Cina-Santa Sede: Accordo in scadenza

di:

accordo cina santa sede

Il 22 settembre prossimo va in scadenza l’Accordo per la nomina dei vescovi firmato due anni prima dal governo cinese e dalla Santa Sede. Il suo rinnovo è reso più facile dal riconoscimento del vescovo clandestino Lin Ja Shan di Fuzhou, ma anche problematico per i molti mesi di impossibilità di incontro delle due delegazioni, per i problemi irrisolti e per le tensioni internazionali sempre più evidenti.

Dall’avvento del potere comunista nel Regno di mezzo è stata la prima volta di un consenso su una procedura, rimasta segreta, ma che, orientativamente, prevede la presentazione dei candidati da parte della Chiesa locale (in realtà dall’associazione patriottica) con la nomina da parte del papa (e la possibile richiesta di presentare una terna diversa). Il testo non aveva entusiasmato la parte cattolica e la sua scadenza ravvicinata ne era il segnale. Ora le ipotesi che sembrano orientare le due delegazioni sono: un rinnovo annuale provvisorio da parte del Vaticano per un confronto più approfondito, oppure un rinnovo quinquennale da parte cinese.

L’una e l’altra ipotesi non hanno ancora nessuna verifica. Tutto può cambiare nei prossimi mesi. Ma la loro enunciazione esprime, in ogni caso, un consenso e alcune divergenze. Nessuna delle parti intende rinunciare allo strumento. Per il Vaticano il passaggio del governo e del partito cinesi da una posizione ideologica di negazione delle fedi ad un impegno nella loro “gestione”, dalla volontà di cancellarle a quelle di renderle compatibili con una “società armoniosa” e, soprattutto, il superamento definitivo dell’idea di creare in Cina una chiesa nazionale rappresentano un risultato di grande rilievo.

Per il governo cinese risolvere il “rebus” cattolico, seppur minoritario e ininfluente, è una carta di presentazione preziosa in ordine alla libertà di fede e l’interlocuzione con il “potere debole” della Santa Sede, ma di grande impatto morale internazionale, costituisce un riferimento prezioso nella costruzione di un nuovo equilibro mondiale post-Atlantico.

Un anno o cinque?

L’ipotesi di un anno di colloqui in ordine al mantenimento e al rinnovo dell’Accordo esprime le perplessità circa i risultati. Sono mancate le candidature episcopali da parte cinese, vi sono resistenze al riconoscimento dei vescovi “sotterranei” più giovani e vivaci come G. Wei Jingyi (espressione della Chiesa clandestina), molto scarsa la flessibilità delle amministrazioni locali in ordine, ad esempio, alla firma da apporre ai documenti dell’associazione patriottica (Chiesa “legale”) da parte di preti e di vescovi clandestini, numerosi i malumori per la distruzione di croci alla sommità delle chiese e le ripetute vessazioni amministrative in coerenza con il processo di sinizzazione delle fedi.

Non adeguate le possibili visite alle Chiese locali da parte di Roma, lenta e complicata la riapertura delle chiese nel dopo-virus e molto lontane le discussioni circa i confini e il numero delle amministrazioni e delle diocesi. L’offerta (da confermare) di un quinquennio manifesta la convinzione cinese dell’accettabilità delle pratiche in atto e l’attesa di un consenso più convinto da parte di Roma. Un confronto che, sullo sfondo, vede, da un lato, le critiche resistenti di una parte del mondo cattolico (dal card. Zen ai malumori anti-cinesi delle Chiese asiatiche) e, dall’altro, l’opposizione nel partito e nell’amministrazione “patriottica” ad ogni apertura verso Roma.

Per la Cina il “caso cattolico” è del tutto marginale (15 milioni di credenti), ma esso incrocia due punti problematici maggiori: Hong Kong e Taiwan. Dopo quasi un anno di manifestazioni contro la proposta di legge che avrebbe permesso ai tribunali di Pechino di giudicare alcuni reati “politici” commessi nel territorio di Hong Kong – proposta ritirata – si è aperto un conflitto ben più grave.

accordo cina santa sede

Il 28 maggio l’Assemblea nazionale popolare di Pechino ha approvato l’avvio di un progetto di legge destinato a stroncare ogni opposizione nel territorio (contro ogni «sovversione, secessione, terrorismo e collaborazione con forze straniere»), rimettendo in causa il principio «un paese, due sistemi» che aveva permesso il ritorno della città lagunare alla Cina continentale nel 1997.

Viene meno lo statuto autonomo della città. Ricordando il massacro di piazza Tiananmen (Pechino 1989) il vescovo ausiliare di Hong Kong, Joseph Ha, il 4 giugno, ha espresso così lo sconforto della popolazione: «Quest’anno preghiamo assieme per Hong Kong, per tutti noi. L’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale ha ulteriormente aggravato la situazione di Hong Kong, rendendola ancora più critica, il cammino divenuto sempre più difficile. Cosa dobbiamo fare? come possiamo fare? La libertà di espressione sembra ridursi sempre più… E se un giorno anche noi non potremmo più parlare, se anche noi finiremo nell’oscurità, in quel momento condivideremo lo stesso destino (delle madri dei morti di Tiananmen), divenendo ancora di più un’unica entità e amandoci reciprocamente sempre di più» (cf. AsiaNews, 5 giugno 2020).

Davanti alla clamorosa sconfitta alle elezioni locali dei pro-cinesi (17 su 18 distretti sono passati alle forze democratiche) nel novembre 2019 Pechino difficilmente potrebbe tollerare una maggioranza ostile nel parlamento locale alle elezioni del settembre prossimo. La Chiesa cattolica locale ha sempre sostenuto le forze democratiche, anche se in termini più prudenti negli ultimi anni. La diocesi, dopo la rinuncia del card. John Tong, non ha ancora un vescovo a titolo pieno.

Hong Kong, Taiwan e la guerra fredda

Se la volontà di controllo del governo centrale si manifesta a Hong Kong, le sue mire annessionistiche sembrano più difficili per Taiwan che è di fatto indipendente. Inaugurando il suo secondo mandato da presidente il 20 maggio scorso, Tsai Ing-wen, ha accentuato la distanza rispetto al continente. Si è detta pronta al dialogo ma non più sulla base del principio «un paese, due sistemi» con l’evidente riferimento alla crisi di Hong Kong.

Essa punta piuttosto ad accrescere lo status internazionale dell’isola, sostenuta in questo sia dall’opinione pubblica interna sia dall’alleato statunitense. La comunità cattolica locale, che ha un nuovo arcivescovo, Thomas Chung Anzu, ha condiviso l’apertura della presidente ai fuggiaschi di Hong Kong.

La Santa Sede si muove in un contesto difficile non solo per le contraddizioni interne alla Cina, ma anche in ragione delle crescenti tensioni internazionali, soprattutto fra Cina e Stati Uniti. Da ambedue le parti si parla ormai apertamente di «guerra fredda». Se per Xi Jinping «il capitalismo tramonta e il socialismo vincerà» (2013), per gli USA il sentimento anticinese è ormai uno dei pochi collanti che unisce l’intero parlamento.

Il Congresso ha già approvato una legge che condiziona il trattamento particolare per Hong Kong al grado di autonomia che Pechino riconoscerà al territorio. Un difficile passaggio che dà al modesto Accordo sino-vaticano valenze assai maggiori delle normative in esso contenute.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi