Dante e l’islam

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Il 6-7 aprile si svolge un convegno interuniversitario (LUMSA, Lateranense, Cattolica) sulla “Teologia e spiritualità di Dante“. Pubblichiamo una sintesi della relazione del prof. Lorizio.

«Il genio ruba, il mediocre imita [ovvero copia]» (P. Picasso)

Le celebrazioni dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri hanno occupato le pagine di giornali e riviste nonché gli spazi televisivi e radiofonici, distanziandoci almeno per qualche tempo dalle paure, dalle preoccupazioni e dalle angosce della pandemia e ora della guerra, mentre ricordiamo l’anniversario (25 marzo 2021) della lettera apostolica Candor lucis aeternae che papa Francesco ha dedicato al poeta.

Non sono mancate alcune polemiche soprattutto dall’estero. Una “notizia” riguardava il fatto che, dalla traduzione in fiammingo della Commedia, si sarebbe espulso il nome di Maometto, nei versi dell’Inferno che lo situano fra gli eretici.

Prendo spunto da una duplice premessa.

In primo luogo, mi preme sottolineare che l’influsso della cultura e del pensiero islamici sull’Occidente della Christianitas medievalis è fuori discussione, la domanda previa da porre è: si è trattato di un dialogo o di un confronto?

La mia risposta opta prevalentemente per la seconda tesi. Si è trattato soprattutto di un confronto, per lo più in chiave apologetica. Infatti, allorché Roberto di Ketton traduceva il Corano su incarico dell’abate di Cluny, Pietro il venerabile (+ 1156), l’obiettivo non era quello di una conoscenza approfondita della principale fonte della religione islamica, bensì di avere uno strumento per poter meglio confutare la “turpe eresia dei saraceni”.

Per altri versi le traduzioni dei pensatori arabi avevano prevalentemente lo scopo di poter attingere alla filosofia aristotelica e di apprendere, dal filtro del loro pensiero, i rischi che la fede e una metafisica creazionista quale quella cristiana, poteva correre nell’approccio soprattutto alla metafisica e all’antropologia dello Stagirita.

Dante, una teologia in divenire

In secondo luogo, ritengo che il pensiero dell’Alighieri si possa disegnare come una teologia in divenire. La parabola del poeta parte dal Convivio (1304-1307), che presenta come fonti l’Etica nicomachea di Aristotele e la Summa contra Gentes di Tommaso d’Aquino (originariamente un manuale per sostenere la predicazione dei missionari cristiani verso l’Islam), muovendo in un orizzonte scolastico-aristotelico, che si riverbera nell’Inferno (la cui stesura è coeva all’opera incompiuta), dove Aristotele è posto al centro della comunità degli spiriti sommi (canto IV), ma conduce al Paradiso (1316-21, il Purgatorio data 1308-12), che adotta una prospettiva mistica rappresentata dalla scelta di Bernardo di Chiaravalle come ultima guida del poeta.

Quanto al “metodo” teologico, per l’interpretazione biblica rimando al luogo del Convivio nel quale emerge il riferimento ai sensi delle Scritture: Trattato II, 1, che bisognerebbe leggere con attenzione, mentre mi preme evocare un passaggio del Paradiso (canto XXIV, 130-144) dove viene svelato l’abbandono della prospettiva scolastico-aristotelica, per abbracciare fino in fondo l’ispirazione rivelata. Siamo al cospetto di una vera e propria “metafisica del Vangelo”.

Nella Commedia

La relazione fra il pensiero di Dante e quello dell’Islam si può configurare attraverso tre momenti.

Innanzitutto, risulta particolarmente interessante la collocazione di Maometto e Alì agli inferi, tra gli eretici (canto XXVIII). Ciò che fa riflettere e ragionare in questo contesto, rappresentato anche in San Petronio, a Bologna, da Giovanni da Modena (per il quale affresco si sono dovute attivare imponenti misure di vigilanza, a causa dei possibili attacchi dei fondamentalisti), è la collocazione del profeta islamico fra gli eretici (IX bolgia del VII cerchio, vv. 31-42). Ciò sta a significare che la cultura medievale in cui il poeta si innesta considerava l’Islam come un prodotto (certamente spurio) del Cristianesimo.

Del resto, come sappiamo dalla storia, la figura di Maometto si staglia in un contesto “cristiano” (le tribù dell’Arabia del suo secolo), in cui prevale la concezione di Nestorio, secondo cui in Cristo alle due nature corrispondono due persone. Il profeta dell’Islam era ossessionato dall’idea dell’unicità di Dio, da preservare e custodire contro ogni idolatria. In nome di tale unicità negava a Gesù la natura divina, pur considerandolo un grande profeta e riservando a sua madre, la vergine Maria, un ruolo molto importante nel Corano (Sura XIX di Maria). In tal senso, Maometto sarebbe più vicino ad Ario che ai Concili di Nicea e di Calcedonia. A tal proposito basterebbe leggere il Corano, Sura V (“Tavola imbandita”, 116-118).

In seconda istanza, resta stimolante la presenza fra gli “spiriti sommi” (Inferno, canto IV), di figure arabe quali Averroé (“che il gran commento feo” v. 144), Avicenna e persino il Saladino (“solo, in parte” v. 129), proprio colui che «aveva sbaragliato eserciti crociati in Terrasanta, mozzato la testa a migliaia di Templari, strappato alla Cristianità Gerusalemme nel 1187?» (così V. Sermonti). Strano che, al contrario, Federico II, lo stupor mundi, venga situato nell’Inferno (canto X, 119), tra gli eresiarchi ed epicurei, con una scelta che andrebbe approfondita in base alla visione politica dell’Alighieri.

Bisogna riconoscere che il Medioevo dantesco aveva idealizzato la figura del Saladino, facendolo passare, come nel Convivio, per esemplare di liberalità. Le scelte che il poeta mette in campo riguardo all’Islam suggeriscono una distinzione fra la religione e la cultura islamiche, sicché la prima, in quanto eresia del Cristianesimo, viene decisamente condannata, mentre alla valenza squisitamente filosofica, scientifica e culturale della fede musulmana si riserva un giudizio ben più condiscendente, in quanto non si ignora il debito dell’Europa cristiana verso tali acquisizioni.

La Scala di Maometto

Di ulteriore e significativo interesse è certamente il Libro della Scala di Maometto, a causa del suo influsso sull’escatologia della Commedia. Una curiosa polemica riguardante il destino dell’uomo dopo la morte è stata sollevata da un editoriale del quotidiano tedesco Frankfurter Rundschau, firmato da Arno Widman il 25 marzo 2021.

Qui si sostiene che l’escatologia dantesca e quindi la Commedia sarebbe una grande bufala, in quanto la struttura dell’aldilà e la vicenda stessa sarebbero “copiate” dai testi mistici dell’Islam, e quindi non avrebbero alcuna originalità. L’editorialista faceva riferimento al fondamentale volume di Miguel Asín Palacios sull’escatologia islamica nella Divina commedia, pubblicato in prima edizione nel 1919 e che, nel 2020, la Luni editrice ha riproposto in lingua italiana, con in appendice le polemiche che lo hanno accompagnato.

Certo le sorprendenti analogie che lo storico spagnolo rileva fra i contenuti dell’opera poetica e quelli degli scritti mistici islamici, è sorprendente, ma neppure tanto, se consideriamo che, a livello escatologico, come per esempio anche nella dottrina della creazione, la fede cristiana e quella islamica coincidono.

Tuttavia, rilevare analogie, provenienti da contenuti di fede affini, non significa supporre una dipendenza diretta da una fonte, sulla cui conoscenza da parte di Dante bisogna essere cauti, come suggerisce un autorevole dantista quale Vittorio Sermonti. In ogni caso il genio del poeta può lasciarsi ispirare da qualsiasi fonte, ma consiste nella relazione strutturale e direi ontologica tra forma e contenuto: ineguagliabile nel nostro poeta.

Alcune fondamentali coincidenze fra Scala e Commedia sembrano inequivocabili: entrambi, Maometto e Dante, sono non solo i protagonisti, ma anche coloro che raccontano il viaggio ultraterreno. Entrambi hanno una guida o più guide Gabriele/Virgilio, moltitudine di Angeli/Beatrice e san Bernardo.

Una differenza fondamentale consiste invece nel fatto che Maometto va prima in paradiso e poi all’inferno, Dante viceversa, passando per il purgatorio. La configurazione dell’inferno, mediante la figura dell’imbuto è comunque comune ai due testi, per non dire della serie delle punizioni. Luci e colori, suoni e musica sono invece gli elementi utilizzati da entrambe le opere per descrivere il paradiso, nonché l’organizzazione gerarchica degli angeli.

Ma, a parte la scrittura in prosa della Scala e quella in versi della Commedia, il punto focale è e resta il monoteismo, assoluto, quello islamico; trinitario e ispirato al Liber figurarum di Gioacchino da Fiore per quanto concerne la descrizione di Dante. Non sorprende quindi che il poeta situi l’abate florense in paradiso, nonostante la condanna del Concilio Lateranense IV (1215), canto XII, vv. 139-141, tra la schiera dei beati sapienti, corrispondenti agli odierni dottori della Chiesa, accanto ai santi Bonaventura da Bagnoregio, Rabano Mauro e Tommaso d’Aquino, affermando di essere illuminato lateralmente dal suo spirito profetico:

[…] e lucemi di lato
Il calavrese abate Giovacchino,
di spirito profetico dotato.

La differenza trinitaria

In conclusione, la distanza fondamentale fra la teologia di Dante e quella islamica non consiste tanto nella visione escatologica (in particolare di quella che denominiamo “escatologia intermedia”), bensì nella teo-logia, ossia nella fede trinitaria.

In questa prospettiva sarà forse da adottare nel rapporto con l’Islam anche oggi piuttosto il paradigma del confronto che quello del dialogo, in quanto il primo si è rivelato storicamente molto più fecondo e vivace dal punto di vista teologico e culturale.

Allora un dialogo che non conduca al confronto sarebbe sterile e ispirato da un relativismo inaccettabile, mentre l’istanza veritativa soggiacente alla dialettica aiuterebbe alla comprensione della realtà e delle differenze, che, secondo l’insegnamento di Jean-Luc Nancy, dobbiamo imparare ad abitare.

Bibliografia:

A. Longoni (ed.), Il Libro della scala di Maometto, Rizzoli, Milano 2013.
C. Saccone (ed.), Il Libro della Scala di Maometto, SE, Milano 1991.
M. Asín Palacios, Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia. Storia e critica di una polemica, Luni, Milano 2020.
M. Campanini, Dante e l’Islam. L’empireo delle luci, Studium, Roma 2019 (edizione digitale).
C. Capone (ed.), Dante e la cultura islamica, Jouvence, Milano 2015.
F. Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia, Carocci, Roma 2019.
V. Pucciarelli, Dante e l’Islam. La controversia sulle fonti escatologiche musulmane della Divina Commedia, Irfan, San Demetrio Corone (CS) 2012.
M. Tolay, Dante celato. Alchimia e bagliori d’Islam nel suo Viaggio iniziatico, Stamperia del Valentino, Napoli 2021.

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