Ritorno in Siria

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Testimonianza e osservazioni di un esule siriano, attualmente in Europa, che recentemente, per alcuni giorni, è riuscito a rientrare nella sua terra – a Damasco – per riabbracciare i familiari.

  • Come è ritornato in Siria?

Ho attraversato il confine tra Libano e Siria – verso Damasco – di notte, andando consapevolmente incontro all’imprevedibile. La prassi per appropriarsi delle persone che rientrano è convocarle nell’ufficio del capo-posto di frontiera: può essere un invito di non-ritorno. Ho visto una donna con un bambino che stava piangendo perché il suo giovane marito era entrato da alcune ore in quell’ufficio e non ne era ancora uscito.

Per transitare senza problemi si può contare solo sulla corruzione: bisogna prepararsi per tempo e ingaggiare uno degli autisti fidati e riconosciuti da tutte le parti, naturalmente pagando. In questo modo si possono superare i controlli: le guardie di frontiera sono infatti corrotte.

Il passeggero non deve fare nulla, solo fidarsi. I controlli forse più pericolosi avvengono nei ceck-point all’interno. Ma anche lì vale lo stesso principio: i ceck-point sono punti di rendita per i militari.

Damasco
  • Ha notato la presenza di militari russi nel percorso verso Damasco?

Ho visto la presenza della polizia militare russa in alcuni ceck-point a Damasco. Questa è dotata in Siria di grandi automezzi dai vetri oscurati, con la “Z” dell’operazione militare speciale in bella evidenza. Ai chek-poit i poliziotti russi controllano l’identità dei militari siriani.

Gli automezzi militari siriani sono uguali identici a quelli russi e possono recare pure la “Z” sulle fiancate: sono del tutto mimetici. Si tratta di una tecnica usata anche dai militari ucraini nei territori occupati dai russi in Ucraina.

I russi non sanno quindi di chi si possono effettivamente fidare. Scontri tra militari russi e siriani non sono da escludersi perché controllare militari siriani sul loro territorio nazionale da parte di una forza straniera “occupante” è profondamente umiliante.

Non mi pare che i russi intervengano direttamente sulla popolazione siriana: io non l’ho visto.

  • Come ha trovato la città di Damasco?

Ho trovato una città in stato di coma ovvero di mera sopravvivenza: ho visto pochi veicoli e poca gente nelle strade della città, tranne che nelle code per il pane e gli acquisti alimentari distribuiti dallo Stato a prezzo sovvenzionato.

Sono andato tre volte a fare la spesa – per comprare l’essenziale per vivere – e per tre volte ho trovato prezzi diversi, crescenti. Questo avviene perché il cambio lira siriana – dollaro è sempre più sfavorevole alla lira. Oggi per comprare un dollaro servono più di 5.000 lire siriane.

Emblematica è la coda che si deve fare per acquistare il pane. Il pane è l’alimento base della dieta della popolazione siriana, specie della popolazione più povera. Per comprare il pane al prezzo governativo di 250 lire per 450 grammi si devono fare code di circa 2 chilometri: il che vuol 4-5 ore di attesa, ogni giorno. Per evitare la coda si può acquistare il pane al prezzo di mercato, ossia 2.000 lire per 450 grammi, cioè 10 volte di più.

  • Il prezzo così esorbitante è conseguenza della guerra in Ucraina?

È anche conseguenza della guerra in Ucraina. Blocco delle esportazioni, sanzioni, rincari a livello mondiale: sono gli effetti di cui abbiamo tutti sentito parlare. Il grano tenero per fare il pane in Siria deve essere acquistato dall’estero in diversa valuta. La produzione locale di grano – peraltro in terre non più sotto il controllo del regime di Assad – riguarda solo il grano duro per la pasta, non per il pane.

Il risultato è che, per andare a fare la spesa per i generi essenziali, le persone devono portarsi zaini pieni di banconote.

  • La gente, quindi, come vive? Come sta?

Basta guardare in faccia le persone per capire: è gente umiliata e offesa, oltre che affamata. Porta dentro di sé un rancore silenzioso, contro tutte le forme e le figure del potere del regime di Assad, dal semplice funzionario pubblico, al militare, al presidente. La gente si muove solo per sopravvivere.

  • Anche a Damasco si può essere sottoposti a continui controlli dell’autorità?

Non ho visto le ripetute forme di controllo che conoscevo. La presenza militare ostentata per le strade non c’è più, sia perché c’è appunto poca gente che circola, ma soprattutto perché, secondo me, ormai il regime teme il manifestarsi improvviso di quella rabbia repressa.

  • La gente ha qualche speranza?

No, la gente di Damasco non aspetta più nulla. Non parla. Di politica non si dice una sola parola.

In Siria la televisione era sempre accesa nelle case, giorno e notte. Mi ha colpito vedere tutte le televisioni spente: sia perché manca spesso la corrente – l’ho avuta per 4 ore al giorno per due settimane – sia perché, ormai, la gente non riesce più minimamente a sopportare le bugie del regime. La propaganda fa ripensare all’epoca sovietica: fuori c’è un inferno, ma il regime vuol fare credere di vivere nel migliore dei mondi.

La vita economica è praticamente ferma. L’esempio della corrente elettrica la dice lunga: senza corrente le tante piccole fabbriche che costituivano il tessuto economico siriano non possono lavorare. La produzione autonoma di energia con i carburanti ha costi insostenibili, in un Paese che ha sempre esportato fonti di energia. Quindi, tutto si è fermato.

Attraversando il Libano
  • Lei ha attraversato il Libano. Qual è la condizione dei siriani sfollati in Libano, per quanto ha potuto vedere o sapere?

La situazione in Libano è – dal punto di vista economico e delle condizioni di vita – paragonabile a quella della Siria. Il Libano non è più un punto di attrazione per chi vuole uscire dalla Siria. Anche la moneta libanese ha subito un crollo drammatico.

La dinamica dei prezzi è peggio di quella siriana. Il Libano è un rifugio solo per salvarsi la vita. Ma non ci sono più possibilità di lavoro in Libano, non c’è più vita, non c’è più nulla. Non solo i profughi siriani, ma anche gli stessi libanesi cercano di andarsene.

Porto in me l’impressione che ho provato attraversando il Libano di notte, sia all’andata che al ritorno, a Beirut: mi sono trovato in una città nel buio più totale; neppure un lampione ho visto acceso.

  • Ha saputo di famiglie che abbiano tentato il rientro dal Libano alla Siria?

So di famiglie che sono rientrate dai campi profughi del Libano e della Giordania in Siria: di alcune di queste si sa per certo che sono sparite nel nulla appena hanno attraversato il confine. La notizia mi è stata confermata da diverse fonti.

L’autista che mi ha accompagnato ha raccontato storie terribili. Chi non è protetto nel passaggio rischia di essere depredato. Ruberie e sequestri sono all’ordine del giorno.

Zone di influenza in Siria
  • Al di fuori di Damasco, in tutto il territorio siriano – a sua conoscenza – cosa succede?

Amici di fiducia mi hanno spiegato che il territorio siriano è, di fatto, suddiviso in 5 zone di influenza.

Il territorio a sud, verso i confini con Israele e con la Giordania – già recuperato dal regime di Assad in 10 anni di guerra con l’aiuto determinante della Russia e di Hezbollah libanese – è ora controllato solo per il 40% dal regime stesso. Il 60% è controllato dal libero esercito siriano allestito dagli ufficiali e dai sottoufficiali ribellatesi ad Assad. La spiegazione di questo dato di fatto è da ricercare nel ritiro – parziale ma rilevante – dei militari russi e dai combattenti di Hezbollah dalla zona.

Persino la piattaforma missilistica russa che vi era stata installata è stata ritirata. Molto probabilmente le truppe e gli apparati russi sono stati revocati per l’impiego in Ucraina, mentre la maggior parte dei combattenti di Hezbollah libanesi sono stati richiamati per le perdite consistenti di vite umane: su 27.000 combattenti libanesi ne sono rimasti 5 mila.

Il territorio a nord è saldamente presidiato dalla Turchia col chiaro intento di realizzare una sorta di stato-cuscinetto interposto alla nascita di un eventuale stato curdo. Tale territorio, secondo il progetto di Erdogan, dovrebbe essere popolato dai siriani sfollati con la forza dal Paese – concentrati dal regime nella regione di Idlib -, e dai siriani ora rifugiati in Turchia: parliamo di 6 milioni di persone in totale tra campi profughi e quei “fortunati” inseriti nella società e nell’economia turca.

Consideriamo che in quella fascia a nord del Paese è già in uso la lira turca, si vive di prodotti turchi e l’economia esistente è sostanzialmente agganciata a quella turca.

Il territorio ad est – al di là dell’Eufrate – è in mano agli occidentali: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. In quella zona si trovano le materie prime: il gas e il petrolio, ma anche l’acqua per le coltivazioni di grano duro e di cotone. Ciò spiega perché gli occidentali non abbiano abbandonato quella zona. Le ragioni sono eminentemente economiche.

Ma le voci che ho raccolto vanno pure nel verso di una possibile azione-reazione militare occidentale – statunitense – che da quella regione potrebbe partire per mettere in ulteriore difficoltà la Russia di Putin, impegnata in Ucraina: naturalmente ciò non avverrebbe manifestamente, bensì per interposte milizie etniche e/o mercenarie.

Il grande deserto centrale di Palmira è il terreno d’elezione degli islamisti radicali: solo loro conoscono a perfezione quel territorio inospitale nel quale si rifugiano dopo le loro classiche incursioni terroristiche, contando sulla totale impunità.

Il regime di Assad – militarmente sostenuto dalla Russia e dell’Iran – controlla dunque solo ciò che resta della Siria, ossia Damasco e la costa sul mediterraneo. I porti e gli aeroporti sono fortissimamente, se così si può dire, in mano ai russi.

  • Queste 5 zone di influenza potranno divenire 5 stati indipendenti?

Può darsi. Le 5 zona di influenza di cui ho parlato, in un prossimo futuro, potrebbero diventare 5 diversi stati o qualcosa del genere. Soprattutto il progetto turco sul nord della Siria si trova già ad un avanzato stadio di pensiero e di organizzazione.

  • Può dettagliare meglio questo progetto? A che punto si trova?

Ho potuto visionare un filmato turco con cui il progetto è stato presentato. Prevede la costruzione di nuove abitazioni ed edifici, in maniera sobria e ordinata, per creare circa 150 villaggi, ex novo, nel nord della Siria.

I moduli abitativi – condomini di 6 unità fatte da bi e tri-locali – sono pensati per ospitare buona parte dei siriani di Idlib e dei profughi siriani in Turchia, come ho detto. Questa è una mossa molto abile per trovare finanziatori internazionali del progetto con ragioni umanitarie. Sugli edifici pubblici degli ipotizzati villaggi – nel filmato che ho visto – già sventola la bandiera turca, non quella siriana: il territorio è ancora siriano, la popolazione è siriana, ma la bandiera prefigurata è quella della Turchia. Sarà il vero cuscinetto che proteggerà la sicurezza nazionale turca dall’eventuale creazione di uno stato curdo al nord della Siria.

Turchia e Russia
  • Erdogan e Putin si sono incontrati spesso nell’ultimo periodo. Secondo lei, hanno parlato anche di Siria e del nord della Siria in particolare?

Sicuramente. Sono due personaggi politici che si assomigliano moltissimo. Sono nazionalisti e opportunisti al massimo grado. Curano cinicamente i loro interessi.

Ora Turchia e Russia – nel nord della Siria – sono a contatto militare quasi fisico: ci sono check-point turchi e russi a distanza di 200 metri tra loro, ovunque. Basterebbe un piccolo incidente per far saltare il delicato equilibrio.

Ma i due leader in questo momento non lo vogliono, pur continuando a coltivare interessi evidentemente molto diversi nella zona: Putin – con Assad – persegue la morte dei siriani ribelli ammassati ad Idlib; Erdogan vuole realizzare il suo progetto in chiave anti-curda con i siriani di Idlib e con quelli che si trovano entro i confini della Turchia. Il problema maggiore di Erdogan – anche in vista delle prossime elezioni presidenziali – non è costituito tanto dai 3,5 milioni di siriani profughi quanto dai 15 milioni di curdi in Turchia.

Devo dire ciò che pensa la gente siriana di quelle parti: sanno di essere in vita grazie ad Erdogan e lo considerano il loro protettore. Naturalmente sanno chi è Erdogan e sanno perché lo fa. Non ci sono benefattori del popolo siriano.

  • Quali conseguenze della guerra restano, secondo lei, tra le religioni di Siria?

Io ritengo che la coabitazione tra le appartenenze religiose in Siria sia ancora possibile. Le divisioni sono state create e alimentate ad arte dal regime di Assad. I siriani l’hanno capito. Non temo, quindi, conflitti interreligiosi a livello popolare.

Ma certamente gli errori e i mali commessi – in nome della sicurezza delle minoranze religiose – non sono cancellati. I capi religiosi hanno di che riflettere. Una nuova Siria – con un profilo democratico – potrà nascere solo con uno stile molto diverso, anche da parte dei responsabili religiosi.

  • Quel che dice riguarda anche i vescovi cattolici? 

Dico innanzi tutto che le responsabilità del gran muftì musulmano sono gravissime: è una persona letteralmente sottomessa al dittatore, invisa a tutta la popolazione; una figura imparagonabile ad altre della parte cristiana.

Detto questo, il cesaropapismo è indotto e radicato sia tra i vertici musulmani che cristiani. Ma non è giusto generalizzare. Tra le seconde file ci sono grandi figure di religiosi e sacerdoti. Ho conosciuto ottimi sacerdoti cattolici: persone libere e autentiche.

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