Alessandria: “… il nostro ospedale da campo”

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«La Chiesa e il mondo di oggi sono uno sterminato campo in cui ci sarebbe proprio bisogno di esercitare la misericordia: veramente la Chiesa deve essere un ospedale da campo!». Si apre così la lettera pastorale che il vescovo Guido Gallese ha inviato alla diocesi di Alessandria per l’anno 2016-2017.

Da dove cominciare? Da una costatazione positiva: il Giubileo «è stato un’esperienza di grande grazia», per la partecipazione «straordinariamente numerosa» e per l’azione della grazia nel cuore di tante persone. È vero – annota il vescovo – che un prete che è nel ministero da 50 anni «ha visto decrescere la frequenza alla messa domenicale mediamente dell’80%», ma gli avvenimenti giubilari di quest’anno sembrano segnalare un certo ritorno.

Accoglienza e cura

Due gli atteggiamenti che ci vengono richiesti: l’accoglienza (anche se la nostra accoglienza non di rado «è deludente») e la cura (anche se le domande delle persone e i loro problemi «sovente ci trovano impreparati»).

Commentando il brano del profeta Ezechiele sui pastori in Israele, mons. Gallese parla di «pecore “problematiche”». È in particolare nei loro riguardi che la Chiesa deve diventare “ospedale da campo”. «Perché non provare a guardare con occhi nuovi e con intelligenza le persone che hanno bisogno?» si chiede il vescovo di Alessandria. La nostra pastorale si muove per tentativi. Perché allora non utilizzare la misericordia – cioè «il porre attenzione alle pecore ferite e a come si possano curare» – come l’atteggiamento che ci aiuta a capire «con più intelligenza» come pascere oggi il gregge del Signore?

Il primi destinatari di questa cura di misericordia sono individuati dal vescovo nelle famiglie “ferite”. Il matrimonio oggi «sembra affetto da un morbo sconosciuto». Il matrimonio va messo a tema della pastorale familiare per scoprirne le cause e approntare i rimedi.

Ma ci sono altri cristiani “feriti”. Gli stessi pastori lo sono. Quando il vescovo amministra la cresima, si sente ferito pensando che quella celebrazioni per molti ragazzi segnerà il congedo dalla comunità cristiana. Quando la potenza eucaristica non si traduce in vita cristiana, per il parroco ciò costituisce una ferita.

Fanciulli, adolescenti e giovani, forse più fragili delle generazioni che li hanno preceduti, si portano dentro pesanti difficoltà, in particolare nell’area dell’affettività.

Riguardo ai malati, lasciando ai medici tutto ciò che è di loro competenza, «a noi spetta rimuovere tutti quegli ostacoli interiori che inducono un malessere nei diversi piani della persona». Il nostro è «un intervento spirituale» che tenta di alleviare la sofferenza.

Ai poveri va dato non solo un aiuto materiale ma anche un aiuto spirituale. Così come non dobbiamo ignorare le persone che si sentono perseguitate dal demonio. Temi così delicati bisogna affrontarli con intelligenza anziché lasciarli «ai film horror e a programmi di dubbia qualità».

Il vescovo riassume questa parte in alcuni interrogativi rivolti alla comunità diocesana: «siamo veramente accoglienti verso tutti, in modo particolare verso le persone diverse da noi? Verso quelle che non rientrano nei nostri canoni più istintivi? In particolare, verso i più bisognosi a diverso titolo?».

Per fare questo, dobbiamo spogliarci dal concetto di “santità” vissuta come “separazione”. Gesù è entrato nel peccato del mondo.

Un messaggio di speranza

Commentando la visione delle “ossa aride” presente nel libro di Ezechiele, il vescovo di Alessandria lancia un messaggio di speranza: «La visione delle ossa aride altro non è che un incoraggiamento dato da Dio al profeta – e a tutti noi – per credere che questa azione di Dio è veramente realizzabile a partire dallo stato attuale, comunque esso possa presentarsi, fosse anche senza speranza, segnato radicalmente dalla morte».

E, sempre il vescovo, suggerisce un “metodo comune” per affrontare i problemi con intelligenza. Lo riassume in quattro passaggi:

1) un’anamnesi della situazione (come siamo arrivati qui?),

2) una raccolta di elementi, la più oggettiva possibile,

3) una diagnosi che riordini il tutto,

4) l’individuazione di una terapia per un cammino di guarigione, di redenzione e di santificazione.

Tutto ciò allo scopo di costruire la comunità, «fulcro della vita cristiana», perché «l’essenza di appartenere alla Chiesa è essere comunità. Se non siamo comunità, non siamo Chiesa». La comunità è un dono che va riscoperto.

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