Compassione

di: Claudio Agostini

Faccio lo psichiatra da quasi 40 anni, psichiatra di strada, direi da marciapiede, essendomi avviato su questo cammino proprio all’interno di un movimento di restituzione della follia ai luoghi della vita, a quella società che aveva scelto di liberarsi del male volgendo lo sguardo altrove, confinando la follia in cupi contenitori di disperazione.

Mi sto avviando a concludere il mio percorso istituzionale e un brusio accompagna i frequenti risvegli notturni che questa impegnativa stagione della vita mi sta regalando. Il brusio condensa l’affollarsi di tanti incontri, storie, volti, riflessioni, strampalate quanto irriducibili declinazioni del vivere che la professione mi ha dato il privilegio di incrociare.

C’è un’efficace espressione dialettale che rappresenta questo pastoso fluire della memoria: sono le “messe basse”, il brusio del mondo dolente, i racconti sommessi dei disperati, interrotto da inaspettati alleluia, da risate contagiose: “Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore”, diceva il poeta giapponese.

L’assidua frequentazione di persone sofferenti mi ha insegnato che i modi di narrare la sofferenza, per chi sceglie – o è talvolta costretto – a raccontare i propri guai ad uno psichiatra, dissimulano spesso il cuore dei problemi, quasi che un’eccessiva trasparenza possa assomigliare da subito a una resa.

Ho pertanto sviluppato una sorta di trucco, specie nei primi colloqui, che consiste nell’abbassare l’attenzione (e con quella il pregiudizio che proviene dal fin troppo facile riconoscimento dei pattern sindromici) per lasciare che i guizzi di senso che riescono a sfuggire alle mimetizzazioni del dolore possano arrivarmi e gettare una prima luce, per quanto fioca, sul sentiero, spesso angusto, della ricerca di un incontro con l’Altro. Tali lampi di senso si danno talvolta quasi come aporie del discorso, come scarti che non infrequentemente compaiono sulla porta, al momento del commiato: «… ah dottore, dimenticavo…».

Ho pertanto iniziato a leggere il bellissimo libro di Erminio Gius con questa disposizione, lasciandomi trasportare dalla sua voce riflessiva, dalle sue discese a corda doppia negli anfratti della profondità, senza troppo fermarmi ad ogni abbassamento dell’altimetro, così da evitare l’angoscia ma anche per mettere a frutto questa sorta di “trucco del mestiere”.

Così un primo soprassalto della coscienza l’ho avvertito quando, a pagina 16, il professor Gius ci confessa il desiderio (la necessità?) di «abitare nel silenzio» «la soggettiva inquietudine esistenziale».

Lo ringrazio per questa confessione, senza la quale, credo, avrei fatto molta fatica a procedere, per almeno tre motivi:

  1. Per il timore (rivelatosi poi del tutto infondato) di trovarmi di fronte ad un testo di psicologia del profondo, timore che si collega ad una sempre più consistente resistenza a dedicarmi a letture che si avvitino in psicologismi intimistici, a riflessioni teoriche che pretendano di esaurire il senso della complessità con ingrandimenti focali su particolarismi scarsamente illuminanti.
  2. Per un bisogno, di direzione quasi opposta e sempre più presente in questa fase della vita, di ricondurre le tante esperienze, i tanti incontri, i tanti frammenti di senso, all’interno di un orizzonte che restituisca a questi valore di essenza, sguardo ampio, visione di sintesi, non per chiudere nuovamente il senso dentro confini sia pure più ampi, ma per rispondere a domande che mi porto dietro da sempre, domande che hanno continuamente rimbalzato sulle pareti di un esercizio provvisorio dell’incontro con l’Altro: per chi? Dentro quale orizzonte di senso? O, più politicamente: «al servizio di quale re, briccone?» (Shakespeare, Enrico IV).
  3. Terzo, e non ultimo. Ho affrontato questo compito, questa gentilissima quanto inaspettata richiesta del prof. Gius con un timore reverenziale, direi, senza tanti giri di parole, con un vissuto di inadeguatezza. Il prof. Gius non ha bisogno di presentazioni, è uomo di grande cultura ed esperienza, terapeuta e profondo conoscitore delle dottrine psicoanalitiche, raffinato teologo, uomo di scienza e uomo di fede.

Io no, non sono nulla di tutto ciò, sono, come dichiarato in premessa, uno psichiatra di strada, un frequentatore assiduo di poveri cristi.

Quella confessione iniziale, quell’ammissione di «inquietudine esistenziale», quella necessità di «abitare il silenzio» me lo ha fatto sentire vicino, fraterno, perché, come diceva Saba, «… il dolore è eterno, ha una voce e non varia» e in essa «si querela ogni altro male, ogni altra vita».

Forse per questo, mi sono detto, il professor Gius mi ha chiesto di presentare la sua ultima fatica, una fatica che assomiglia a un testamento.

Forse la sua generosa richiesta sottende il bisogno di chiedermi: “Torna?”, “Ci può stare?”, “È compatibile con l’esperienza di uno psichiatra di strada?”.

So che l’idea di rivolgersi al sottoscritto gli è venuta ascoltando la presentazione che alcuni mesi fa ho fatto del bel libro del comune amico Fabio Cembrani. Forse, mi sono detto, ha avvertito che quell’inquietudine esistenziale, quel bisogno di abitare il silenzio, ci accomuna.

In questo orizzonte mi sono mosso nella lettura di queste pagine profonde, dense, illuminanti ma a tratti anche difficili per chi, come me, non sempre ha gli strumenti per apprezzarne sino in fondo i rimandi teorici.

Non importa mi sono detto, forse non è questo che chiede a me.

Il tema è sempre, inevitabilmente, quello dell’incontro con l’Altro, con i suoi volti che narrano del destino di noi uomini, gettati in uno spazio e in un tempo, capaci di compassione ma anche di fare il male, costretti a subirlo e capaci di ripararlo, attraverso processi analoghi a quello mirabilmente rappresentato nella parabola del Figlio prodigo, alla quale egli dedica la prima parte del libro. In questa, com’è noto, il figlio minore viene riaccolto dal padre/madre in un abbraccio ad occhi chiusi, così come rappresentato nel celebre e più volte evocato dipinto di Rembrandt, icona dello ”spazio mentale dell’alterità”, metafora della potenza dell’atto riparativo.

L’incontro c’è dove c’è silenzio interiore, dove i nostri apparati percettivi, motori di distrazione, lasciano spazio ad una prossimità che richiama la fusione uterina senza per questo rieditarla. Zona fragile, delicata, quasi pericolosa, come più volte richiamato nel testo. Spazio in cui occorre sapersi muovere all’interno di un paradosso: vicinanza prossima alla fusione che deve riuscire però a marcare una differenza, a innescare un processo riparativo che non può che essere relazionale (trinitario nella parabola del figlio prodigo e nelle successive riflessioni che l’autore fa sul tema dei processi di individuazione dell’adolescente e sulle dinamiche del distacco dalla coppia genitoriale).

In gioco, ovviamente, non c’è solo l’Altro, c’è anche l’Altro che è in noi, c’è la nostra storia, il nostro dolore, la nostra resistenza ad affidarci, le nostre angosce e le nostre contraddizioni, consce e inconsce. «Perdere se stessi per l’altro, permettendo che questi abbia a non essere la conferma di noi stessi, il premio del nostro atto di donazione, costituisce lo spazio psicologico dell’alterità, della dialettica amorosa e, quindi, della bellezza estetica del dono che salva». E’ Gius che parla.

Questo esercizio dell’atto riparativo, compassionevole, ha radici profondamente viscerali, emotive e, nel contempo, richiede una capacità di muoversi in quei territori senza farsi travolgere. «Bella gratitudine per te – dice il pappagallo a Mary Poppins –. non ti hanno neppure salutato». E Mary Poppins, in uno slancio erotico davvero intramontabile, risponde: «Le persone praticamente perfette non si lasciano confondere dai sentimenti».

Mi perdonerete per aver citato un’icona pop in un contesto così serio, ma, come vi ho detto in premessa, ho frequentato tutta la vita poveri cristi e la mia è necessariamente una sensibilità pop; d’altro canto, occorre riconoscere che questo celebre finale del film di Disney dice una cosa molto importante, che a mio avviso traduce perfettamente ciò che Erminio Gius affronta con grande profondità, spingendosi addirittura a indagare i lati oscuri della compassione, tema fondamentale in relazione ai percorsi formativi degli aspiranti terapeuti.

L’autore avvia infatti questa complessa e delicata indagine con una citazione di Nietzsche, che recita: «Nella dorata guaina della compassione si nasconde talvolta il pugnale dell’invidia» e non credo che la citazione sia stata scelta con leggerezza. Due elementi linguistici colpiscono subito: l’uso insolito del termine “guaina” e la parola “invidia”.

Il termine guaina (buccia, rivestimento esterno) segnala molto efficacemente un rischio immanente alle professioni di aiuto e più in generale – mi sia concesso dirlo – ai professionisti della compassione. A questi Erminio Gius si riferisce indagando con rispetto ma anche con precisione le derive «tossicomaniche» (il termine, efficacissimo, è suo) dell’esercizio della compassione.

Il termine “invidia” viene indagato dal professor Gius con grande precisione e conoscenza dei meccanismi psicodinamici che la sottendono. Lo fa con garbo ma anche con determinazione, consapevole, credo, che il rovescio interrato della compassione è l’ostilità che scaturisce dalla disidentificazione che la prossimità con l’Altro provoca in noi e altrettanto consapevole dei risvolti autoriparativi di ogni intenzione di cura: se il mondo interno (del terapeuta in questo caso) è troppo devastato, l’atto compassionevole dev’essere reiterato in una sorta di coazione all’eroismo poiché la riparazione non può mai essere risolutiva una volta per tutte. Proprio questo mondo interno piagato (del terapeuta) impedisce a questi di provare gioia trasformando l’impulso a gioire in un pericoloso agguato della vita che chiede di dispiegarsi trascinandolo in territori incerti, non controllati. L’invidia riguarda la capacità dell’Altro di utilizzare la sofferenza come deterrente alla gioia, e l’identificazione proiettiva (sempre del terapeuta) tenderà dunque a consegnare il paziente alla necessità di patire.

Questo è a mio avviso un tema cruciale, troppo poco indagato o affrontato non solo all’interno di percorsi individuali di formazione/terapia ma più in generale rispetto alle questioni politiche, globali, che interrogano le coscienze di chi non ha ancora deposto le armi del pensiero rispetto all’inflazione dei paradigmi semplificati.

A proposito di questa dimensione globale, politica, direi antropologica, che spesso emerge dalle dense pagine del libro, mirabili mi sono parse le riflessioni sui processi di differenziazione/individuazione – sempre in riferimento alla parabola del figlio prodigo – che il professor Gius dipana rispetto alla figura del figlio maggiore, da egli definito «attore principale» della stessa.

Il figlio maggiore, quello che con la sua condotta iperadattiva riteneva di aver diritto ad una considerazione speciale del padre, quello che reagisce con fastidio, ostilità, all’accoglienza che quest’ultimo riserva al ritrovato figlio minore.

Questi, avendo dissipato tutte le sostanze con prostitute, non meritava, a dire del fratello maggiore, di essere riaccolto nell’abbraccio amoroso e compassionevole del padre.

Il figlio maggiore, dipinto da Rembrandt nella penombra, con fissità attonita, livido e imbalsamato nella sua «coesione difensiva all’ordine familiare», diviene metafora illuminante di processi, oggi drammaticamente attuali, di forte e ricercata appartenenza ad un gruppo in grado di costellare una sorta di unità superindividuale, un baluardo alla percepita minaccia all’integrità delle persone che lo compongono.

È il pensiero stereotipato che appiattisce le coscienze, il bisogno di dipendenza che si traduce in ricerca di una benevolenza che diviene legalismo: quel “legalismo” – afferma Gius – che «… ipostatizza il soggetto all’interno di una realtà autoreferenziale che non ha aperture per il desiderio».

Interessante appare il gioco etimologico: la considerazione (cum-sidera) da parte del padre al posto del desiderio (de-sidera). Da una parte, la triste certezza di un futuro già scritto nelle stelle. Dall’altra, la vaga inquietudine della notte senza stelle che dispiega il desiderio.

In queste brevi note, che hanno l’unico scopo di sollevare interesse e curiosità rispetto a un testo che merita di essere letto e riletto, ho arbitrariamente raccolto solo alcune piccole tracce all’interno dell’immenso patrimonio di ricerca e approfondimenti che il professor Gius ci regala. Ciò è in parte legato al setting di una presentazione ma anche, e forse soprattutto, alla mia dichiarata difficoltà a seguirlo in ogni luogo, troppo spesso per personali lacune teoretiche che non ho difficoltà ad ammettere.

Nell’ultimo capitolo, quello che sembrerebbe condensare una sorta di lascito spirituale, egli riesce a disegnare lo scenario di un orizzonte futuro, una riflessione sulla responsabilità rispetto ai destini del pianeta, un grido di dolore rispetto ai tanti poveri, emarginati, extracomunitari, profughi, minoranze culturali, linguistiche e religiose che presentano il volto di una sofferenza universale e chiedono aiuto, compassione.

Questa riflessione fa esplicito e frequente riferimento alle prospettive espresse dal teologo tedesco Metz e, in particolare, alla sua proposta, eversiva per questi tempi, di attribuire a coloro che soffrono ingiustamente il valore di Autorità nella quale radicare un “ethos globale”: la pluralità e la complessità delle relazioni umane in vece del consenso universale, un’antropologia “fragile” in grado di contrastare il potere erosivo della tecnica rispetto all’etica, un’epistemologia “debole” in cui la compassione assurgerebbe ad autorità politica mondiale.

Pagine illuminanti, coraggiose, pregne di una visionarietà che non rinuncia a prefigurare nel u-topos dell’utopia la terra promessa che può salvarci.

Erminio Gius, Compassione. Bibbia e psicanalisi per uno studio della società, EDB, Bologna 2019, pp. 224, € 18,50. ISBN 9788810560198

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