Una Chiesa non roccaforte, ma oasi

di: Antonio Dall'Osto (a cura)

Heiner Wilmer, ex superiore generale dei dehoniani, dal 1° settembre 2018 è vescovo della diocesi tedesca di Hildesheim. Fin dall’inizio ha detto che avrebbe dedicato molto tempo all’ascolto della gente per raccogliere i loro suggerimenti e le proposte su come esercitare la sua missione episcopale. A questo scopo aveva chiesto ai fedeli che, oltre alle visite che egli avrebbe compiuto in ogni parte della diocesi, gli scrivessero, promuovendo un’iniziativa chiamata “Schreib dem Bischof ” – Scrivi al vescovo. In molti hanno risposto all’invito. Infatti, in questi primi sei mesi del suo ancor breve mandato ha ricevuto circa un migliaio di e-mail e di lettere, alcune lunghe.

In questa intervista riassume il contenuto dei messaggi che gli sono stati inviati da tante persone. P. Wilmer ha voluto così far comprendere come egli intende guidare pastoralmente la diocesi, ossia in maniera partecipativa, “sinodale”, coinvolgendo tutti, perché, come afferma nell’intervista pubblicata sul foglio diocesano Kirchen Zeitung (20 marzo 2019), sono finiti i tempi in cui le direttive piovevano dall’alto al basso. «Ogni suggerimento – afferma – per me è importante», da qualsiasi parte o categoria di persone venga. La risposta è andata oltre ogni previsione ed è stata per lui di grande aiuto e incoraggiamento.

– Vescovo Heiner, prima della sua consacrazione episcopale, lei ha compiuto un pellegrinaggio con un gruppo di giovani, ha parlato con gli anziani, si è messo in viaggio per parlare con gli operatori pastorali, ha avviato l’iniziativa “Schreib dem Bischof” – “Scrivi al vescovo” e ha invitato la gente agli incontri regionali, intitolati “Im Dialog”. Quante persone ha potuto contattare in questi ultimi mesi?

Ho incontrato molte persone nella diocesi, nei decanati e nelle parrocchie. Non le ho contate, ma sono state diverse migliaia e ho parlato con un numero molto grande di esse. Assieme al canonico Martin Wilk, ho visitato i sacerdoti e le équipes di tutti i decanati, nel maggior numero possibile di parrocchie. Soltanto quest’anno abbiamo messo in agenda quaranta giorni. Mi piace vedere e ascoltare che cosa fanno e come si sentono. E prima della mia consacrazione episcopale ho compiuto un pellegrinaggio di sei giorni con un gruppo di giovani della diocesi. Sono stati giorni di gran lunga più interessanti di quanto avessi immaginato. Ho ricavato una serie di idee e di intuizioni che ora sono confermate anche negli incontri con altre persone, compresi gli anziani.

– Uno dei punti di forza all’inizio del suo ministero episcopale è stata l’iniziativa “Scrivi al vescovo”. Com’è andata?

Non abbiamo ancora valutato le statistiche, ma sono arrivate quasi 1000 e-mail e lettere. Sono impressionato dal grande numero di persone che mi hanno scritto. La domanda chiave era così formulata: “Quale aiuto mi date, come vostro nuovo vescovo, per camminare insieme?”, “come possiamo noi oggi annunciare il Vangelo?”, “cosa mi raccomandate?”. È interessante notare come ci sia stato uno spostamento di attenzione, una sorpresa che pensavo non fosse possibile.

Oltre il 60% non ha risposto affatto a queste domande. Si sono confidati con me, loro pastore, e mi hanno raccontato la loro vita. Molti mi hanno scritto una lunga e-mail o inviato una lettera. Diversi altri si sono riferiti al mio libro “Gott ist nicht nett” (Dio non è accomodante). Mossi dalle mie esperienze personali ivi descritte, mi hanno raccontato la loro storia personale – di fuga, espulsione, situazioni familiari difficili, discriminazione, malattie. Mi hanno raccontato di aver perduto il loro partner, di avere un bambino disabile. Dicono di soffrire per la Chiesa, di sperare nei cambiamenti, ma che le riforme non avvengono sufficientemente in fretta. Mi parlano del loro matrimonio interconfessionale e di soffrire per come la Chiesa ha reagito, quando il partner evangelico è stato a suo tempo costretto a far battezzare i bambini cattolicamente. Mi raccontano come molti partner evangelici soffrono per non poter recarsi a ricevere la comunione nella Chiesa cattolica.

lettera

– Ci sono anche dei punti specifici di critica secondo le età?

Le persone anziane in particolare chiedono: “Non può lei impegnarsi per discutere apertamente sul tema del celibato obbligatorio o sul ruolo della donna nella Chiesa?”. Mi parlano del bisogno che sentono di qualcosa che non si consumi, del bisogno di qualcosa che rimanga e che sia sottratto al mondo, di qualcosa che non esista solo per l’uso pratico. Credo di poter ricavare da queste parole il termine “sacro” (o “santo”). Sentono il bisogno del sacro, senza nominarlo.

È interessante a questo proposito la grande definizione biblica di sacro. Ciò che è sacro è ben diverso da ciò che può essere calcolato dal punto di vista economico o matematico, esso non ha niente a che fare con il denaro o l’economia. Ma questa “inutilità” mi è assai utile nella vita, perché mi offre uno spazio, un’ampiezza, una libertà che mi consente di essere quello che sono. È il sacro che mi avvolge e mi offre sicurezza. Si tratta, in definitiva, del profondo desiderio dell’uomo di una pausa nello scorrere veloce della vita, di un tetto sul capo, di un tetto posto sull’anima.

– Si è parlato anche degli abusi?

Naturalmente si è parlato anche di questi. Le dichiarazioni sono state per me incoraggianti. Di continuo ripetevano: “Non molli, noi siamo con lei. Certamente troverà una resistenza, ma non molli”.

– C’era anche la preoccupazione che nell’iniziativa “Scrivi al vescovo” il vero problema non venisse affrontato, ma che la gente potesse servirsene per esprimere la propria indignazione. C’è stata una ricaduta del genere?

Tenuto conto della marea di e-mail, si è trattato solo di qualcosa di marginale senza alcun ruolo particolare. Ci sono state delle critiche su determinate strutture della diocesi, per esempio il fatto che gli orari delle messe non erano affidabili. Un altro punto riguarda lo spostamento dei preti. Varie volte è stato notato che i sacerdoti dovevano andare via proprio quando la gente si era abituata ad essi.

– Chi sono coloro che le hanno scritto: collaboratori a tempo pieno e volontari, membri normali delle comunità o persone lontane dalla Chiesa?

Un po’ di ogni parte. Mi hanno scritto donne, mi hanno scritto uomini. La grande maggioranza non ha alcun un ruolo nel consiglio parrocchiale o in quello direttivo della Chiesa. Ritengo ciò una grande prova di fiducia e di apertura nei miei confronti. E, in riferimento alla Chiesa e al Vangelo, un grande desiderio di sentirsi coinvolti nella domanda: “come possiamo noi oggi annunciare il Vangelo?”. Questa è anche la mia domanda chiave: “Come possiamo noi oggi vivere la nostra religione cristiana in modo che ci sia di aiuto?”. In questa direzione va spesso anche la richiesta degli anziani: “Come posso trasmettere ciò ai miei figli e ai miei nipoti?”.

incontri diocesi– C’erano delle differenze tra l’iniziativa “Scrivi al vescovo” e quella tuttora in corso “Dialogo con il vescovo”?

Negli incontri di dialogo è stato più volte sollevato il problema del divario tra fede e scienza – ma è emerso anche nelle lettere. La richiesta è stata fatta affinché la Chiesa abbia ad affrontare nell’insegnamento della religione questi temi in modo tale che anche i giovani siano in grado di discuterne in maniera significativa.

È anche importante che noi, in complesso, abbiamo a possedere una buona conoscenza della Bibbia. La gente mi dice che molti musulmani conoscono il Corano meglio che non noi la Bibbia. Penso che sia una preoccupazione di cui dovremmo occuparci.

– Lei ha ora raccolto molte idee, preoccupazioni e suggerimenti. Quando saranno tradotti in pratica?

Sta già accadendo. Ciò avviene fin d’ora in parallelo. Io lavoro a pieno ritmo. E la prima iniziativa ha avuto luogo all’inizio di gennaio a Bremerhaven, quando ci siamo acquartierati in un ostello, un’ex caserma americana, con l’intero capitolo della cattedrale e il consiglio episcopale, in uno dei quartieri più poveri della Germania.

Ho voluto di proposito dare un segno in una zona in cui abitano persone bisognose. Lì abbiamo cominciato a classificare ciò che la gente mi offre e ciò che io stesso percepisco. Lo abbiamo fatto partendo dai problemi che la gente realmente avverte.

Io credo che nella Chiesa andiamo spesso troppo in fretta alle risposte senza conoscere le vere domande, i problemi della gente, i loro bisogni. Abbiamo bisogno di energia e di forza e anche di un’analisi per conoscere realmente le loro richieste. A questo riguardo, abbiamo già tracciato le prime linee. Io desidero coinvolgere i collaboratori del direttivo e tutti gli altri della diocesi in un processo per decidere quali punti stabilire per vivere e annunciare oggi e domani il Vangelo.

– Cosa significa in concreto?

Io propongo nella mia lettera di quaresima in quattro punti i motivi che dovranno guidarci nel lavoro in diocesi.

Il primo punto è di stabilire soprattutto un leitmotiv per tutto ciò che vogliamo fare e realizzare. Iniziamo con la Bibbia. Dobbiamo ritornare al documento originale, alla notizia primitiva, alla fonte. La mia idea è quella di una Chiesa che non sia una roccaforte, ma un’oasi dove c’è acqua fresca. Vogliamo tornare all’oasi, all’acqua fresca, per far scorrere fiumi di acqua viva, che irrorano l’esistenza, come dice la Bibbia.

Il secondo punto è “in maniera partecipativa”. A mio avviso, è finito il tempo in cui le decisioni cadevano dall’alto in basso. Abbiamo bisogno di un cammino spalla a spalla – non più stando di fronte, ma insieme, gomito a gomito. Vedere insieme, fin dall’inizio, come programmare il processo, quali priorità stabilire per procedere insieme. A volte, dicendo “insieme”, si intende che uno prende la decisione e fissa gli obiettivi, e poi chiama la gente e dice: mettiamoci insieme in cammino. No, fin dall’inizio io voglio coinvolgere la gente della diocesi nel dialogo, nell’analisi, nella valutazione, nel processo, anche in quello decisionale, e naturalmente nell’attuazione. Questa è partecipazione.

Il terzo punto è la coerenza con le decisioni prese. La gente lamenta che ogni paio anni ci sono nuovi progetti, nuove idee con grandi aspettative che poi non vengono soddisfatte. Le persone desiderano la coerenza e ci chiede: rifletteteci bene prima e poi mettiamoci in cammino, col desiderio di agire di conseguenza.

Quarto, è importante che noi continuiamo a investire sistematicamente nel campo dell’esperienza della fede. Colgo nelle diverse conversazioni che le persone desiderano vivamente di essere prese sul serio nella loro esperienza di fede, che la fede non sia soltanto una questione teorica, di conoscenza, di ciò che si impara. La fede è viva soltanto se suscita uno stupore esistenziale.

Queste sono le quattro linee che mi è stato possibile proporre in base al numeroso materiale ricevuto e ai molti incontri avuti.

– Ha l’impressione di non essere da solo nell’andare avanti, ma che molti vengano con lei?

Sono molto fiducioso. C’è una grande apertura. Tuttavia non mi faccio alcuna illusione, ci saranno ostacoli e difficoltà. Ma è bene che guardiamo insieme verso il medesimo orizzonte: come uccelli migratori che volano in formazione nel cielo. Si sostengono a vicenda, si infondono energia l’un l’altro, ma volano nella stessa direzione.

migration birds

– Come si presenta il suo breve bilancio intermedio?

Sono molto grato per ogni e-mail, per ogni lettera, per ogni incontro, anche di quelli occasionali per la strada. La fiducia che mi è data, le proposte e le domande che ricevo costituiscono un grande dono e un’esperienza particolare di solidarietà e di comunione.

Ringrazio il buon Dio per gli atteggiamenti che ho trovato qui. Noto anche che la gente mi sostiene e prega per me. Molte persone me l’hanno scritto e continuano a scrivermelo. Questo mi ha profondamente toccato. Anch’io prego per la gente della nostra diocesi.

La sera, quando vado a riposare, penso sempre alla diocesi, alle persone e soprattutto a quelle persone a cui le cose non vanno tanto bene e che sono nel bisogno. Il mio luogo preferito qui nell’episcopio è, nel duomo, la piccola cappella laterale dove è presente la Pietà. Vedo lì continuamente delle persone che si inginocchiano, si siedono, pregano silenziosamente, accendono candele. Per me questo luogo è diventato una fonte di energia, una sorgente di consolazione, di fiducia, di speranza e anche di solidarietà (intervista raccolta da Edmund Deppe).

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