La Bibbia secondo Borges

di: Gianfranco Ravasi

Jorge Luis Borges

È per merito di Borges che anch’io, come ogni lettore – prima di visitarla – ho immaginato e quasi sognato Buenos Aires, la sua città nella quale è sbocciata la sua vena poetica: nel 1923, infatti, aveva composto la sua prima raccolta poetica intitolandola proprio Fervor de Buenos Aires. La parabola letteraria borgesiana si leverà poi anche nel cielo di altre nazioni e si spegnerà in Europa, a Ginevra con l’ultima opera Los conjurados (1985), ove in filigrana appariva la Confederazione elvetica, estremo suo approdo. Ma anche quando i miei piedi hanno calcato la terra argentina, il sogno ha continuato a svolgersi perché la Buenos Aires di Borges conserva sempre un carattere magico che non è sostituito dalla realtà storica e topografica attuale. È ciò che esprime la poesia Las calles che funge da incipit a quella raccolta poetica:

«Ormai le strade di Buenos Aires
sono le viscere della mia anima.
Non le strade veementi
molestate da smanie e trambusti,
ma la dolce strada della periferia
trepida di penombra e di crepuscolo
e quelle fuori mano
prive di alberi pietosi
dove austere casette s’avventurano appena».

Come abbiamo già dichiarato, quello che ora seguirà è un profilo molto personale e libero della dimensione religiosa di Borges. Non è, dunque, un’esegesi critica della sua opera che, per altro, ha già uno stuolo immenso di interpreti, pronti a esercitarsi su una produzione letteraria molto mobile e simile a un arcobaleno. È piuttosto la testimonianza di un lettore appassionato che non ha mai incontrato personalmente lo scrittore, anche se per due volte – attraverso due suoi amici italiani, come il compianto Domenico Porzio, autore di una straordinaria «introduzione» a Tutte le opere di Borges nei due tomi dei “Meridiani” Mondadori pubblicati nel 1984-85, e il noto e creativo editore Franco Maria Ricci – il contatto fu ravvicinato, ma poi sfumato per ragioni esterne.

Il mio incontro è, quindi, legato alle sue pagine e all’autoritratto che da esse affiora. Si tratta di un profilo mutevole e incomprimibile nello stampo freddo delle parole perché – come egli affermava – «l’universo è fluido e mutevole, il linguaggio rigido». Una fisionomia, la sua, segnata appunto dalla mobilità di un eclettismo nobile, erede della curiositas insonne della classicità latina.

Per questo ci si sente catturati e alla fine imprigionati, come scriveva un critico letterario, José María Poirier, dalla «ragnatela del suo soave scetticismo, dal suo farraginoso enciclopedismo, dal suo ecumenismo eclettico». Immersi nel suo mondo ci si trova sballottati tra storia e mito, anche perché per lui «forse la storia universale è la storia di un pugno di metafore», anzi, «la storia universale è quella di un solo uomo».

In uno dei 24 brani in prosa, posti accanto alle 29 poesie dell’Artefice (1960), emblematica è la parabola che intreccia l’universo esterno e l’io personale:

 «Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni
popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne,
di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di
cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente
labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».

Persino il tempo che scorre inesorabile apparentemente all’esterno di noi, è in realtà in noi, anzi è il nostro io, come si afferma nelle Altre inquisizioni (1952):

«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi
trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono
la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco».

È per questo, allora, che – come si legge nei Congiurati – «non c’è un istante che non sia carico come un’arma».

Per Borges le frontiere sono sempre mobili ed esili: non c’è mai una cortina di ferro tra verità e finzione, tra veglia e sogno, tra realtà e immaginazione, tra razionalità e sentimento, tra essenzialità e ramificazione, tra concreto e astratto, tra teologia e letteratura fantastica, tra icasticità anglosassone ed enfasi barocca… Le due parabole gemelle che chiudono il Discorso della Montagna di Gesù (Matteo 7,24-27), ove di scena sono i due costruttori antitetici sulla roccia e sulla sabbia, vengono così ribaltate ma neanche smentite da Borges nel suo programma esistenziale e letterario globale: «Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra». E alla fine fiorisce il paradosso supremo: «La vita è troppo povera per non essere anche immortale».

copertinaIl testo riprende una parte del saggio di mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, intitolato La Bibbia secondo Borges. Letteratura e testi sacri, edito dalle Edizioni Dehoniane Bologna (EDB) nella collana «Lampi» (2017, pp. 72, € 7,00).

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