Unorthodox: come non capire una cultura

di: Stefania Sarallo (a cura)

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Stiamo assistendo allo sviluppo di un piccolo filone cinematografico dedicato alle comunità ebraiche chassidiche o ultraortodosse. Unorthodox, la fortunata miniserie Netflix, è solo una delle ultime uscite. Abbiamo chiesto a Sira Fatucci, responsabile dei settori Memoria della Shoah, Antisemitismo e Giornata Europea della Cultura Ebraica presso l’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), nonché esperta di cinema di argomento ebraico, un’opinione in merito.

  • Parliamo di Unorthodox, la fortunata miniserie Netflix scritta da Anna Winger ed Alexa Karolinski, il cui merito, a detta di molti, sarebbe quello di aver aperto una preziosa finestra sugli usi, i rituali, la cultura e il pensiero di una delle comunità religiose più impenetrabili al mondo, cioè quella degli ebrei chassidici o ultraortodossi. È concorde con questa opinione? Ritiene che questa serie ci offra uno spaccato realistico dello stile di vita chassidico?

Se ci offre uno spaccato dello stile di vista chassidico? Probabilmente sì, però questa setta chassidica – perché io definisco così i satmar –  culturalmente, tradizionalmente va ben distinta da quello che è l’ebraismo diciamo “tradizionale”, soprattutto quello italiano, ma anche quello americano. Comprendere l’ebraismo attraverso miniserie tipo Unorthodox è come pretendere di comprendere l’Italia attraverso serie come Gomorra, o Suburra

Non è il primo film o la prima serie che esce sull’ebraismo ortodosso. Ce ne sono state altre, forse meno fortunate, che io consiglierei più di questa, sulla quale nutro molte riserve. Sicuramente è una serie fatta con un certo dispendio sia di energie sia economiche, sulla quale Netflix ha puntato molto e infatti ha fatto un grande lancio. Parte del successo credo che sia dovuta a questo. È stata un’operazione diciamo più commerciale che culturale per Netflix, anche se sicuramente gli sforzi che hanno fatto per rendere quello che è il mondo chassidico sono stati notevoli.

A me è piaciuta molto, ad esempio, la parte in cui si mostrano le tradizioni, gli usi di questa setta chassidica di Brooklyn, mentre mi è piaciuta molto meno e ho trovato sciatta, perché punta un po’ troppo sul sentimento, la parte ambientata a Berlino. Successivamente, in effetti, ho letto che la serie si ispira a una storia vera, ma soprattutto per gli eventi ambientati a Brooklyn, non per tutta la parte di Berlino, che invece è inventata. E credo che ciò si percepisca, per me ci sono diverse cose stonate in quel contesto.

  • Unorthodox non è l’unica serie che parla di comunità ebraiche ortodosse, stiamo infatti assistendo allo sviluppo di un piccolo filone cinematografico dedicato. Il documentario One Of Us, girato da Heidi Ewing e Rachel Grady, ad esempio, tratta allo stesso modo il tema delle comunità ultraortodosse e del desiderio di fuga da esse. Fa da contraltare la serie israeliana Shtisel, creata da Ori Elon e Yehonatan Indursky, che racconta la vita di una famiglia di ebrei haredim nel quartiere di Mea Shearim a Gerusalemme. Come sono state accolte queste produzioni dalle comunità ebraiche italiane?

Shtisel sicuramente mi è piaciuta molto più di Unorthodox. L’ho trovata più reale, anche molto più umana, mentre Unorthodox è molto più fredda. Devo dire che la figura di Esty, la protagonista di Unorthodox, è incredibile, l’attrice è bravissima nel trasmettere tutte le sue emozioni allo spettatore. Tuttavia mi è sembrato che i personaggi fossero un po’ “tagliati con l’accetta”. Non se ne salva uno di questi ebrei chassidici, sono tutti poco umani, a parte Esty che, infatti, si libera dai legami.

E questa non credo sia una delle caratteristiche di questi gruppi. Il documentario One Of Us l’ho trovato molto violento. Per me il paradigma positivo di questo genere di film, invece, è La sposa promessa; lì c’è tutto un altro spessore umano, nel modo in cui sono descritti i personaggi e si entra dentro al loro essere più vero. Mentre Unorthodox non ha saputo comunicarmi nulla di tutto ciò. Dalle comunità ebraiche italiane credo sia stato bene accolto. Forse io sono una voce un po’ stonata rispetto a quella che è stata l’accoglienza del pubblico ebraico italiano. Ne ho sentito parlare piuttosto bene, ed ero effettivamente molto incuriosita. Diciamo che l’operazione principale è quella di far sentire al grande pubblico l’yiddish, che certamente in molti non conoscono.

  • Il fatto che Unorthodox sia la prima serie ad essere recitata quasi totalmente in yiddish (la lingua di origine germanica parlata dagli ebrei aschenaziti e scritta con i caratteri dell’alfabeto ebraico) può avere in qualche modo contribuito al suo successo? Quale valore attribuisce a questa scelta?

Questa l’ho trovata un’operazione intelligente e culturalmente molto valida. Ti porta dentro quel mondo. È come quando i protagonisti di Gomorra recitano in dialetto napoletano, appunto. Non puoi pensare di far recitare gli attori in una lingua diversa da quella parlata in quei contesti.

  • Unorthodox è una storia di liberazione che passa attraverso il corpo di una donna, Esty appunto, la protagonista, e del desiderio di affermare la sua individualità, cosa che riesce a fare solo fuoriuscendo dalla comunità chassidica in cui è nata. Apre tuttavia anche una riflessione più ampia e più profonda sul concetto di appartenenza, che investe anche altri protagonisti della serie. Ritiene che all’interno delle comunità ebraiche ultraortodosse ci sia possibilità per il singolo di  affermare la propria individualità?

In quel tipo di comunità l’individualità sicuramente passa attraverso la comunità stessa. Le donne, in particolare, rivestono soprattutto il ruolo di madri, di mogli, e credo che siano assolutamente felici di servire Dio in quel modo. Gli uomini sicuramente hanno più possibilità di fare altro, oltre che stare in casa a cucinare e badare ai figli. Credo che la serie rispetti abbastanza la vita nelle comunità per quella che è.

C’è un altro aspetto importante tuttavia che va sottolineato. Normalmente i chassidim sono contraddistinti per il fatto di “servire con gioia”; c’è sempre una parte di felicità nel loro modo di servire il Signore, di canti, balli… Alcune comunità chassidiche, mentre entravano nelle camere a gas, cantavano proprio per non perdere il tratto più umano che le contraddistingue. In questa serie questa gioia di servire il Signore non c’è. Credo sia una cosa tipica dei satmar anche questa.

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  • Lei è membro della Commissione cinema del Pitigliani Kolno’a festival, la manifestazione dedicata alla cinematografia israeliana e di argomento ebraico. Ebbene, come si sta muovendo il cinema israeliano rispetto a queste tematiche “interne”, come guarda alle comunità ultraortodosse e in generale alle identità di gruppo sempre più complesse, multiple e transnazionali che caratterizzano il suo tessuto sociale?

Il cinema israeliano si è sviluppato in un modo incredibile. Israele, per essere un Paese così piccolo, è molto vivace dal punto di vista culturale ed è notevole la produzione di film e letteratura cui assistiamo. Mi ricordo una volta che Abraham Yehoshua, durante una conferenza, a una domanda relativa alle guerre nel Paese rispose: «In quarant’anni di guerre la letteratura israeliana ha avuto una fioritura pazzesca, in generale anche la cultura; se guardiamo alla Svizzera, invece, in seicento e più anni di pace è tutto un po’ più spento».

Non so se questo fatto di essere una società sempre piena di tensioni, sia all’interno della società ebraica stessa sia con la popolazione araba, può avere anche questo tipo di risvolto, cioè di voler esporre quello che si ha e di voler testimoniare in qualche modo la propria cultura anche attraverso il cinema, la letteratura e così via. Un aspetto molto interessante con il quale il cinema israeliano affronta queste tematiche sociali sono i cartoni, di cui negli ultimi anni c’è stata una grande fioritura.

Penso, ad esempio, a Valzer con Bashir, un vecchio film che ha fatto scuola nel genere. Poi c’è questa fioritura di serie televisive molto interessanti sulle comunità religiose che sono a Gerusalemme. Adesso, ad esempio, è appena uscita una nuova serie sulle donne Agunot, quelle donne abbandonate dai propri mariti che tuttavia non hanno ottenuto il divorzio e che, per la legge ebraica, non possono risposarsi. Si mettono a fuoco quindi tematiche e problematiche molto particolari che poi possono essere paradigmatiche della microsocietà nella quale vivono queste comunità.

  • Deborah Feldman, dalla cui autobiografica Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots trae ispirazione l’omonima serie, ha dichiarato in una recente intervista: «Spero che la mia storia possa contribuire nel favorire la comprensione tra persone di culture diverse e ravvicinare i diversi estremi della società, cosa che ritengo molto adatta al nostro zeitgeist [dal tedesco, spirito del tempo]». Ritiene che sia riuscita nel suo intento di avvicinare culture diverse? Il cinema, in generale, può avvicinare culture diverse?

Sono certa che il cinema possa avvicinare culture diverse. Faccio parte anche della giuria del Tertio Millennio Film Fest e sono veramente sicura che il cinema, così come altre forme di arte, possano avvicinare le culture. Non voglio essere troppo tranchant ma sono quasi certa che una serie come Unorthodox non le avvicini. Mi sembra che sia stata presa la parte più rigorosa, meno duttile di questa comunità e sia stata esposta in quel modo.

A me è interessato molto il fatto che la salvezza di Esty sia passata attraverso l’arte, la musica. Ma ciò è avvenuto quando la protagonista si è liberata di una parte di se stessa; una persona che è sempre vissuta in una comunità di quel tipo deve necessariamente rinunciare a una parte di se stessa se vuole essere accettata in un contesto come quello che trova a Berlino.

  • Intervista ripresa dalla rivista Confronti.
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