Il Natale dei rifugiati siro-cattolici in Libano

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Sono le tre del pomeriggio del 24 dicembre, a Beirut, Libano. La voce di Suor Ekhlas Bernar dà il via alla solenne liturgia del santo Natale nella cattedrale siro-cattolica di Saint George, nel cuore di Bashoura, centralissimo quartiere a predominanza islamica sciita.

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Una mamma siriana mendica col suo bambino in una strada di Beirut, dicembre 2022 (Photo by Elisa Gestri)

Nella cattedrale di Saint George

Dopo molto anni, è il primo Natale durante il quale a Saint George viene celebrata la Messa. Completamente distrutta nel 1976 durante la guerra civile, la chiesa è stata recentemente restaurata e riaperta al culto il 29 ottobre scorso.

Il patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente dei Siri, sua beatitudine Ignace Ephrem Joseph III Yonan, presiede la celebrazione in rito antiocheno, o siriaco occidentale.

Nato a Al-Hasakah in Siria, nel 1944, dal 2009 il patriarca è a capo della Chiesa siro-cattolica in comunione con la Chiesa di Roma, con sede a Beirut e giurisdizione in Libano, Siria, Iraq e nei Paesi in cui sono presenti comunità di fedeli: Giordania, Palestina, Egitto, Sudan, Turchia, Stati Uniti, Canada e Venezuela.

Nel 2020 la sede patriarcale di Beirut contava 32.000 battezzati, cui si aggiungono i fedeli provenienti da fuori dal Libano. Suor Ekhlas viene da Qaraqosh, nella piana di Ninive, in Iraq, e fa parte dei circa 55.000 fedeli della Chiesa siro-cattolica che vivono nella diaspora, fuori dal proprio Paese.

Dalla guerra del 2003 le comunità cristiane irachene, in particolare le Chiese di Qaraqosh, Mosul e Baghdad, assieme ai loro fedeli, sono oggetto di feroci persecuzioni ad opera dei terroristi dell’Isis. Sebbene nel Paese la minaccia dello Stato Islamico sia al momento contenuta e i fedeli sopravvissuti alle violenze stiano lentamente ricostruendo le loro comunità, i militanti islamici continuano a perseguitare con attacchi, rapimenti e omicidi i cristiani irakeni. Di questi, circa un centinaio di famiglie siro-cattoliche fuggite dalla persecuzione hanno trovato rifugio in Libano, e ora seguono attentamente la celebrazione, che si dipana alternando le due lingue liturgiche, l’arabo e il siriaco.

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Baghdad, cattedrale Sayidat al-Nejat

Nella cattedrale di Baghdad

Nella sua omelia in lingua araba il patriarca Yonan ricorda di avere assistito nelle ore precedenti alla Messa di Natale dalla cattedrale di Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza) a Baghdad. È un luogo significativo, perché il 31 ottobre del 2010 è stata bersaglio di un attacco terroristico da parte dello Stato Islamico nel quale quarantotto fedeli, fra cui due sacerdoti, furono uccisi e settanta feriti.

Nel 2019 i quarantotto fedeli martirizzati in odio alla fede sono stati proclamati “servi di Dio”, e il patriarca ne auspica una prossima canonizzazione. Nel marzo 2021 il santo padre, durante il suo viaggio apostolico in Iraq, ha omaggiato i martiri e pregato sui luoghi segnati dalle violenze anticristiane.

Attualmente, in Iraq sono rimasti circa 42.000 fedeli della Chiesa siro-cattolica. Le famiglie rifugiate in Libano, che hanno in media quattro-cinque figli a testa, possono sperare di crescerli in un Paese che garantisce loro almeno la libertà religiosa. Ma il Libano è duramente provato da una gravissima crisi economica che risale al 2019 e che coinvolge anche i rifugiati residenti entro i suoi confini, soprattutto i siriani, che, secondo le autorità libanesi, ammontano a circa 2 milioni, in maggioranza di fede musulmana.

Il patriarca si sofferma sulla crisi e su chi ne porta la responsabilità, affermando nell’omelia: «Dopo anni di crisi, i libanesi meritano finalmente di vivere con dignità, ma la situazione terribile in cui il Libano si trova è stata sfruttata da politici che non sanno fare altro che i propri interessi, inclusi i politici cristiani, che dovrebbero recitare un significativo mea culpa.

In Libano non accade come in Siria e in Iraq, dove i cristiani vengono perseguitati e costretti a fuggire. In Libano, l’errore più grande ricade sui cristiani, che dicono parole bellissime ma sono ben lontani da un comportamento ineccepibile e dallo spirito di responsabilità di cui ha bisogno il popolo che soffre».

Yonan cita anche il grave vuoto istituzionale che affligge il Paese dei cedri. Il Presidente della Repubblica, Michel Aoun, ha terminato il suo mandato il 31 ottobre scorso senza che sia stato eletto il suo successore, e il Parlamento, uscito dalle elezioni politiche del 15 maggio, dopo quasi otto mesi non ha ancora formato un nuovo governo.

«Ad assistere alla santa Messa a Baghdad c’erano le tre più alte cariche dell’Iraq; sono tutti musulmani, eppure sono venuti ad ascoltare le parole del vescovo. Qui dove sono?».

Il patriarca rivolge poi un pensiero alla famiglia, centro della sua attenzione per questo Natale, e alle «difficoltà che affronta a causa dell’impatto della cultura occidentale e dei cosiddetti social media sulla vita di molti anche qui in Oriente», chiedendo, infine, «al Signore Gesù, figlio di Betlemme, di benedire le nostre famiglie e di ricordare ai genitori che i bambini non sono giocattoli nelle loro mani, ma una sicurezza tra le loro braccia, cui dare l’esempio in questo momento difficile».

È il 25 dicembre, e sono quasi le undici del mattino presso la sede patriarcale della chiesa siro-cattolica di Beirut.

Padre Said Nassouh entra nella chiesa del patriarcato, intitolata a sant’Ignazio di Antiochia, e si raccoglie in preghiera in attesa della liturgia del giorno di Natale, dedicata alla comunità siriana.

Padre Said è di Homs, e fa parte dei circa centocinquanta siro-cattolici emigrati dalla Siria in Libano a causa della guerra civile che dura da undici anni. In Siria sono rimasti attualmente circa 26.000 fedeli soggetti all’autorità del patriarcato i quali affrontano persecuzioni quotidiane dovute, oltre alla guerra, al crescente estremismo islamico e alla crisi economica.

Nel nord della Siria, l’invasione turca ha peggiorato l’instabilità della regione e alcuni estremisti sembrano utilizzarla come copertura per colpire i cristiani.

Nelle aree controllate direttamente dai gruppi di estremisti islamici le espressioni pubbliche del cristianesimo sono vietate e la maggior parte delle chiese sono state requisite o distrutte. In queste zone le donne e le ragazze cristiane sono particolarmente vulnerabili alle violenze che, in alcuni centri, sono addirittura prassi normale.

Nelle aree controllate dal governo questi fenomeni sono più contenuti, ma si assiste a rapimenti di giovani cristiani, specialmente se sono leader delle loro comunità, e ad attacchi di dissidenti islamici ancora presenti sul territorio.

Nella chiesa di Sant’Ignazio

Sono le undici e la chiesa di Sant’Ignazio, visitata da papa Benedetto nel 2012, si è nel frattempo silenziosamente popolata di fedeli.

Il patriarca Yonan dà inizio alla celebrazione assistito da mons. Habib Murad Al-Qayyim, segretario del patriarcato, e da padre Karim Kalsh, giovane sacerdote di Homs, anch’egli in fuga dalla guerra.

In solenne processione, il patriarca porge una statua del Bambino Gesù all’adorazione del popolo, facendo due volte il giro della chiesa, e poi la ripone nel presepe allestito in un angolo.

Dopo la funzione, Yonan saluta i fedeli nel salone del patriarcato, in particolare i numerosi bambini, e si congeda impartendo ai presenti la benedizione apostolica sotto il ritratto del santo padre.

Il suo discorso di Natale, registrato in video in tre lingue (arabo, inglese e francese), suona come un’accorata richiesta a non dimenticare le sofferenze dei cristiani d’Oriente: «Voi tutti conoscete la terribile situazione che la Siria, l’Iraq e il Libano stanno affrontando; i primi due Paesi per la violenza dei conflitti che vivono da quasi due decenni, il Libano per la grave crisi economica di cui soffre. Vi preghiamo di pensare ai vostri fratelli e sorelle di Siria, Iraq e Libano, affinché tutti i cittadini vivano nella pace e i cristiani, riponendo la loro speranza in Gesù nostro Salvatore, possano continuare a vivere nel Paese dei loro antenati».

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