Processo contro il sistema-Assad

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Dal mese di aprile si sta svolgendo a Coblenza il processo a carico di due agenti del regime di Bashar Al-Assad emigrati in Germania. Sono sottoposti a giudizio in virtù del principio democratico di giurisdizione universale che consente a un paese straniero di perseguire gravi crimini contro l’umanità. Cercando di interpretare le aspettative di migliaia di rifugiati siriani in Europa, si ricostruisce qui una della udienza della recente sessione di settembre. L’udienza di un testimone nel corso della sessione del tribunale di Coblenza avvenuta in settembre viene qui riprodotta nello stile formale della deposizione per l’obiettività dei fatti.

Siamo in un’aula di tribunale: si sta svolgendo il processo a carico di due agenti dei servizi segreti militari siriani del regime di Bashar al-Assad. I loro nomi sono Anwar Raslan di 57 anni ed Eyad Al-Gharib di 43 anni.

Entra un testimone completamente coperto in volto, non certo a motivo del virus. Per la prima volta un tribunale accetta di interrogare un testimone completamente protetto, i cui dati personali sono tenuti rigorosamente riservati per tutelare la famiglia e i parenti tuttora in Siria. La sua testimonianza apporta informazioni inedite e scioccanti. Il teste nel corso del dibattimento ha un malore e deve interrompersi.

Qual è il profilo del testimone Z? In Siria era un lavoratore civile dedito alla sepoltura dei cadaveri, già prima dell’inizio della guerra civile.  Nell’ottobre 2011, due agenti lo hanno indotto ad occuparsi del lavoro di un gruppo di una decina di altri civili per una serie di sepolture, in fosse comuni, di cadaveri prelevati da camion-frigorifero provenienti da ospedali militari, da ospedali civili e dalla prigione di Sednaya.

Il teste rende noto alla corte che le sepolture di cui è stato testimone sono avvenute dal 2011 al 2017, tre o quattro volte la settimana, tra le 4 e le 9 del mattino, al comando di alti ufficiali. Spiega che i camion venivano caricati di volta in volta di 500-700 corpi. Ricorda i numeri perché gli ufficiali ordinavano di registrare i cadaveri per i settori dei servizi segreti militari a cui attribuire le operazioni di morte. Non riesce a dire quale di questi settori raggiungesse il maggior numero di corpi, ma afferma di aver sentito parlare di concorrenza tra di essi.

Il testimone cita le denominazioni degli Ospedali militari di Harasta, Tishreen e Al-Mouwasat, oltre che di quello civile con cui ha avuto più frequentemente contatto, l’Al-Mujtahid Civilian Hospitals: dall’interno di quest’ultimo gli era stato rivelato non solo che l’ospedale riceveva i corpi dai servizi segreti, ma anche che vi venivano eseguiti ordini di morte.

Il testimone parla dei luoghi di sepoltura in due località principali: Najha e Al-Qatifah, rispettivamente a circa 15 e 35 km da Damasco. Questi siti erano e sono di proprietà militare, perciò gli addetti civili alla sepoltura venivano dotati di permessi e di veicoli speciali per poter transitare attraverso i posti di blocco.

Il testimone spiega che tutti i settori dei servizi segreti hanno inviato cadaveri nei due siti, tranne la “quarta divisione” di Maher Al-Assad, i cui cadaveri venivano sepolti all’interno dell’aeroporto militare di Mezzeh sotto la stessa pista, e il ramo dell’intelligence dell’aeronautica militare  il cui prodotto di morti veniva portato in altre zone dove i civili non  potevano entrare: solo un operaio addetto alla escavazione delle tombe, un amico del testimone, ha potuto condividere alcune informazioni.

Le fosse di Najha e Al-Qatifa sono state ricavate in aree di circa 5.000 metri quadrati, con profondità di sei metri. Ogni fossa è stata richiusa per lotti progressivamente colmati dal flusso continuo dei cadaveri in arrivo.

Il teste afferma letteralmente: “quando gli sportelloni dei camion venivano aperti, si sprigionava un forte odore, come di una bomba a gas, perché i cadaveri rimanevano chiusi anche per molto tempo”.

Spiega di non aver partecipato direttamente alle sepolture poiché gli era richiesto di osservare i lavoratori da 20 metri di distanza. Dice di aver preso parte alle sepolture dalla prigione di Sednaya: si trattava di cadaveri di persone giustiziate nello stesso giorno. Testimonia che le esecuzioni nel carcere avevano corso nella notte e i corpi giungevano al luogo di sepoltura alle 4 del mattino. I cadaveri – recanti evidenti segni di tortura – portavano ancora le manette e i numeri e codice scritti su adesivi posti sulla fronte e sul petto.

Alcuni lavoratori hanno avuto modo di confidare al testimone come tra i cadaveri vi fossero anche corpi di donne e di bambini. Gli ufficiali, in tali casi, non consentivano la sepoltura nei luoghi designati.

Il testimone afferma inoltre che i lavoratori civili non erano forniti di particolari protezioni, se non guanti, grembiuli e normali mascherine. Ciò ha causato loro gravi malattie e la morte di due di questi. Sostiene che la prolungata esperienza ha comunque prodotto gravi conseguenze di carattere psicofisico in sé stesso così come in tutti i compagni di lavoro.

Il teste illustra dunque ai giudici il suo specifico mandato di carattere amministrativo: il numero dei sepolti veniva registrato per codici attribuiti ai vari servizi segreti e alle identità dei sepolti su indicazione degli ufficiali. Non è a conoscenza del significato dei codici: i rapporti segreti venivano stampati e posti in cassaforte per la consegna esclusiva ai superiori.

I giudici chiedono se Al-Khatib – i servizi ufficiali dello stato – inviavano corpi per la sepoltura. Il teste risponde che tutti i rami dei servizi segreti – circa quindici tra loro distinti – hanno inviato cadaveri: Al-Khatib tra questi.

Secondo le sue stime, i rami di sicurezza di stato, solo tra l’ottobre 2011 e il dicembre 2012, hanno condotto circa 50.000 cadaveri. Il numero si è poi stabilizzato in circa 25.000 cadaveri all’anno. Alla domanda relativa al numero totale di morti prodotto dai vari servizi segreti, il teste risponde: “Non lo so… ma certamente si tratta di un numero molto molto grande: forse sino a raggiungere tra un milione e un milione e mezzo… di persone… o forse più…”.

Durante la seduta, gli avvocati della difesa cercano di ottenere informazioni personali sul testimone, ma l’avvocato del testimone obietta più volte a questo tipo di domande. In aula è presente Tariq Khilou, primo giornalista siriano ad ottenere l’accreditamento al processo in corso, malgrado le obiezioni del giornalista Mansour Al-Omari e del signor Hassan Qansu, rappresentante del Syrian Center for Justice and Accountability.

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