme caccia i venditori perché stavano “profanando” la casa del Padre… ma dove sta il vero tempio? L’evangelista Giovanni, annota, che il Cristo stava «parlando del tempio del suo corpo»!

Io credo, da come intendo le azioni pratiche di papa Francesco, che dobbiamo entrare in una logica esistenziale e credente in cui la nostra vita e la nostra fede sia intesa in una “logica mendicante”, di gente che sa condividere la vita e le idee, di un pensiero incompleto, di una teologia conscia di essere sempre “in debito” e, nonostante i voli pindarici che spesso vengono sviluppati dentro di essa, sia conscia di essere sempre “in ricerca”.

Non si tratta altro di essere onesti, con se stessi e con Dio. Non siamo onnipotenti, le nostre idee spesso dividono e spaccano l’unità, separano spesso i buoni dai cattivi, e noi – magari – ci riteniamo dalla parte dei bravi e dei buoni, di coloro che fanno sempre tutte le pratiche religiose a perfezione. Eppure, e ne sono sempre più convinto, il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si è fatto lui stesso, per primo  – proprio nel gesto dell’abbassamento kenotico del Figlio – mendicante dell’umanità. Così, anche il nostro sguardo, deve restare – nel limite – umile e sereno. Ogni volta che “moralizziamo”, che giudichiamo, che separiamo… cadiamo nell’antica tentazione di “voler/sapere già tutto”, di gente che ha in mano la chiave del giudizio universale, di credenti attaccati alle norme e non al desiderio di spartire, di condividere, di mendicare assieme un po’ di Verità.

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