Intelligence americana e guerra in Ucraina

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Hanno destato un certo scalpore le dichiarazioni fatte filtrare dall’intelligence degli Stati Uniti in merito all’uccisione di Darja Dugina, figlia del politologo ultranazionalista Alexander Dugin e lei stessa esponente dell’estrema destra russa, rimasta vittima di un attentato esplosivo lo scorso 20 agosto.

In sostanza, le fonti di intelligence riportate dal New York Times affermano che l’attentato è stato opera dei servizi ucraini, con l’autorizzazione del governo di Kyiv.

Quale gola profonda?

Leggendo l’articolo del NYT, molti elementi lasciano perplessi. Se il fatto che le dichiarazioni siano state rilasciate in condizioni di anonimato è una prassi consueta delle “barbe finte”, molto meno consueta è la vaghezza di tali dichiarazioni, diffuse a più di un mese di distanza dai fatti.

In primo luogo, non è chiaro quale agenzia di intelligence si sia espressa, se la CIA o i servizi segreti militari e, in secondo luogo, nelle dichiarazioni non esiste alcun elemento concreto diretto a suffragare la tesi della responsabilità ucraina nell’attentato.

Particolare non secondario: in base a queste dichiarazioni, l’intelligence statunitense da un lato conferma i risultati dell’inchiesta condotta dai servizi segreti di Mosca nei giorni seguenti l’attentato e dall’altro lancia un segnale politico preciso, enfatizzando l’estraneità degli USA e precisando che, se fosse stato informato preventivamente, il governo di Washington si sarebbe opposto.

Preoccupazione americana

Il segnale è rivolto tanto a Kjiv quanto a Mosca e può essere sintetizzato nella preoccupazione dell’amministrazione Biden per la piega che stanno prendendo gli eventi bellici, con quella che appare essere una crescente autonomia dell’iniziativa ucraina rispetto ai suoi stessi alleati.

La controffensiva ucraina nell’est e nel sud del Paese, con la riconquista in poche settimane di migliaia di chilometri quadrati di territorio, ha messo definitivamente in luce la debolezza dell’apparato militare russo, debolezza già visibile allorquando Putin ha dovuto rinunciare agli obiettivi dichiarati della cosiddetta “operazione militare speciale”, abbandonando l’idea di sfilare per i viali di Kyiv alla testa delle sue truppe vittoriose, costrette dalla inaspettata resistenza ucraina ad un ripiegamento molto simile ad una precipitosa ritirata.

Il resto è noto: con notevole disinvoltura, degna della volpe dell’antica favola di Esopo, l’autocrate del Cremlino sostenne di non aver mai pensato di conquistare la Capitale ucraina e di volere “soltanto” proteggere le popolazioni del Donbass, “liberandole” dal giogo ucraino.

Nei mesi successivi, con fatica e al prezzo di grandi perdite, l’esercito russo ha guadagnato lentamente terreno nel Donbass e consolidato le sue posizioni nel sud, a ridosso della Crimea, dove sembrava dovesse avviarsi la controffensiva ucraina, stando a quanto sbandieravano le stesse autorità di Kjiv. Invece, in settembre, l’iniziativa militare ucraina – forte anche degli armamenti occidentali, in particolare del sistema missilistico Himars – ha investito proprio l’est del Paese, portando alla liberazione di numerosi villaggi e città all’interno dello stesso oblast del Donbass, con l’esercito russo protagonista di un’umiliante disfatta.

Vladimir Putin ha da subito reagito ai rovesci sul terreno con bombardamenti terroristici sulle città ucraine, con la minaccia del ricorso all’impiego di armi nucleari “tattiche” e con la mobilitazione di trecentomila riservisti.

I bombardamenti, intensificatisi dopo l’attentato al ponte che collega Russia e Crimea, non possono costituire una valida risposta ai successi ucraini sul campo, nonostante le distruzioni e le vittime civili che comportano, mentre la mobilitazione voluta da Putin ha avuto il risultato di indurre ad espatriare indotto più di un milione di Russi. Resta la minaccia nucleare ed è su questo aspetto che sembrano evolversi gli avvenimenti, comprese le “rivelazioni” del NYT.

Incontro Biden-Putin?

Le dichiarazioni dell’intelligence USA arrivano contemporaneamente alle prime aperture sulla possibilità di un incontro fra Biden e Putin, sul quale la diplomazia turca sta lavorando da tempo e mentre anche la Cina mostra evidenti segni di insofferenza verso il prolungarsi di una guerra che l’ha posta in una difficile situazione, costringendola a destreggiarsi fra la sua storica posizione di salvaguardia dell’integrità territoriale degli Stati e l’alleanza con la Russia, che l’integrità territoriale ucraina l’ha calpestata senza ritegno.

Secondo molti, le dichiarazioni dell’intelligence USA – che non forniscono alcun elemento concreto utile all’accertamento della verità sulla morte di Darja Dugina – costituiscono fattualmente un “altolà” alla bellicosità del governo ucraino, rafforzata dai recenti successi militari.

Per quanto possa apparire paradossale, con ogni probabilità non sono le minacce nucleari di Putin ad impensierire l’amministrazione statunitense, ma gli scenari che potrebbero aprirsi con un collasso del regime di Putin non seguito da una transizione ordinata, come avvenuto in alcuni Paesi arabi a seguito delle “primavere” di dieci anni fa, inizialmente viste di buon occhio dall’amministrazione Obama  e che, poi, hanno portato a situazioni di caos (Libia) o di regimi opportunisti e ambigui, oltre che tirannici (Egitto).

In conclusione, è possibile affermare che la verità sulla morte di Darja Dugina non riveste molta importanza per alcuno e che le dichiarazioni dell’intelligence statunitense vanno inserite nel contesto della possibile variazione della situazione di immobilismo diplomatico e di muro contro muro che ha segnato fino ad oggi la situazione conseguente l’invasione russa del 24 febbraio.

È ancora solo un’ipotesi, ma, qualora si rivelasse qualcosa di più, si aprirebbero spazi anche per quell’iniziativa europea che, fino ad oggi, è stata la grande assente.

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