Scienze religiose: diplomi e teologia

di: Lorenzo Prezzi

Ci sono convegni che diventano un riferimento per la qualità delle riflessioni. Ve ne sono altri che fanno emergere novità non pienamente percepite nel vissuto ecclesiale. Altri ancora che segnano passaggi istituzionali rilevanti. Quello celebrato a Roma (26-28 gennaio 2017) e organizzato dal Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia mi sembra essere del terzo tipo. Con il titolo “Quale rapporto fra teologia e pastorale?” i circa 200 partecipanti (presidi di Facoltà teologiche, direttori di Istituti superiori di scienze religiose – ISSR –, docenti, relatori e ospiti) conoscevano bene la sfida sottesa: quella di una strutturazione meno provvisoria degli ISSR e di un possibile-probabile riconoscimento da parte dello stato italiano dei titoli di studio erogati.

“Quale rapporto fra teologia e pastorale?”

Riconoscimento dei titoli ISSR?

Il Servizio nazionale, presieduto da Andrea Toniolo, ha tessuto con tenace pazienza, d’intesa con la Congregazione per l’educazione cattolica e le sue istituzioni di valutazione, il consenso dei vescovi alla riduzione-qualificazione degli ISSR. Scenderanno da 83 a 44 (a cui si aggiungono il centro di Urbino e gli istituti a Roma; Settimananews, Istituti superiori di scienze religiose). La drastica cura dimagrante potrà continuare in particolare per quelle realtà che non forniranno standard di qualità sufficienti. La sfida immediata è di consentire agli attuali insegnanti di religione il pieno riconoscimento del titolo conseguito, spendibile anche al di fuori dell’IRC (concorsi pubblici ecc.). È un passaggio importante per loro (sono oltre 24.000), ma è rilevante anche per gli attuali studenti (15.000) e il profilo istituzionale degli ISSR che entrerebbero nel circuito accademico in forma meno secondaria di quanto lo siano adesso. Ma la cosa interessa anche le facoltà che sono a monte, chiamate a controllare la qualità degli istituti. Il maggior profilo di questi significherebbe anche una crescita nella spendibilità pubblica delle stesse facoltà. Crescita istituzionale non significa immediatamente maggior ruolo nell’opinione pubblica o nei contesti accademici, ma ne è la condizione.

La data di riferimento è il rinnovo dell’Intesa fra governo e Conferenza episcopale previsto per il 2017 (la precedente è del 2012). Per questo a fine febbraio/inizio marzo i giochi dovranno comporsi in via definitiva.

Mons. I. Sanna, presidente del comitato CEI per gli studi superiori di teologia e scienze religiose, ha presentato in convegno una sintesi della verifica condotta nel 2014 su tutti gli ISSR e sulle facoltà teologiche italiane, attraverso l’Avepro, che è l’agenzia di valutazione messa in campo dalla Congregazione per l’educazione cattolica nei confronti di facoltà e università cattoliche a livello mondiale. La verifica ha riguardato l’insieme delle caratteristiche che il Processo di Bologna prevede per gli studi superiori: laurea breve e specialistica – il dottorato è previsto per le facoltà, non gli istituti – sistema di crediti, specializzazione dei corsi, edifici adibiti all’insegnamento, biblioteca ecc. Si fissano inoltre delle soglie minime di studenti ordinari (75) e di docenti stabili che si dedicano a tempo pieno alla ricerca, all’insegnamento e alla promozione della vita accademica (almeno 5).

Riduzione con ombre e luci

Così il vescovo ha sintetizzato i punti di forza e di debolezza: «Gli istituti sono centri culturali e di formazione teologica nel territorio. Svolgono un servizio prezioso in ordine all’evangelizzazione e alla formazione, hanno in alcuni casi rapporti di collaborazione con il mondo universitario laico. Allo stato attuale raccolgono la maggior parte dei laici che in Italia chiedono una formazione teologica accademica. Si tratta di studenti, sia giovani che adulti, molto motivati a livello personale e di fede, spesso lavoratori, che con grande sacrificio si dedicano allo studio. Gli istituti sono le istituzioni accademiche ecclesiastiche che rispondono in modo peculiare al bisogno di formazione per gli insegnanti di religione cattolica, di fatto l’unico sbocco lavorativo remunerato; la sussistenza degli ISSR è legata principalmente all’IRC (insegnamento religione cattolica)».

Sul versante critico: «La verifica nazionale ha messo in evidenza che gli indirizzi pastorali sono pressoché “morti” o molto deboli quasi ovunque, per non parlare della sussistenza faticosa degli altri indirizzi avviati (il caso dei beni culturali, ad esempio). La mancanza di sviluppo degli indirizzi non pedagogico-didattici è dovuta certamente al mancato riconoscimento civile del titolo, che scoraggia un percorso accademico completo. I direttori, tuttavia, hanno spesso lamentato la poca valorizzazione all’interno della Chiesa locale e la difficile collaborazione con gli uffici pastorali diocesani».

Si aggiungono non chiarite questioni amministrative e fiscali: «Un altro aspetto che desta preoccupazione è la configurazione giuridico-amministrativa non chiara degli ISSR e i contratti altrettanto non chiari con i docenti, in particolare laici. Non essendo univoco lo status giuridico degli stessi, risulta evidente la confusione della gestione finanziaria. Non esiste una modalità omogenea e convergente nel corrispondere indennizzi a professori stabili, straordinari, incaricati, invitati».

Nei colloqui a tavola e nei corridoi queste criticità tornavano per gli istituti che non hanno personalità giuridica autonoma (tutto fa capo alla diocesi e alla sua amministrazione), che non hanno risorse adeguate (in aula si parlava di un budget di almeno 200.000 euro all’anno, ma più realisticamente di 4-500.000), che temono possibili contenziosi di lavoro. La riduzione delle sedi produrrà una contrazione del corpo insegnante. I laici, e soprattutto le donne, che sono ormai significativamente presenti nella produzione teologica e nell’insegnamento, temono di pagarne i conti. Più in generale, si percepisce la disattenzione delle curie e degli organismi pastorali alle competenze teologiche dei propri membri. Un delegato mi diceva: «Sembra quasi che sapere di teologia sia un handicap più che una risorsa in ordine alle assunzioni in curia». «Il teologo è un ministero ecclesiale in senso vero e proprio – ricordava Toniolo in chiusura –: chiede stabilità e dedizione».

Il caso italiano

Nel suo intervento mons. V. Zani, segretario della Congregazione dell’educazione cattolica, ha collocato il caso italiano entro il quadro della Chiesa universale e delle sue istituzioni superiori, richiamando ai dati di fondo: la crescita della popolazione in Asia e Africa e la decrescita proporzionale nel Nord, la marginalità di alcune lingue (come l’italiano, il tedesco e il francese) rispetto al cinese e all’inglese, la diversa proporzione delle religioni (su 100, 33 sono cristiani, 20 musulmani, 14 atei, 13 indù ecc.). Spostamenti che rilanciano le sfide educative e la riorganizzazione del sapere. Esso passa da bene posizionale e bene relazionale. La Chiesa è chiamata a rinnovare il suo servizio comprendendo l’educazione come rischio e opportunità, come attraversamento di esperienze, come apertura all’intera realtà (trascendente compreso), come informale (oltre all’intelligenza c’è il cuore, le mani ecc.), aperta all’inclusione (oltre l’aula, oltre i confini). Non ha mancato di sottolineare il carattere anomalo dell’esperienza italiana: non solo per la forza delle sue istituzioni teologiche (8 facoltà e 44 ISSR, oltre ai seminari), ma anche per il mancato riconoscimento dei titoli. È l’unico caso in Europa. Un recente documento della Conferenza episcopale tedesca (“Il futuro dell’insegnamento confessionale della religione”, 22 novembre 2016) spinge per una maggiore collaborazione con gli insegnanti protestanti. In Francia, si registra una significativa crescita delle iscrizioni alle università cattoliche.

Alla particolarità italiana appartiene anche la breve storia degli ISSR. Il loro nucleo originale – come ha ricordato G. Rota – si avvia con l’apertura nel post-concilio con gli istituti di teologia per laici. Luoghi in cui l’insegnamento conciliare trovava diffusione e approfondimento. Soprattutto in ordine alla Bibbia e all’ecclesiologia. Gli utenti erano laici in provenienza dall’Azione cattolica e dalle altre associazioni tradizionali, meno numerosi quanti si avviavano ad appartenenze movimentiste. Dalla fine degli anni ’70 nascono gli Istituti di scienze religiose con compiti di formazione ai ministeri e alla pastorale. Con il Concordato del 1984 e la successiva Intesa si produce un terzo cambiamento perché la maggioranza delle iscrizioni è in ordine all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Nel 2008 la Congregazione per l’educazione cattolica disciplina gli ISSR, che si divaricano rispetto agli ISR. Questi ultimi erano arrivati a 140. Gli ISSR a 90 (in parte sovrapposti ai primi, in parte no). Il passaggio in atto dovrebbe stabilizzare definitivamente gli ISSR, rafforzare gli altri indirizzi pastorali e dare spazio di inventività a forme culturali che non richiedano i tratti propri dell’accademia.

Strumenti e generazioni

Si possono ricordare alcuni strumenti che il Servizio nazionale mette a disposizione degli ISSR: un servizio di segreteria informatica (DISCITE); la possibilità di accedere a 290 periodici, a 15 riviste specialistiche italiane e a 25 riviste teologiche internazionali (EBSCO); un programma antiplagio di controllo per gli elaborati (Compilatio), uno schema di contratto per i docenti ecc.

L’oggetto immediato del convegno era il tema del rapporto fra teologia e pastorale. Mi limito a tre suggestioni.

La prima è di Piero Coda che, introducendo i lavori della seconda giornata, faceva notare l’ormai avvenuto passaggio alla terza generazione dei teologi post-conciliari. Dopo quella dei “padri” (Sartori. Colombo ecc.) e quella degli immediati successori (Dianich, Sequeri, Angelini, Forte ecc.) l’iniziativa è ora in capo ai cinquantenni, di cui numerosi erano presenti: Panzetta, Torcivia, Castellucci, Gronchi, Repole, Naro, Steccanella, Costa, Rota, Candido ecc.). Oltre alle varie specializzazioni, colpiva l’abitudine a un lavoro costruito assieme (vi sono gruppi di lavoro già in atto sulla riforma e la sinodalità), il ricorso a fonti classiche e no (come giornali, interviste, film ecc.), una passione ecclesiale consapevole anche del ruolo internazionale della teologia italiana.

Fra le numerose relazioni e comunicazioni si possono identificare due fuochi. Il primo è il tema dei rapporti fra teologia e pastorale. Il secondo è un sostegno non esibito, ma argomentato al magistero di papa Francesco. Per mostrare l’organica connessione fra teologia e pastorale, il circuito virtuoso fra popolo di Dio, teologi e magistero, sono intervenuti in particolare mons. Erio Castellucci, Maurizio Gronchi, Roberto Repole e Massimo Naro). La fede è il grembo della teologia e questa opera un esercizio critico sulla fede. Le costruzioni formali della teologia nascono dal contesto del popolo santo di Dio e in esso rifluiscono. La divertita immagine di Castellucci vedeva il passaggio fra il doppio binario (teologia e magistero) che si incrocia solo occasionalmente e la torta preparata in cucina che, su una base comune, si specifica in molti ingredienti diversi.

In merito alla presenza del magistero di Francesco, cito solo un passaggio di M. Gronchi e del segretario CEI, mons. N. Galantino. «Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione: il concilio Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione». Galantino aggiunge: «Credo anche che, sul piano teorico, sia importante un ripensamento radicale del rapporto fra Vangelo e dottrina… perché non si debba assistere ai diversi livelli alla ormai stantia critica che vedrebbe in un magistero pastorale una sorta di diminutio del magistero dottrinale, invocando e brandendo la dottrina come arma per demolire le indicazioni magisteriali più recenti o quanto meno relativizzarle».

In aula, nei gruppi e nei corridoi tornava con insistenza il riferimento al video-messaggio di Francesco al congresso teologico svoltosi a Buenos Aires nel settembre 2015. In particolare ai tratti dell’identità del teologo: un figlio del suo popolo, un credente, un profeta.

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Un commento

  1. gabriele 8 febbraio 2018

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