Biologia e teologia, un dialogo possibile

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I primi decenni del XXI secolo vedono il pensiero filosofico-scientifico che, pur impegnato in primo luogo su vari livelli a far fronte a diverse e inedite sfide per loro natura sempre più planetarie, non tralascia quel non secondario tema ereditato dalla modernità, il confronto fra scienza e fede, o meglio fra il sapere scientifico e quello derivato dall’esperienza di fede. Un confronto che ha visto protagonisti gli stessi fondatori della scienza moderna. Se con Galilei, com’è più noto, ha assunto risvolti drammatici, con Newton è stato meno lacerante e nello stesso tempo più costruttivo, come ampiamente documentato da Hélène Metzger nell’ancora e quasi unico lavoro nel suo genere del 1938, Attraction universelle et religion naturelle chez quelques commentateurs anglais de Newton (Hélène Metzger, vittima della Shoah, filosofa della scienza, 27 gennaio 2021).

Reciproco e salutare bagno di umiltà

Il confronto tra scienza e fede è stato ritenuto cruciale anche da diverse figure del Novecento, a partire da scienziati-filosofi come Max Planck, Albert Einstein, Pierre Teilhard de Chardin, Stefan J. Gould sino a Giovanni Paolo II, il cui papato, sulla scia delle indicazioni del Concilio Vaticano II, è stato caratterizzato tra le altre cose da una non comune attenzione verso questo problema ritenuto cruciale per evidenti ragioni pastorali tese ad avviare su nuove basi il rapporto con la contemporaneità, una volta individuate alcune cause del secolare conflitto, grazie a una coraggiosa presa in carico del «Caso Galilei».

In questo campo sono tuttora impegnati in prima persona gli stessi scienziati, credenti e non credenti, coadiuvati dal fatto che, da una parte, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, sono venute meno quelle immagini unilaterali della scienza di stampo vetero-positiviste, grazie agli sviluppi degli studi storico-epistemologici col darci non secondari contributi per affrontare su nuove basi i valori cognitivi in essa impliciti; e, dall’altra, soprattutto in area anglosassone e nell’ambito della tradizione teologica riformata liberale è venuta a consolidarsi la cosiddetta Theology and Science, dove figure come Ian Barbour prima e Robert J. Russell, fisico e teologo, poi, hanno messo proficuamente in atto quella che chiamano a creative mutual interaction (Quando cosmologia ed escatologia si incontrano, 9 dicembre 2021).

Tutto questo, insieme alla piena metabolizzazione delle conseguenze del «Caso Galilei» in campo cattolico che ha portato alla nascita di iniziative varie, come il Centro di ricerca DISF e l’associazione Nuovo SEFIR, ha gettato le basi per avviare un rinnovato dialogo tra scienza e fede, una volta che sono state, a dirla con papa Benedetto XVI, liberate dai rispettivi «restringimenti ideologici» ereditati dal passato.

Ciò è stato possibile dopo un loro reciproco e salutare bagno di umiltà epistemologica nel senso avanzato da più figure di filosofi della scienza come Federigo Enriques, Gaston Bachelard, Karl Popper ed Edgar Morin, i cui lavori hanno avuto il merito di demolire gli «assoluti terrestri» e di spogliarci dal mito dell’onniscienza per usare dei termini di Dario Antiseri e Mauro Ceruti.

Il lavoro di Angelo Vianello

In tale contesto, caratterizzato dalla presenza per lo più di fisici, viene ad inserirsi l’originale lavoro, definito «molto ricco e felicemente interdisciplinare» dal compianto giornalista scientifico Pietro Greco, del biochimico Angelo Vianello Sapere e fede: un confronto credibile. Per un dialogo possibile tra biologia e teologia (Udine, Forum Edizioni, 20182) con la prefazione di Federico Vercellone e la postfazione di Alessandro Minelli che ne hanno illustrato alcuni salienti aspetti.

Autore di altri importanti lavori riguardanti l’evoluzione della vita, la biodiversità, l’altruismo e le sfide dell’Antropocene (Per una visione agapica dell’Antropocene, 3 marzo 2022), Angelo Vianello, da savant o scienziato al lavoro ed engagé nel senso bachelardiano del termine, ci offre un non comune percorso storico-epistemologico caratterizzato, da una parte, da una presa di coscienza veritativa del continente scienza, e in particolar modo del composito universo delle scienze della vita, anche grazie a una piena metabolizzazione dei risultati raggiunti nell’ambito del pensiero complesso; e, dall’altra, dalla presa in carico di alcune proposte di teologi come Hans Küng e Jürgen Moltmann.

Non a caso, grazie all’esperienza maturata attraverso lo studio dell’evoluzione dell’uomo, Vianello ci offre una lettura particolarmente interessante della Teologia della speranza di Moltmann, col fare sue anche alcune indicazioni espresse in Scienza e sapienza, che gli hanno permesso di guardare al mondo della fede da diverse prospettive aperte al confronto critico con altri saperi al fine di «salvare l’esperienza umana e, più in generale, la biosfera».

Armato di questa doppia consapevolezza epistemica ci viene così offerto un percorso teso al confronto con un nuovo esprit, nel senso di Gaston Bachelard, con i due «pilastri del tempo», come li chiamava S. Gould, con l’obiettivo insieme teoretico-esistenziale di «trovare delle sintesi che possono facilitare, sul piano culturale, il rispetto delle reciproche diversità». Anche perché, come già Galileo aveva diagnosticato, e poi ribadito da Giovanni Paolo II, non ci può essere conflitto tra due verità, ma esso si verifica quando si propongono false e fuorvianti interpretazioni di entrambe, come storicamente è avvenuto e avviene spesso per motivi ideologici.

La particolarità delle scienze della vita

Bisogna tenere presente, per capire meglio il percorso di Angelo Vianello, che le scienze della vita, a differenza della fisica che ha dovuto per affermarsi come sapere autonomo portare avanti una contestuale e difficile «filosofica militia», come la chiamavano Federico Cesi e lo stesso Galilei, si sono sviluppate nella seconda metà dell’Ottocento – da Darwin e Bernard a Mendel e Pasteur – quando il sapere scientifico si era ben consolidato con le sue specifiche «ragioni», per dirla con Federigo Enriques.

Per questo i maggiori protagonisti non si sono particolarmente impegnati sul terreno epistemologico per chiarirne le modalità d’essere, che sarebbe operazione sempre necessaria per evitare false interpretazioni, che hanno riguardato spesso, com’è noto, la teoria dell’evoluzione. Mentre i fisici alle prese con altri radicali cambiamenti hanno continuato nel corso del primo Novecento a produrre una ricca mole di dibattiti sulla natura del reale fisico, in campo biologico, se si escludono gli importanti contributi di Teilhard de Chardin, Stephen J. Gould, Ernst Mayr e Jean Piaget, non si è verificata una cosa del genere e si è dovuto aspettare la riflessione prodotta dal pensiero complesso che non a caso si è nutrito in particolar modo dei contenuti veritativi impliciti nell’universo delle scienze del vivente.

Tutto ciò ha determinato sino a qualche decennio fa la mancanza di un “dialogo” costruttivo da parte di questo ambito del pensiero scientifico con il sapere teologico data anche la complessità delle scienze della vita, su cui aveva attirato già l’attenzione Giovanni Paolo II nei due discorsi sulla teoria dell’evoluzione con l’insistere sulla necessità da parte degli stessi protagonisti di affrontarne le relative questioni metodologiche e le implicazioni teologico-filosofiche per capire le «origini» e le stesse «ragioni della vita», questioni oggi sempre più al centro dell’attenzione.

Per un confronto credibile

È questo uno degli obiettivi e dei meriti non secondari del percorso di Angelo Vianello che, ponendosi sulla scia di tali indicazioni come anche sui lavori più recenti di Christian de Duve, Stuart Kauffmann, Fiorenzo Facchini, Francisco Ayala, Francis Collins, Giuseppe Tanzella-Nitti e Mauro Ceruti, si impegna quasi in una rinnovata «filosofica milizia», tesa, da una parte, a fare emergere gli intrinseci valori veritativi delle scienze del vivente e, dall’altra, grazie ad esse, a ridare all’esperienza di fede un rafforzato dinamismo escatologico col fare sue proficuamente le proposte di Teilhard de Chardin e di Moltmann.

Ne emerge un solido quadro epistemologico-ermeneutico per gettare le basi di «un confronto credibile», di un «dialogo possibile tra biologia e teologia», ritenuto sempre più «ineludibile» anche perché, come spesso viene ribadito, trova le sue ragioni d’essere nelle «fondamenta nella libertà di pensiero, intesa come la più grande risorsa dell’uomo».

E, come uomo di scienza che ha studiato l’evoluzione dell’uomo, le «nostre lontane origini», «le principali tappe dell’Homo sapiens», «l’enigma dell’aggressività», «la sfida ambientale», Angelo Vianello ci avverte che porre sul terreno più giusto l’auspicata sintesi tra il sapere scientifico e il sapere della fede, oltre a costruire insieme una «concezione laica della società», è un percorso aperto a diverse possibilità, come quella di «aprire a scenari di speranza utili a orientarci nell’agire di ogni giorno e a costruire un futuro che renda possibile la sopravvivenza di questa nostra fragile esperienza terrena».

Come scienziato al lavoro ha messo in pratica in modo proficuo quella magistrale «sintesi», esposta nei suoi numerosi scritti a partire da Il fenomeno umano di Teilhard de Chardin, che ha sempre insistito sul fatto che, se le verità scientifiche vengono ben comprese, sono il nutrimento stesso dell’uomo di fede.

Pluralista, non relativista

Tale approccio, grazie all’immersione nei dibattiti epistemologici e teologici odierni, poi lo ha portato ad una diversa lettura dei rispettivi contenuti veritativi e più attenta alla loro autonomia insieme con la coscienza teoretica del fatto che, quando scienza e fede si incontrano e dialogano in modo costruttivo, si arricchiscono entrambe di nuovi orizzonti cognitivo-esistenziali oggi più che mai necessari in un mondo globalizzato le cui dinamiche richiedono piani di interventi non più sorretti da logiche unidimensionali ma interdipendenti per le diverse sfide che ci attendono.

Alla luce di tali indicazioni, Sapere e fede, oltre ad analizzare diversi punti di vista emersi nel variegato universo delle scienze biologiche sempre più bisognose di approfondimenti storico-epistemologici data la dimensione planetaria dei problemi affrontati, è un testo molto ricco di idee finalizzate a creare le basi di una impalcatura concettuale in grado di rendere sempre più «fecondo» il dialogo tra teologia e biologia.

Esso «fa tesoro», nel senso biblico del termine, dello «scenario che emerge dal “dibattito alla tavola alta dell’evoluzionismo”» senza cadere in posizioni naturalistiche grazie al fatto che ormai nel regno del vivente e dell’universo stesso, la storia della vita è concepita «come una storia di possibilità, per esplorare ciò che Kauffman definisce “l’adiacente possibile”», dove vengono a giocare un ruolo strategico la contingenza e la causalità come ben analizzato da Gould e, in Origini di storie, da parte di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti.

Il volume di Angelo Vianello non cade in un facile sincretismo o concordismo, già definito da Giovanni Paolo una vera e propria «insidia epistemologica», in quanto fa suo in modo programmatico il punto di vista espresso dallo stesso Gould, il quale riteneva la vita piena di diverse potenzialità ed emergenze continue, tale da non poter «essere abbracciata sotto un’unica prospettiva», con il conseguente e necessario essere non un «relativista» nei confronti della verità, ma «un pluralista» nei confronti di questo reale.

Contro il cinismo che annienta la vita

Angelo Vianello ci consegna questo suo percorso con una ulteriore indicazione, che gli proviene dal lungo peregrinare nei tortuosi sentieri dell’evoluzione umana, contrassegnata – come diceva Teillhard de Chardin – da continui «strazi», ma forieri di nuove possibilità, dove è ritenuta essere stata strategica, e lo è tuttora, la cooperazione tra gli esseri viventi.

Questo percorso, che si nutre anche dell’apporto di esperienze poetiche come quella di Mario Luzi, viene arricchito dall’invito di Moltmann a «contrastare il cinismo dell’annientamento della vita, oggi diffuso nel nostro mondo», a non «trascurare la sofferenza della natura» e a dare il dovuto ascolto al «gemito della creazione oppressa» per lottare «per un futuro comune», condizione indispensabile per la «possibilità di nuova nascita dell’umanità», proposta condivisa sulla scia delle indicazioni di Ernesto Balducci e di Mauro Ceruti.

Angelo Vianello, Sapere e fede: un confronto credibile. Per un dialogo possibile tra biologia e teologia, Forum Edizioni, Udine 2016, pp. 276, € 22,00. Recensione pubblicata sul settimanale culturale online Odysseo, 19 maggio 2022.

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