L’Africa e le sue economie dopo Parigi

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“Ue e Usa hanno risposto alle devastazioni della pandemia attraverso finanziamenti per fare ripartire le economie e costruire il futuro. Tutto con grande solidarietà e garantendo l’accesso alle vaccinazioni per tutti. In Africa non c’è nulla di questo”.

Non lasciano adito a dubbi le parole del premier Draghi che, alla luce del Summit di Parigi per finanziare le economie africane, si è espresso favorevolmente sulle misure volte alla ripresa del continente proposte dai leader che si sono ritrovati in Francia lunedì scorso.

Il fatto che l’Africa non abbia registrato l’alto numero di contagi degli altri Paesi – probabilmente dovuto allo scarso monitoraggio del virus e alla giovane età media –  non la rende in alcun modo immune: l’impatto globale della pandemia e le sue drastiche conseguenze economiche e sociali ha fatto sì che le vittime del continente africano, colpite da fattori derivanti,  fossero altrettanto numerose.

Il fondo monetario internazionale prevede per l’Africa una perdita di 200 bilioni di dollari:  gli scambi commerciali , prevalentemente extra continentali e, in particolare, con la Cina, sono calati così come la richiesta da parte di compratori europei di materie prime estremamente lucrative come il caffè e il petrolio. Il restringimento delle vendite si accompagna a una conseguente contrazione degli investimenti e a un aumento dei debiti esteri.

Il turismo, settore in crescita (rappresentando il 10% del pil africano)  ma da sempre in difficoltà per ragioni di instabilità e sicurezza, si ritrova nuovamente penalizzato, incidendo sui redditi di almeno 24 milioni di famiglie.  Redditi che di per sé sono tra i più bassi al mondo.

I paesi africani, non dimentichiamolo, partono svantaggiati in qualsiasi ambito e ogni arrivo di una nuova crisi va ad aggravare una situazione già drammatica. I fragili e vulnerabili sistemi sanitari sono stati ripetutamente colpiti dalle ulteriori pandemie in corso da anni – come quella del morbillo in Congo, l’ebola in Guinea o la febbre gialla in Nigeria – e i deboli sistemi politico-istituzionali sono spesso in frantumi a causa di guerre e conflitti.

La crisi sanitaria si sovrappone a quella umanitaria portandone gli effetti agli estremi e sono soprattutto le giovani donne, che si occupano dei principali bisogni familiari, a pagarne le conseguenze. La reclusione in casa, la chiusura delle scuole e le nuove norme hanno portato all’aumento di violenze domestiche scoraggiando il lento ma graduale processo di affrancamento dalla tradizione patriarcale. ” Il nostro problema – afferma l’ambasciatrice dell’Amref Nice Nailantei Leng’ete – è che non possiamo incontrarli, non possiamo parlare con loro e continuare la nostra opera di sensibilizzazione”, riferendosi alle sopraggiunte difficoltà degli ultimi due anni.

Anche di questo si è discusso al Summit, così come dei finanziamenti esterni, dello sviluppo del settore privato e della creazione di nuovi posti di lavoro. Si è parlato di connettività digitale, nuove linee di credito e accesso alle energie rinnovabili.

Le speranze sono quindi tante e, come sostiene Draghi, il Summit è solo un punto di partenza per il rilancio del continente. Ed è proprio questo approccio la nota più positiva: arginare la pandemia e investire sull’Africa è una scelta strategica per tutti i Paesi, soprattutto per l’Italia.

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