La poesia che incombe su di me

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poesia

Zara Finzi, poetessa bolognese di origini mantovane, durante il primo lockdown (2020) ha scritto una raccolta di poesie ora contenute nel volume Spazio/Tempo piatto (Manni editore).

  •  Zara perché Spazio/Tempo Piatto?

L’idea mi è venuta mentre ascoltavo uno scienziato parlare della curvatura dello spazio/tempo in ragione della forza fisica di gravità. Ho pensato che lo spazio/tempo della epidemia – e della chiusura in casa – fosse particolarmente piatto nella sua gravità. Ero convinta che questa condizione non sarebbe durata a lungo: dovevo fare poesia nello spazio/tempo circoscritto della epidemia. Dovevo fare presto.

All’urgenza della scrittura ha dato impulso un’accidentale caduta che mi ha prodotto l’incrinatura di una vertebra. Dal medico mi è stato prescritto un riposo assoluto, supina, nel letto. Perciò mi sono fatta posizionare la tastiera del computer sul corpo. Rialzavo il collo in maniera da poter digitare, sia pure con dolore.

Ho scritto giorno e notte, completamente estraniata da quel che mi circondava. Vivevo dentro la poesia. La poesia incombeva su di me. Ero come posseduta dalle parole. Nella forma dei testi ho persino eliminato gli apostrofi, le lineette degli a-capo e altri segni per rendere visibile, al di fuori di me, l’urgenza che avvertivo, dentro di me.  In due mesi ho composto le poesie che sono in questo libro.

  •  Paola Bendoricchio – un’altra tua alunna cara – nella sua recensione ha scritto che in queste tue poesie “aleggia il pensiero della morte”: è proprio così?

Scrivere poesie nel tempo della epidemia è stata per me una espressione di vitalità, nonostante e, forse, grazie alla gravità della condizione.  Scrivere poesie, per me, è vivere e, in questo caso, paradossalmente, vivere grazie ad un eccesso di vita.

Con la malattia e con la morte ho una relazione aperta da tanto tempo: da quando è morto mio padre a 40 anni: era ebreo ed è morto di malattia a seguito delle leggi razziali e dell’esilio. Io ero una bambina. Ho imparato allora che si deve vivere sempre, il che per me vuol dire vivere intensamente, vivere ora, vivere senza rimandare. La mia morte è inscritta nella mia nascita. Io sono pronta. Ma non voglio assolutamente rinunciare a vivere ogni attimo di questa vita.

Il tema della morte è naturalmente presente nella mia poesia, ma non quale paura della morte, specie se intesa come paura paralizzante. Mi sento privilegiata perché riesco a scrivere poesie che mi fanno sentire estremamente viva.

  •  Lo Spazio/Tempo piatto è stato un tempo di silenzio?

Il silenzio è una presenza meravigliosa nella mia vita. Nel silenzio ho la facoltà di pensare, di meditare, di risolvermi. Con la vecchiaia i colloqui ordinari mi sono divenuti quasi insopportabili. Ormai cerco di parlare solo con persone che dicono cose che non siano banali. Non ho tempo per altro. Altrimenti mi lascio accompagnare solo dal silenzio, dalla musica, dalla lettura e dalla bellezza delle opere d’arte.

Devo dire che l’esperienza degli esercizi spirituali fatta in luoghi meravigliosi, da ragazzina, con la chiesa di Mantova, mi ha predisposta ad accorgermi del silenzio e ad apprezzarlo. Probabilmente questa esperienza mi ha aiutato a scrivere poesie.

Sono stata educata al rigore, all’autodisciplina, al silenzio, ma un silenzio pieno di senso. A 20 anni ho voluto uscire da quel tipo di formazione e sono entrata all’Università di Bologna che mi ha permesso, grazie ad un indirizzo diverso, di completarmi come persona, ma sono grata di aver avuto quel primo tipo di esperienza.

Una poesia, in particolare, esprime bene la mia percezione del silenzio durante i giorni e le notti del lockdown:

siamo condannati ad avere fede se
vogliamo vivere. ma
la verità è oltre gli dèi
ognuno con la sua promessa per
costruire un destino.

la cerchiamo dappertutto ma non
dove è: nella madonna di piero della francesca, nel
la statua monca di de chirico, nella
solitudine della donna seduta di hopper,
nel silenzio che,
se ascolti bene, è musica

poesia

  • “Dio” è presente nella tua poesia, in questa raccolta?

Dio è sempre presente nella mia poesia. Ma non è più l’idea del Dio Padre dei cristiani cattolici e neppure del Dio altissimo e innominabile degli ebrei.

In questo mio libro c’è una poesia che recita:

ti ameremo per sempre
blues voce
di dio quando è solo
pausa di attesa prima
della ribellione. che
hai modellato i nostri
anni con le tue dodici misure,
riconosciuto la nostra malinconia e
cambiato il caso in
destino. riempi i
silenzi, dài forma alle
nostre emozioni.
inondaci
dipanaci

Ecco: io qui volutamente confondo “Dio” con il destino o con tutto ciò che mi è stato donato di vivere nell’intera mia vita: avverto una realtà che ha positivamente riempito il mio silenzio.

  • Alcune recensioni che abbiamo letto parlano di attesa, di rinascita, di speranza: è giustificato l’uso di questi termini?

L’attesa è il desiderio che finisse presto l’epidemia. La rinascita è quanto avrei scoperto di nuovo dopo di essa. Pensavo che non sarei rimasta – del resto come tutti – uguale a me stessa. Pensavo che non sarei divenuta migliore, ma sicuramente diversa: per certi versi, nuova.

Sono convinta che il male debba avere sempre un senso. Non condivido quanto mi era stato detto: “soffri per il Signore” oppure “offri la tua sofferenza a Gesù”. Il male senza senso a me risulta del tutto assurdo e inaccettabile. Il male non è mai banale. So che posso farlo diventare qualcosa di positivo per me.

La mia vita è segnata dalla malattia, dal dolore e dalla morte. Ho attraversato tanto male, ma anziché maturare un concetto negativo, mi ritrovo una grande vitalità e il desiderio di vivere sino in fondo. Ecco: la vitalità in me è più forte del mio pensiero, di per sé, pessimista.

L’ultima poesia della raccolta indica in modo inequivocabile la strada per liberarci da ciò che sostengo nei miei primi versi:

alla fine non
c’è più niente di quadrato, gli
spigoli del tempo assorbiti dal
tutto rotondo…

Eccola:

bisogna uscire dal
cerchio se vogliamo vederlo.
bisogna catturare
il lato della
coscienza che la dottrina non
può cogliere.
bisogna fare poesia

Neppure la dottrina e la religione debbono e possono imprigionare la creatività della vita che continuamente si rinnova e che trova nella poesia un importante strumento di salvezza.

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Un commento

  1. Silvia Antonia Vegetti Finzi 17 marzo 2021

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