Etiopia: Tigray ed elezioni

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Intervista a Mario Giro, membro della Comunità di Sant’Egidio e docente all’Università per Stranieri di Perugia, sulla crisi umanitaria e bellica nella regione del Tigray mentre si approssimano le elezioni in Etiopia.

  • Professore Giro, pare che le elezioni ripetutamente rimandate in Etiopia abbiano luogo il 21 giugno prossimo: quanto hanno a che fare le elezioni con la guerra in Tigrè?

La questione delle elezioni costituisce una delle ragioni scatenanti dell’attuale crisi in Etiopia, che attualmente è una federazione di 12 regioni (di cui 2 città autonome). Il primo rinvio nel 2020 aveva provocato molte reazioni negative nel paese, tra cui quella del partito, nella regione del Tigrè, vicino al Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, che già non aveva aderito al costituendo nuovo partito unitario voluto dal premier Abiy Ahmed, il partito della Prosperità.

Il fronte del Tigrè ha poi promosso elezioni autonome, iniziando una battaglia giurisdizionale e causando una crisi istituzionale che ha fatto invocare ad alcuni anche il diritto di secessione, iscritto nella costituzione. L’escalation ha provocato nel novembre scorso i primi scontri armati degenerati in guerra.

Le prossime elezioni in Etiopia erano previste per il 5 giugno 2021 ma sono state rinviate al 21 giugno. Vista la situazione, sarà davvero difficile tenere un voto sereno in tutte le regioni del paese. Ormai c’è guerra aperta nel Tigré e non si placa la ribellione in Oromia; anche le milizie amhara sono coinvolte. Insomma, un po’ ovunque c’è il caos, la crisi è più grave di ciò che appare ed alcuni conoscitori, attenti alle cose etiopiche, paventano rischi di frantumazione della federazione.

Tigray: una regione in guerra
  • Cosa sappiamo di questa guerra?

Quando si sono verificati i primi scontri nel novembre scorso, il governo centrale di Addis Abeba ha accusato il Fronte del Tigrè di avere attaccato per primo per rendersi indipendente. In particolare, la leadership del Fronte è stata accusata di violare la costituzione etiopica.

È molto difficile stabilire una posizione giuridicamente corretta, perché la Costituzione dell’Etiopia è piuttosto complessa, creata sul modello di quella ex-jugoslava, in cui è effettivamente previsto un diritto alla secessione, ma solo a condizione che le altre regioni siano unanimi. L’unica cosa certa è che i tigrini hanno di fatto tenuto elezioni separate.

Prima di compiere tale passo avevano –come detto- rifiutato di entrare nel nuovo partito della Prosperità voluto dal primo ministro Abiy Ahmed. Secondo gli oppositori di quest’ultimo, tale riforma aveva cambiato la struttura partitica e politica del Paese. Da quel momento si è passati troppo rapidamente alle armi, in maniera molto violenta e senza testimoni. La guerra si sta svolgendo a porte chiuse e senza media: su tanti fatti è difficile stabilire la verità.

Il fatto più rilevante, e foriero di conseguenze, è il protrarsi dell’intervento dell’Eritrea. Ancora non è chiara l’entità di tale intervento ma ormai, sia le autorità di Addis che quelle di Asmara lo confermano, dopo averlo negato. Appaiono sui media internazionali testimonianze non confermate – ma plurime e insistenti- di massacri di civili avvenuti anche davanti e dentro le chiese, nei luoghi santi e da altre parti. L’esercito eritreo sta aiutando il premier Abiy a mettere sotto controllo la regione.

Tuttavia, tale intervento militare eritreo è controverso perché lede i principi multilaterali e internazionalizza il conflitto. Non ci sono – almeno per ora – testimoni di questa guerra, non ci sono giornalisti che possano vedere e sentire. Quei pochi che c’erano sono stati espulsi dal paese. Ci sarà, prima o poi, una seconda fase utile a capire che cosa sia davvero accaduto. Per ora i protagonisti del conflitto cercano di nascondersi ai nostri occhi.

  • Quale parte hanno nel conflitto le appartenenze etniche e soprattutto religiose?

L’Etiopia ha una antica storia di difficile equilibrio tra potere centrale e poteri regionali. Il Tigrè sicuramente ha una sua identità da tanti secoli. Gli amhara hanno governato per mille anni l’Etiopia. La popolazione oromo – la maggioranza relativa – vuole da tempo andare al potere e sembrava esserci riuscita con Abiy, stabilendo nuove alleanze.

Ci sono tante altre etnie minoritarie in Etiopia. Gli oromo sono in maggioranza musulmana ma non tutti: esistono anche molti oromo cristiani. Tigrini e amhara sono in prevalenza cristiani. Gli eritrei sono circa metà cristiani e metà musulmani, molto vicini ai tigrini come cultura: la lingua è la stessa. Le differenze ideologico-politiche di questi decenni hanno contraddistinto in parte i gruppi etnici. La scelta fatta nel 1991 -alla cacciata del dittatore militare comunista Menghistu- fu di procedere ad una etno-federalizzazione dell’Etiopia: probabilmente non è stata la migliore delle scelte.

Oggi ne vediamo le infauste conseguenze nell’odio crescente tra comunità e nella lotta per il controllo della terra. I cristiani dell’Etiopia sono maggioritariamente copto-ortodossi, ovvero appartengono alla antichissima Chiesa Tewahedo. Ci sono ovviamente anche i cattolici in Etiopia, ma sono pochi; poi ci sono i protestanti e soprattutto – in crescita- i neo-pentecostali. Il premier Abiy aderisce appunto ad una chiesa neo-pentecostale.

  • Si è parlato in particolare di attentati e di crimini a danno dei copti…

Sono notizie gravi e molto preoccupanti anche se difficili da confermare. Sicuramente l’accanimento eritreo nei confronti delle chiese e dei religiosi tigrini pone molti e preoccupanti interrogativi: pare che i militari eritrei, inviati a combattere in Tigrè, siano musulmani, quindi con minor propensione al rispetto dei luoghi di culto cristiani.

Antichi monasteri sono andati distrutti; attaccata anche Nostra Signora di Sion dove la tradizione dice che siano custodite le tavole dell’alleanza. Una situazione gravissima, anche se molti escludono che si tratti di una guerra di religione tra islamici e cristiani. Si tratta piuttosto del tentativo di sradicare l’identità tigrina così legata all’ortodossia.

  • Anche la guerra in Tigrè è catalogabile come una “guerra nera” – di cui ha trattato nel suo libro dallo stesso titolo – ossia, semplificando, una “guerra di tutti contro tutti”?

Anche l’Etiopia entra nelle dinamiche delle guerre “nere”, ossia in quel processo di estrema frammentazione che vediamo all’opera sia nel Sahel, sia nei due Kivu e in tante altre zone d’Africa. L’Etiopia è tuttavia un Paese di antica tradizione storica.

È stata colonizzata solo cinque anni dall’Italia, quindi per poco tempo. Ha mantenuto perciò una maggiore identità storico-culturale e religiosa. Per questo sarebbe cosa gravissima se tutta questa storia andasse in frantumi a causa di un’implosione interna.

La guerra e gli interessi internazionali
  • Non si può dunque parlare, in questo caso, di infiltrazione del radicalismo islamico, come in altri Paesi africani?

No, non si tratta di radicalismo islamico in Etiopia e speriamo che non venga mai. L’attuale guerra è piuttosto il frutto amaro della rottura del patto etno-federale sancito dalla costituzione del 1995, una scelta dovuta alle crisi precedenti e soprattutto alla guerra di liberazione contro il regime comunista del colonnello Menghistu.

Le conseguenze di quella liberazione sono note: erano nati due paesi, l’Etiopia e l’Eritrea. Quel che sta accadendo è la conseguenza dei contenziosi irrisolti di quel momento storico, tra i quali il fatto di non aver mai riconosciuto l’istanza dell’etnia maggioritaria degli oromo ad essere pienamente coinvolta nel governo del paese.

Si badi però che oggi anche gli oromo sono divisi, perché l’Oromo Liberation Front continua a non far parte della costruzione politica di Abiy Ahmed e tuttora combatte una sua autonoma rivolta, che si avvicina pericolosamente alla capitale Addis Abeba. Costoro vogliono l’indipendenza dell’Oromia e approfittano della crisi con il Tigrè per avanzare.

Oltre a tali gravi questioni interne, l’Etiopia sta vivendo una crisi verso l’esterno: quella con il Sudan e l’Egitto, legata alla vicenda delle acque del Nilo.

  • Vuole chiarire, appunto, il contenzioso tra i tre Paesi a proposito della grande diga sul Nilo?

Non è tanto la costruzione della diga a dividere i tre paesi, quanto la velocità di riempimento dell’invaso. L’Etiopia vorrebbe realizzare il riempimento in cinque anni, mentre l’Egitto chiede che si faccia in venti. I paesi devono trovare un accordo che stia nel mezzo.

Credo che alla fine si troverà una mediazione, perché tutti possono trarne benefici, in termini di approvvigionamento e di controllo delle acque, in particolare il Sudan. Il dissenso attuale risiede nei tempi con cui si può giungere ad un regime ottimale di controllo delle acque per tutti. Perché l’Etiopia vuole riempire più rapidamente?

Per far funzionare più velocemente le centrali idroelettriche: ciò significa più energia e quindi più sviluppo e più ricchezza. Fino all’inizio della crisi pandemica, l’Etiopia – come tutta l’Africa subsahariana – era in pieno sviluppo e aveva un bisogno urgente di energia. A causa degli elevati costi della diga, l’Etiopia vorrebbe rientrare dall’investimento il più rapidamente possibile, vendendo energia ai suoi vicini. Dal canto suo l’Egitto sta ovviamente cercando di ritardare, contestando la decisione dell’Etiopia e cercando alleati.

Ricordiamo che Trump si era espresso a favore del Cairo mentre Biden sembra più equilibrato. Dal canto suo il Sudan oltre alla diga ha questioni aperte con l’Etiopia proprio in tema di profughi in fuga dal Tigrè, che attraversano le sue frontiere: una situazione che sta creando molta tensione.

  • Le grandi potenze come sono presenti nell’area?

Esiste una presenza sempre più pervasiva dei paesi del Golfo, interessati a tutta l’area costiera est africana, dal Mar Rosso sino al Sudan, e più giù fino al Mozambico. Gli Emirati Arabi Uniti in particolare, stanno piazzando lungo tale percorso hub duali, commerciali e militari, in competizione con la Turchia che segue la stessa direttrice.

La Russia ha cercato di ottenere una base militare in Sudan e sta ancora negoziando con Khartoum. La Cina è ovviamente già ben presente economicamente in Africa: è la potenza che sta investendo di più in Etiopia, ad esempio nel settore delle ferrovie. Ma Pechino rimane ben attenta a non intromettersi nelle questioni interne, né a lasciarsi coinvolgere nei conflitti locali. Forse gli Stati Uniti vorranno giocare un ruolo diplomatico proattivo, perché negli ultimi dieci anni sono stati molto attenti a quel che accade in Etiopia, soprattutto in chiave anti-shabaab (i jihadisti somali).

La Chiesa cattolica
  • Come guarda alla guerra in Tigrè papa Francesco dal Vaticano?

La Chiesa cattolica è naturalmente molto preoccupata per quanto sta accadendo nel Tigré. Teme che le radici storico-religiose dell’Etiopia, che si trovano nella regione, vengano distrutte. La Chiesa Tewahedo è antichissima: noi la definiamo, non del tutto correttamente, copto-ortodossa, mentre è una Chiesa addirittura precedente al Concilio di Calcedonia, come quella armena.

Come ho già detto la tradizione vuole che le tavole della legge mosaica siano conservate nella chiesa di Nostra Signora di Sion di Axum. La preoccupazione di papa Francesco per questa antichissima Chiesa – diversa ma sicuramente “sorella” – è molto, molto forte.

  • La Comunità di Sant’Egidio – di cui lei è membro – è presente in Etiopia e con quali progetti?

La Comunità in Etiopia gestisce progetti umanitari in favore dei profughi. L’Etiopia è piena di profughi: somali, sudanesi, sud sudanesi ecc.

La comunità di Sant’Egidio cerca di alleviare il paese mediante i corridoi umanitari, facendo arrivare in Europa i rifugiati che ne hanno diritto. Si tratta dell’unica via legale di accesso in Europa, dopo che gli Stati membri dell’UE hanno chiuso ogni possibilità di ingresso regolare. Per tali motivi il progetto dei corridoi umanitari è molto apprezzato dalle autorità etiopiche.

  • Come vuole concludere, professore?

L’Etiopia è uno dei Paesi più antichi dell’Africa, con una sua storia e una sua identità culturale e religiosa: sarebbe veramente un disastro se dovesse collassare in mille pezzi. Al di là delle posizioni degli uni e degli altri, ciò che si sta rischiando in questo momento è la fine dello Stato.

Spero che le parti in lotta decidano di smettere i combattimenti per dedicarsi al negoziato. Non penso che sia il caso di affrontare la crisi etiopica da “tifosi”: torti e ragioni stanno da ogni parte.

L’Etiopia si trova in una fase critica che non può essere risolta per via etnica (ossia per distinzione e/o separazione delle etnie) ma solo per la via pacifica della convivenza.

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