Siria: geopolitiche e la Chiesa

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La telefonata effettuata dal re di Giordania Abdallah II al presidente siriano Bashar al Assad dopo dieci anni di congelamento delle relazioni diplomatiche – unita alla riapertura dei confini tra i due Paesi -, indica l’inaugurazione di un diverso paradigma geopolitico in Medio Oriente, senza alcuna considerazione – ancora una volta – delle sue genti?

Nuove geopolitiche

I grandi Paesi del Golfo, con le monarchie che da decenni gestiscono la rendita petrolifera e impostano la linea del fronte arabo sunnita, sembrano giunti alla conclusione che la politica di contenimento dell’espansionismo iraniano è fallita.

Così, dopo aver esercitato la massima pressione nemica agli establishment di Iraq, Siria e Libano – Paesi ormai ridotti sul lastrico – appaiono orientati, secondo molti dei migliori analisti mediorientali, ad offrir loro il  decisivo sostegno finanziario, a patto che quegli stessi establishment politici si mostrino disponibili a un “equilibrio di relazione” tra loro e Teheran: in tal caso, la legittimazione delle classi dirigenti al potere germinerebbe il frutto ammalorato da offrire alla sopravvivenza delle popolazioni stremate.

Questa interpretazione dell’attuale momento politico mediorientale è suffragata da Michel Young, a lungo corrisponde del New York Times da Beirut e oggi firma di punta del Carnegie Institute. A suo avviso, infatti, sussiste un nesso tra la mancata pubblicazione del report statunitense sull’ulteriore allargamento dell’impero finanziario di Hezbollah, le voci di una possibile riduzione delle sanzioni americane contro Assad e la telefonata di Abdullah: quest’ultima preparerebbe il terreno alla riattivazione della pipe-line che dall’Egitto, attraverso Giordania e Siria, approda al terminal libanese di Deir Ammar.

Il Libano agonizza e non possiede una centrale elettrica propria, i suoi cittadini ormai sono al buio per la scellerata politica energetica imposta da tempo dai politici libanesi così arricchitisi. Un mini-piano Marshall per salvare il Libano è stato ipotizzato da fonti ufficiali della Casa Bianca dopo la visita ufficiale di re Abdullah.

La sua telefonata a Bashar al Assad poteva dunque non disporre dell’avallo americano e del contestuale consenso egiziano? È assai improbabile! Il vero obiettivo di questa complessa operazione politico diplomatica sarebbe dunque Damasco. Una mossa del genere punta a riammettere la Siria nella Lega Araba, da cui Assad è stato espulso dopo le carneficine del 2011. Perché?

Rinegoziare l’Iran

Perché Damasco e Beirut devono evidentemente tornare i luoghi geopolitici del negoziato tra arabi e iraniani. In definitiva le leadership arabe sarebbero giunte alla seguente decisione: l’espansionismo miliziano iraniano non si può sconfiggere militarmente. Teheran ha conquistato l’Iraq, la Siria, il Libano ed ha ora il controllo di un enorme deposito di macerie: questo sta gravemente danneggiando la popolarità dei suoi animatori – a cominciare da Hezbollah – i cui consensi stanno crollando. Mentre Assad è inamovibile e vigila su un cimitero.

L’Iran non ha le risorse per ricostruire. Mosca neppure, certamente non da sola. Il contenimento è fallito soprattutto perché gli Stati Uniti non possono o non vogliono impegnarsi militarmente in ulteriori passi, come dimostrano le mancate reazioni agli attacchi armati dei filoiraniani nello Yemen contro importantissimi obiettivi civili sauditi. Dunque, gli “accordi di Abramo” non stanno determinando un’alternativa militare all’Iran.

La conseguenza è una sola: gli arabi mettono a disposizione i miliardi necessari per non far morire tutti i libanesi, i siriani e gli iracheni, ma lo fanno solo se gli establishment al potere in quei Paesi mutano indirizzo politico, non allineandosi in toto ai voleri di Teheran. Per gli ottimisti questo significa il ritorno della politica o – come auspicò Obama nella famosa intervista a The Atlantic – il passaggio dalla “guerra calda” alla “pace fredda”. Per i pessimisti – o semplicemente per i realisti a cui mi associo – ciò significa la reciproca legittimazione delle peggiori tirannidi della regione.

La Turchia

Queste considerazioni toccano anche l’altro grande attore della crisi regionale: Ankara. I turchi stanno andando nella stessa direzione? Forse anche Erdogan si appresta a telefonare ad Assad dopo dieci anni di feroce scontro frontale? La Turchia sta cercando di migliorare i suoi rapporti economici con l’Egitto di al-Sisi, mentre quelli politici restano, a dir poco, molto difficili. Erdogan è stato l’alleato più stretto del presidente egiziano Morsi, condannato a morte dall’avvento di al-Sisi.

Pessimi sono i rapporti di Ankara anche con l’Arabia Saudita che ispira e copre le mosse di Amman e del Cairo. Il problema per il leader turco – lanciato verso la costruzione di un imperialismo di stampo ottomano con piedi economici d’argilla, proprio come la Russia e l’Iran – si pone in termini urgenti: la crescente ostilità popolare verso i milioni di profughi siriani arrivati da anni in Turchia, si sta trasformando in violenza, mentre l’opposizione interna – detta liberal-democratica – la cavalca con determinazione, facendo leva, nella campagna elettorale, sull’espulsione di tutti i profughi. Il candidato repubblicano che sfiderà Erdogan alle presidenziali del 2023 ha affermato di volerli rimandare in Siria entro due anni dalla sua elezione.

Poiché i sondaggi elettorali non sono in questo momento favorevoli a Erdogan, ecco che anche questi potrebbe determinarsi alla riabilitazione “morbida” di Assad, consapevole che molti vivono come un autentico incubo un futuribile Kurdistan, più che la tragedia della Siria in quanto tale.

In una serie di approfonditi articoli, il portale al-Monitor – tra i più accurati del Medio Oriente – afferma che tutto questo è confermato dagli incontri segreti tra i capi dell’intelligence turca e siriana, ovviamente fedelissimi di Erdogan e di Assad. Erdogan non desidera altro che il via libera di Mosca per una vasta operazione anti-curda al confinante nord della Siria, cioè nell’area di Raqqa, ove oggi comandano i curdi con l’appoggio di soli 800 consiglieri militari degli Stati Uniti.

Ankara potrebbe facilmente ottenere l’avallo russo alla distruzione dell’autonomia curda tanto detestata dalla forte destra nazionalista turca, forza alleata e che da tempo determina le vere scelte di Erdogan. Le operazioni transfrontaliere anti-curde sono state già oggetto di tanti accordi internazionali.

Resta però il problema del nord ovest siriano, nella limitrofa provincia di Idlib: se Putin e Assad volessero, in qualsiasi momento, potrebbero riconquistare militarmente l’area, sconfiggendo le milizie qaidiste attualmente foraggiate da Ankara. Ma, in tal modo, si determinerebbe un nuovo massiccio esodo di profughi siriani verso la Turchia.

La soluzione sarebbe allora una sola: Erdogan potrebbe ottenere il consenso ad agire contro i curdi, ma consegnando il milione e mezzo di sfollati siriani che ora si trovano nella regione di Idlib ad Assad, dichiarando che il loro ritorno sotto Assad avverrebbe in perfetta sicurezza. Non è vero, ma sarebbe il prezzo da pagare. Lo farà? Vorrà e potrà compiere un passo del genere?

Iran, il prezzo da pagare

Il prezzo a carico dell’Iran – determinato, da un lato, dalle scelte dei Paesi arabi e, dall’altro, della Turchia – risulterebbe evidente: Teheran dovrebbe rinunciare ad avere il pieno controllo di Iraq, Siria e Libano, tornado semplicemente a condividerne l’influenza.

D’altro canto, senza i soldi dei Paesi del Golfo, Iraq, Siria e Libano, resterebbero – sì – nella sfera iraniana, ma in stato di quiescenti macerie. Per Teheran – che ha investito in questi anni miliardi di dollari nella esportazione della sua rivoluzione per conquistare l’intero Islam – il bottino risulterebbe assai contenuto, ma, in tal modo, il regime iraniano riuscirebbe nuovamente a salvare almeno sé stesso, obiettivo, del resto, di tutti gli altri regimi dell’area, contro le loro stesse popolazioni.

Per gli abitanti di Siria, Libano ed Iraq si tratterebbe – sì – di uscire dalle macerie dei bombardamenti, ma per rientrare – da subito – nelle caverne delle dittature. Altro che ‘primavere’!

Il destino dei cristiani

In questo contesto si pone con assoluta rilevanza il documento sul presente e il futuro dei cristiani del Levante (cf. qui).

A differenza di quanto avvenuto in Iraq per scelta del patriarca caldeo – il cardinale Louis Sako – il quale non ha posto la sua Chiesa né con le milizie sciite, né con quelle sunnite, bensì al fianco della piazza che dal 2019 chiedeva un sistema politico non confessionale e una leadership non tribale, in Siria e Libano sono state fatte – dalle gerarchie – scelte chiaramente molto diverse.

Ricordo queste parole: “la dittatura religiosa va evitata sconfiggendo i sunniti, maggioranza nella società, alleandoci come minoranza religiosa con la minoranza dell’Islam, gli sciiti”. Questa è stata definita: “alleanza delle minoranze”. Evidentemente questa alleanza non ha fatto i conti con una realtà che vede i sunniti deportati a milioni dalla Siria, perché la visione delle gerarchie ha trasformato i cristiani in alleati di Assad e di Hezbollah, precludendo loro quel ruolo culturale e sociale che avrebbero potuto avere per uscire dal conflitto insieme a tutte le altre appartenenze, non per vincerlo.

Padre Paolo Dall’Oglio aveva avuto modo di dire: “i cristiani non sanno più perché Dio li abbia voluti qui, in Siria”. A dieci anni di distanza dall’esplosione delle primavere arabe, il documento presentato ufficialmente presso la chiesa libanese di Sant’Elia e frutto del lungo lavoro compiuto da un’equipe ecumenica di specialisti in teologia, studi sociali e questioni geopolitiche, risponde all’inquietante quesito posto dal gesuita romano, ponendosi ben in linea col suo pensiero.

Nell’equipe figurano tra gli altri la professoressa Souraya Bechealany, già segretaria generale del Consiglio sulle Chiese del Medio Oriente, e il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie del Libano. Vi si denuncia che alcune realtà ecclesiali “per ottenere assistenza da gruppi cristiani americani ed europei, adottano idee che militano contro la convivenza, esagerano le sofferenze dei cristiani e promuovono la teoria della persecuzione sistematica da parte dei musulmani”.

Si sostiene che soggetti ecclesiali puntano tutto sulla strategia della “alleanza tra minoranze” o sulla protezione di regimi autoritari quali uniche vie per assicurare la sopravvivenza in Medio Oriente delle comunità cristiane autoctone. Presentando il testo l’Agenzia Fides ha così riassunto le valutazioni su queste strategie: “Si tratta di scelte e di orientamenti fuorvianti, che rischiano di pesare negativamente sul futuro delle presenze cristiane nell’area mediorientale e di rinnegare la stessa missione a cui oggi la Chiesa è chiamata”. La prospettiva suggerita è quella di riconoscere la comunanza di destino dei cristiani con i concittadini di altre fedi e di favorire il loro coinvolgimento nella sfera pubblica e nella lotta per uno Stato civile”.

Oltre le gerarchie, sulla linea di Francesco

Questo, a mio parere, è il primo testo ecclesiale – con firme autorevoli e di indiscusso prestigio – a collocarsi nella linea del magistero di papa Francesco, a riprendere le idee del Documento sulla Fratellanza di Abu Dhabi e dell’enciclica Fratelli tutti.

Per dare un’anima alle prospettive post-belliche c’è solo un’opzione “cristiana”: quella indicata dal documento! “La pace fredda” prospettata da Obama potrà forse archiviare i combattimenti, ma non darà nessuna prospettiva ai giovani, alle donne, ai protagonisti di dieci anni di mobilitazione sociale e culturale contro le derive settarie, tribali, cleptocratiche e totalitarie.

I cristiani, senza legarsi le mani ai carri imperiali – ormai odiati dai popoli del Medio Oriente – possono affiancarsi nel difficilissimo cammino del Risorgimento del Levante, sostenuti da altri cristiani – quelli europei in primo luogo – possono contribuire a determinare nuove dinamiche interne e nuovi rapporti tra cristianesimo e islam e, perciò, tra l’Europa e il Mondo arabo.

Sarebbe davvero ora di finire la prosopopea che alimenta la tesi dello “scontro di civiltà” e di dare un’anima di umanità all’ipotetica Yalta mediorientale: quella che ora si prospetta, ancora un’anima non ce l’ha.

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