Mozambico – Capo Delgado: Le critiche dei vescovi

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Dal 2017 a Capo Delgado, ultima regione del Nord del Mozambico confinante con la Tanzania, ci sono attacchi sempre più feroci, sofisticati e organizzati di cui era ed è proibito parlare. Un’aura di terrore e minaccia ha sempre coperto di mistero questi attacchi. Sin dal primo attacco era chiaro che la regia fosse dell’Isis, ma a livello ufficiale non se ne poteva parlare. Sono state imbavagliate in modi differenti le voci delle radio comunitarie e a livello nazionale era difficile sapere ciò che stava succedendo all’estremo Nord. L’unica istituzione che ha continuato ad attirare l’attenzione pubblica su tale situazione è stata la Chiesa cattolica, sia come conferenza episcopale sia come voce singola del vescovo e pastore proprio della diocesi in cui continuavano ad essere effettuati gli attacchi. Dal 2017 si sono potuti contare 2.600 morti e 900.000 sfollati. In conseguenza, il vescovo di questa regione, che tanto si è battuto per tenere alta l’attenzione sulla situazione è stato, per prudenza, promosso dal papa ad arcivescovo di una diocesi brasiliana. Ma ora ritorna alla carica la conferenza episcopale in toto e il presidente nazionale della Commissione “Giustizia e pace”, organo ecclesiale che in Mozambico è stato quasi sempre attento a tenere desta la coscienza sulle situazioni di violazione dei diritti umani.

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Dom Alberto Arejula, presidente della Commissione episcopale “Giustizia e pace”

Il vescovo Alberto Arejula, presidente della Commissione episcopale “Giustizia e pace” (CEJP), rivolge «uno sguardo critico ai progetti di gas e petrolio» e sottolinea che l’azione del governo induce a credere «che priorità dello Stato sia difendere i profitti e il benessere di un piccolo manipolo di persone benestanti».

Facendo eco alla Dichiarazione dei vescovi cattolici del Mozambico del 16 aprile scorso,  la CEJP ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che «il problema di Capo Delgado, come la Chiesa ha evidenziato in diverse occasioni, ha diversi volti: politico-militare, economico, culturale, religioso ecc.».

Nel documento, firmato dal vescovo di Nacala e presidente della CEJP,  dom Alberto Vera Arejula, si sostiene che «ognuno di questi volti costituisce un grosso problema da affrontare separatamente, con interventi e soluzioni appropriate, ma in vista dello stesso scopo: riportare pace e tranquillità a Capo Delgado e restituire alle popolazioni il diritto di vivere».

«Non abbiamo alcuna sicurezza per ciò che riguarda la nostre vita e il nostro futuro!»

Alberto Arejula ricorda le parole dei vescovi nella loro Dichiarazione, nel senso che «lo stato delle cose accresce e consolida la percezione che dietro a questo conflitto ci siano interessi di varia natura e origine, in particolare di alcuni gruppi che vorrebbero impossessarsi della  nazione e delle sue risorse».

La CEJP avverte che «gli effetti della guerra a Capo Delgado si riflettono sulla dignità, la qualità della vita e il clima di speranza di vivere nel luogo dove ogni mozambicano vorrebbe e immagina il futuro per sé e i propri discendenti». E sottolinea che «il modo in cui il Governo sta gestendo la situazione (assente)» favorisce tra la popolazione la sensazione di essere stata abbandonata dallo Stato.

Alberto Arejula cita nuovamente le parole dei vescovi, i quali affermano che «è facile lusingare persone, piene di vita e di sogni, ma senza prospettive e che si sentono offese e vittime di una cultura di corruzione, ad aderire alle proposte di un nuovo ordine sociale imposto con violenza o a seguire illusioni di facile arricchimento che portano alla rovina». «La vergogna di Capo Delgado è una vergogna del Mozambico e del mondo intero», aggiunge il rappresentante della CEJP. Alberto Arejula sottolinea, al riguardo, alcune constatazioni rilevanti, in particolare il logico legame tra una gioventù alienata e le diverse forme di insurrezione, come la criminalità, il terrorismo e l’estremismo politico e religioso.

Il vescovo avverte anche che la mancata risoluzione definitiva del conflitto armato sta aumentando «il livello di povertà e offusca il sogno di sviluppo, ciò crea un malcontento foriero di rivolta». Secondo Alberto Arejula, «questo potrebbe essere un punto  cruciale per l’origine di un altro conflitto che decima la gente la quale già viene sterminata dagli insorti».

D’altro canto, «la maggiore attenzione nella difesa degli interessi del commercio del petrolio e del gas, a scapito della difesa della vita di migliaia di mozambicani, ci induce a credere che la priorità dello Stato stia nel difendere i profitti e il benessere di un piccolo gruppo di persone già ricche», scrive il rappresentante della CEJP.

Le logiche della guerra e dello sviluppo

«In una regione senza vita e senza risorse umane locali è impossibile e assurdo avviare lo sviluppo». Per questo – aggiunge Alberto Arejula – «la prima lotta consisterebbe nel mettere fine al conflitto armato, investire nell’area del sociale e delle infrastrutture, definire strategie per uno sfruttamento efficace e sicuro delle risorse, dove i profitti si ripercuotano nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nel luogo».

In questo contesto, «una scommessa strategica sarebbe puntare sull’istruzione dei giovani». Il vescovo di Nacala getta «uno sguardo critico sui progetti di gas e petrolio», sottolineando che «il Paese non è preparato a gestire lo sfruttamento sostenibile di queste ricchezze». «Sarebbe quindi necessario, in primo luogo, creare le condizioni affinché il Paese possa sfruttare queste risorse in modo sostenibile e integrato con tutti i suoi soggetti».

Per quanto riguarda un intervento esclusivamente militare, Alberto Arejula sottolinea che «la vittoria militare non sarebbe una risposta alla complessità della situazione di Capo Delgado». In questo stesso senso, afferma che «le esperienze simili di Paesi come Mali, Nigeria, Somalia, Repubblica Centrafricana e Congo, dove il coinvolgimento militare esterno, in particolare della Francia, Stati Uniti ed eserciti regolari di paesi collegati, non è stato in grado di fermare le guerre, dobbiamo convincerci che è urgente un’alternativa diversa, rispetto a quella militare».

D’altra parte, il presidente della CEJP si domanda se sia possibile raccogliere l’esperienza del Kenia, che «è l’unico Paese ad aver mostrato finora un’azione militare ben riuscita mettendo fine a un’insurrezione dello stesso tipo», e che, «a quanto pare, i seguaci del principale leader di quel movimento sono gli stessi che operano nel Sud della Tanzania ed esercitano il loro influsso nel Nord del Mozambico».

Nostra traduzione di Bispos de Moçambique: É da responsabilidade do Governo estancar a violência.

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I vescovi cattolici del Mozambico alla chiusura dell’assemblea, che si tiene normalmente due volte l’anno, il 16 aprile 2021 in una dichiarazione congiunta, si sono espressi: «Scontenti e con il cuore pieno di tristezza, come ogni cittadino mozambicano che si identifica con il bene del Paese, deploriamo la tragica situazione che sta vivendo la popolazione di Cabo Delgado; ci rammarichiamo per l’insicurezza prevalente nelle popolazioni del centro del Paese e con l’insicurezza alimentare e la fame che colpiscono altre popolazioni, nonché la violenza che si diffonde a vario titolo nel Paese, e tutto questo in un contesto di pandemia del Covid-19.

Deploriamo e condanniamo tutti gli atti di barbarie commessi. A Cabo Delgado, persone indifese vengono uccise, ferite e violentate. Vedono i loro beni saccheggiati, l’intimità delle loro case violata, le loro case distrutte e i corpi dei loro familiari profanati. Sono costretti ad abbandonare la terra che li ha visti nascere e dove sono sepolti i loro antenati. Questi nostri concittadini, per lo più donne e bambini, sono spinti nel baratro dell’insicurezza e della paura.

Deploriamo la prevalenza di questo stato di cose, senza chiare indicazioni che le cause che alimentano questo conflitto saranno presto superate. Questo stato di cose fa crescere e consolidare la percezione che dietro a questo conflitto ci siano interessi di diversa natura e provenienza, cioè la volontà di alcuni gruppi di impossessarsi della nazione e delle sue risorse. Risorse che, invece di essere messe al servizio delle comunità locali e diventare fonte di sostentamento e di sviluppo, con la costruzione di infrastrutture, servizi di base, opportunità di lavoro, vengono sottratte, nella totale mancanza di trasparenza, alimentando rivolta e risentimento, particolarmente nel cuore dei giovani, diventando fonte di malcontento, divisione e lutto.

Riconosciamo che uno dei motivi forti che spinge i nostri giovani a lasciarsi allettare e unirsi alle varie forme di insurrezione, dalla criminalità al terrorismo, o anche quell’altra insurrezione, non meno dannosa, dell’estremismo politico o religioso, si basa sull’esperienza di una mancanza di speranza in un futuro favorevole da parte dei nostri giovani. Per la maggior parte di loro, non ci sono opportunità per costruire una vita dignitosa. Sentono che la società e i responsabili delle decisioni ignorano la loro sofferenza e non ascoltano la loro voce. È facile invogliare persone, piene di vita e di sogni, ma senza prospettive e che si sentono offese e vittime di una cultura della corruzione, ad aderire a proposte di un nuovo ordine sociale imposto dalla violenza o a seguire illusioni di facile arricchimento. Come possono i giovani avere prospettive se il Paese stesso sembra non avere una direzione, un progetto comune, in cui sono invitati ad essere collaboratori attivi e che alimenta la loro speranza?

La nostra posizione è che nulla giustifica la violenza. Né la difficile situazione, la mancanza di una prospettiva collettiva, condivisa come nazione, né i risentimenti, né l’intolleranza o gli interessi parziali, di natura religiosa, politica o economica, dovrebbero sviarci, come popolo, verso qualsiasi tipo di insurrezione».

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