Cercatori di Dio

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I cristiani debbono cercare Dio

I cercatori di Dio non sono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che restano sempre degli assetati dell’amore assoluto e della felicità che esso dona, e crescono nella conoscenza della fede a partire da domande sempre nuove.

Cercatori di Dio possono considerarsi perfino gli indifferenti, quelli che sembrano lontani o distratti, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena e felice. Il cuore dell’uomo è uno straordinario incrocio di tensioni e di contraddizioni, e come anche nella vita delle persone più luminose e vicine all’esperienza di Dio esistono tanti momenti di buio, di angoscia, di paura, di contraddizione. E, viceversa, anche in chi sembra del tutto lontano da Dio ci sono a volte dei barlumi di Vangelo straordinariamente eloquenti.

Ecco perché è sempre necessario accompagnare l’uomo con amicizia e rispetto: abbiamo bisogno sempre di più di una Chiesa nello spirito della Gaudium et spes, non dirimpettaia del mondo, ma amica, vicina, che si mescola con la gente, ne assume le domande, le attese, le sofferenze e proprio così annuncia con coraggio, con fedeltà e in maniera credibile il Vangelo di Gesù.

Anche un certo tipo di ateo cerca Dio

L’ateismo può essere pensato in due modi: c’è l’ateismo superficiale di chi dice con sicurezza “Dio non c’è”, non si sa se per comodo o per evadere la domanda, e costui è già definito “stolto” dalla Bibbia. E poi c’è un ateismo tragico, di coloro che soffrono l’assenza di Dio e non riescono a credere. Questo ateismo pensoso, inquieto, è certamente di singolare nobiltà.

Ma proprio questo tipo di ateo è vicino al credente, se è vero che del credente si può dare questa definizione: “Un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere”. È questo il punto di incontro fra credenti e non credenti, che siano non negligenti nel porsi le domande vere: la ricerca di Dio, la lotta con lui, il percepire Dio non semplicemente come la proiezione di un desiderio e di un’attesa, ma come l’Altro che viene a me e sovverte e inquieta anche la mia attesa, e proprio così mi rende vivo e libero.

Il cercatore di Dio e la fede

Il quaerere latino non significa solo cercare, andare alla ricerca di qualcosa, darsi da fare per ottenere, ma anche “chiedere”, “porre una domanda”.[1] Perciò, cercare Dio significa non stancarsi di chiedere di lui. L’uomo per una spinta interiore chiede incessantemente non appagandosi mai di alcuna risposta. Soltanto Dio può essere la risposta ultima e oltrepassante la sua domanda. Ma ciò che riusciamo a conoscere di Dio su questa terra, «per speculum, in aenigmate, in modo confuso, con in uno specchio» (1Cor 13,12) non è ancora la piena conoscenza di Dio.

Di conseguenza, nel suo viaggio spirituale l’uomo deve continuare a chiedersi sempre: chi è Colui che chiamiamo Dio? Questa ricerca definisce l’uomo pensoso, l’uomo religioso, il cristiano. San Benedetto definiva il monaco (un cristiano che aspira alla perfetta carità) come un cercatore di Dio per eccellenza. Per Benedetto, il giovane monaco soprattutto dev’essere esaminato a fondo per accertare «si revera Deum quaerit», se davvero sia un cercatore di Dio.[2]

Si tratta di una ricerca permanente, mai conchiusa: questo abilita a dire che il cristiano (cioè il credente puro) non esiste, come è difficile che esista un ateo assoluto poiché – è sperabile pensare – che una qualche forma di fede (incipiente, parziale, umbratile) animi la vita di ognuno. Perfino il monaco – il cercatore di Dio per eccellenza – non è colui che ha già trovato Dio, ma è un uomo che lo cerca per tutta la vita.

Il monaco, modello nella ricerca di Dio

La ricerca di Dio è il cammino dell’uomo mosso e guidato dal desiderio di Dio, dal fervido anelito insaziabile di piacere a Dio. Se il più grande cercatore di Dio è il monaco, allora tutti dobbiamo diventarlo, in un qualche modo, poiché troppe cose importanti ci sono nel “cercare Dio” rispetto all’essere uomini profondi e cristiani veri, come si evince da un celebre discorso di Benedetto XVI tenuto in Francia durante il suo viaggio apostolico in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes: «Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: “quaerere Deum”, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. “Quaerere Deum”: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola».[3]

Cercando Dio si cerca la Verità

Cercare Dio significa cercare non solo la verità di sé, ma la vita per sé; questo esclude che cercare Dio possa significare accontentarsi di disporre di qualche verità in più sul proprio destino o di vivere con qualche appannaggio spirituale in più, ma essere se stessi fino in fondo, lottare per una coerenza di vita fino allo stremo delle forze, incamminarsi incessantemente[4] verso gli spazi presenti e sempre lontani del Mistero in modo progressivo abbeverandosi e nutrendosi alle sue fonti: la fede è entrare in contatto, in rapporto dialogico con Dio.[5] Chi cerca Dio anela a trovare in lui verità e vita, a sperimentare in lui un nuovo modo di esistere, a conquistare una nuova più alta e più sottile identità.[6]


[1] Cf. E. Guano, Ricerca di Dio, Studium, Roma 1946; J. maritain, Alla ricerca di Dio, Paoline, Roma 1956.
[2] Regola benedettina, 58,7.
[3] Incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins (Parigi, venerdì 12 settembre 2008).
[4] La fede come cammino è una costante del magistero della Chiesa, specie di quello del Novecento (cf. Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI). La fede è camminare su vie diverse da quelle dell’uomo: «le vostre vie non sono le mie vie. [le mie vie sovrastano le vostre vie]» [Is 55,8-9]). Credere significa camminare sulle vie di Dio (cf. H. De Lubac, Sulle vie di Dio, Paoline Alba [CN] 1957).
[5] Cf. J. Mouroux, Io credo in te, Morcelliana, Brescia 1950; J. Danielou, Dio e noi, Paoline Alba [CN] 1957.
[6] R. Guardini, Vie de foi, Du Cerf, Parigi 1951.

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