Siria: il regime della terra bruciata

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intervista siria

Le misure prese per contenere la pandemia hanno rappresentato per la redazione anche un’opportunità per avere ospiti che vivono in altri paesi. Recentemente abbiamo avuto occasione di incontrarci con un profugo siriano della diaspora europea. Raccogliamo qui in forma di intervista per i lettori e le lettrici di SettimanaNews alcuni dei temi più urgenti toccati nel corso del dialogo con lui. La redazione finale del testo è stata curata da Giordano Cavallari.

  • Qual è l’attuale situazione sanitaria in Siria dopo dieci anni di guerra e la pandemia?

Ritengo che non si possa dire nulla della pandemia senza aver prima cercato di descrivere quale sia la situazione gravissima in cui versa la Siria da tutti i punti di vista.

Dal 2011 al 2015 il regime ha volutamente e sistematicamente distrutto le strutture religiose e civili del Paese, proprio le stesse ove la popolazione andava a cercare riparo e salvezza. Sono stati bombardati i principali luoghi di culto, ossia le moschee – a cui faceva chiaramente riferimento la maggioranza della popolazione – insieme con le chiese cristiane.

Resistenza e infiltrazioni terroristiche

Quindi sono state bombardate le scuole così come sono stati bombardati gli ospedali. Si è fatta letteralmente “terra bruciata” per non lasciare alcuna prospettiva di vita e di futuro ai giovani e alla gente della Siria. L’opera di totale distruzione è stata completata dall’intervento militare russo dal 2015 ad oggi.

Certo, questo è stato fatto, ufficialmente, per combattere ribelli e terroristi. Io non nego la presenza in Siria di fanatici radicali: una parte di questi è stata chiamata dall’estero dalle potenze interessate, un’altra parte era già presente sul territorio e tollerata dal regime. Il regime avrebbe potuto contrastare l’ISIS molto prima, se avesse voluto: non l’ha fatto. Mentre ha combattuto ferocemente il popolo siriano e gli ufficiali siriani che avevano preso le parti del popolo nel 2011. I primi, considerati ribelli dal regime, erano elementi veramente nobili del popolo siriano.

Poi sono avvenute le infiltrazioni dei gruppi terroristici. Sotto la copertura della lotta al terrorismo è stato distrutto tutto senza, appunto, alcun riguardo per la vita della gente. Per sopravvivere i siriani sono stati costretti a sfollare. I dati parlano da sé: su ventidue milioni di siriani, undici milioni e settecentomila oggi sono in diaspora.

In tale situazione la pandemia è nulla. Non c’è alcun dato al riguardo. Più del 70% delle strutture sanitarie è fuori uso. Non c’è stato alcun serio impegno per prevenire e per curare dal virus. Assad ne ha pubblicamente parlato solo in vista dell’incontro dell’Unione Europea che doveva deliberare il rinnovo delle sanzioni dal 20 giugno 2020 sino al giugno 2021. Ha detto che la situazione della gente è di povertà e di miseria: è verissimo! Dicendo questo intendeva evitare il rinnovo delle sanzioni: non gli è valso a nulla.

Il baratro del futuro

La catastrofe è tragicamente nel futuro del mio Paese, ma non certamente a causa del Covid-19. Il virus è stato semmai usato quale ulteriore arma nelle mani del regime per determinare la fuga di chi ancora non era fuggito. Un presidente che massacra il suo popolo può preoccuparsi di difenderlo da un virus?

  • Come si vive dunque in Siria?

Lo stipendio di un siriano che lavora pagato dallo Stato è di cinquantamila lire siriane al mese. Ma c’è chi guadagna ventimila o trentamila lire. In questi giorni il cambio si aggira su quattromila lire siriane per un dollaro. Sei mesi fa si aggirava su quattrocentocinquanta lire per un dollaro, quattro mesi fa su settecento lire per un dollaro. La lira siriana è in caduta libera come tutta l’economia del Paese. Chi “sta bene” ora guadagna dunque l’equivalente di 12,5 dollari al mese.

L’agricoltura è allo stremo. Manca la manodopera. I giovani non ci sono più: sono ormai tutti nei campi profughi in Turchia, in Libano e in Giordania. L’industria di trasformazione per i bisogni alimentari fondamentali è allo sfascio. Le importazioni, col cambio attuale sul dollaro, sono divenute impossibili. La situazione è davvero gravissima. Tutto sta collassando. L’85% del popolo siriano è ormai sotto la soglia della povertà assoluta. Il 12-13% vive di ciò che è veramente essenziale. Mentre il 2-3% – costituito dai ladri che hanno saccheggiato l’economia con l’aiuto e in favore del regime – sta benissimo e ha per sé tantissimi soldi.

Questa situazione non potrà reggere ancora a lungo. I principali alleati di Assad – ossia la Russia e l’Iran (senza dimenticare, a livello politico globale, la Cina) – non sono in grado di destinare altre risorse e versare denari per sostenere Assad. Per tutto ciò io prevedo a breve la caduta del regime.

  • Qual è la situazione dei profughi siriani nella diaspora?

Il popolo in Siria sta soffrendo enormemente, tanto che i siriani che si trovano profughi nei Paesi limitrofi stanno persino un poco meglio. Anche in Libano la situazione dei due milioni di profughi siriani è certamente di una miseria terribile. Altri due milioni di profughi si trovano in Giordania. Mentre la maggior parte si trova in Turchia: questa ha paradossalmente una condizione di vita migliore, sia per effetto dell’impegno delle Nazioni Unite, sia per quello del governo turco.

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Diaspora siriana in Europa

Ci sono poi i siriani della diaspora in Europa. In Germania il loro numero ha raggiunto ormai i due milioni. Parliamo evidentemente di un numero molto grande per un Paese europeo. Come sappiamo, la signora Merkel ha deciso tre anni fa di accogliere, quasi d’un colpo, un milione e trecentomila siriani. È  stata una decisione molto coraggiosa da parte sua. Ora la sta scontando politicamente nel suo Paese. Ma per molti siriani è stata una soluzione di vita importantissima. La Germania ha guardato avanti e ha investito in alloggi e in sostegni finanziari per i profughi siriani per consentire loro di inserirsi, di lavorare e di fare una vita dignitosa.

I siriani che hanno potuto raggiungere l’Europa sono andati dunque soprattutto in Germania e in parte nei Paesi del nord. La Francia – Paese che ha ascendenze storiche molto forti in Siria – ha perduto invece, a mio parere, la grande opportunità di aprire le sue porte ai profughi intellettuali siriani che conoscono la lingua e la cultura francese.

L’Italia ha il merito di aver valutato correttamente le pratiche dei pochi richiedenti asilo siriani giunti in questi anni, ma non si è mostrata in grado di incoraggiare la migrazione dalla Siria e di prestare altri aiuti ai richiedenti asilo.

I siriani in Italia sono davvero pochi. Sono giunti soprattutto negli anni sessanta e settanta per ragioni di studio. Pochissimi sono giunti dal 2011 ad oggi, a parte qualche famiglia attraverso i corridoi umanitari istituiti da encomiabili organizzazioni della Chiesa cattolica. Ma si tratta davvero di un piccolo numero.

  • Come valuta i pronunciamenti di papa Francesco sulla Siria?

Ho seguito con grande attenzione e interesse tutti i discorsi di papa Francesco riguardo alla situazione nel mio Paese. Li ho trovati tutti molto positivi. Il papa mostra di avere una profonda consapevolezza del dramma storico e umanitario che il mio Paese sta attraversando. Francesco conosce evidentemente molto bene la storia della Siria, la presenza dei cristiani e la pacifica convivenza tra le varie appartenenze religiose. Ritiene ancora possibile la coesione politica e la pace. Certamente il papa non è entrato nei suoi discorsi in dettagli e in posizioni di carattere geopolitico. Lo capisco. Si è espresso ad un livello diplomatico positivo. Ma purtroppo non è servito.

Le religioni
  • Può infine dirci quali sono le posizioni delle gerarchie religiose su quanto sta accadendo?

Io sono musulmano di un’antica famiglia siriano-sunnita del nucleo della città di Damasco. L’86% della popolazione siriana è musulmano sunnita. L’8% appartiene alle varie confessioni cristiane. Ci sono poi altre minoranze religiose, tra cui quella dei musulmani alawiti, a cui appartiene la famiglia Assad.

Tengo a dire che i miei migliori amici, sia in ambito sociale che culturale, sono cristiani. I cristiani sono parte integrante del popolo. Io dico che sono “padroni di casa” perché la loro presenza religiosa è la più antica tra le attuali. Hanno avuto, oltre che una parte importante nella storia, anche una parte importante nella politica del mio Paese.

Alcuni si sono distinti nella causa di riforma della Siria. Nobili esponenti dell’opposizione sono cristiani. Io non posso dunque immaginare il futuro della Siria senza la presenza dei cristiani in ogni settore della vita del popolo: dall’economia al sociale, dalla cultura alla politica. Purtroppo molti cristiani hanno dovuto lasciare la Siria in questi anni.

Mediamente i cristiani avevano un tenore di vita superiore. Ora stanno soffrendo insieme a tutti gli altri membri del popolo siriano.

C’è una cosa che infine voglio dire con la massima obiettività e chiarezza riguardo ai rapporti tra il regime e le gerarchie religiose nel Paese. Parlo innanzi tutto del nostro Muftì che è evidentemente la prima figura religiosa in Siria. Io lo definisco un portavoce del regime. Il Muftì ha incoraggiato la politica del presidente Assad e ha giustificato il bombardamento dei civili sostenendo la motivazione di combattere il terrorismo.

Aggiungo che il regime sta usando tutte le minoranze etniche e religiose e in particolare la minoranza cristiana per conservare il potere. Sta spendendo i cristiani come una carta del suo gioco politico. Assad non ha esitato a perseguitare la maggioranza sunnita e persino a tenere in ostaggio la minoranza alawita da cui lui stesso proviene. Nel mentre ha stretto alleanza con le gerarchie ecclesiastiche, sia ortodosse che cattolica. Posso dire di aver notato – da parte delle più eminenti figure religiose ufficiali del Paese – segni di chiaro adeguamento “alla parte di Cesare”.

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Ci sono sacerdoti cristiani bravissimi e meravigliosi in Siria. Io li conosco. Personalmente sono stato conoscente e amico di padre Paolo Dall’Oglio: lui era stato ospite a casa mia anni fa, così come io ero stato ospite nel suo monastero. Ma la voce dei sacerdoti del genere di padre Paolo non è avvertita dalla voce ufficiale delle Chiese. Questo forse avviene per paura, senza tanta convinzione, ma certamente avviene anche per convinzione: qualche vescovo si è convinto di poter fare da portavoce del presidente. So per certo che in alcune chiese, in occasione del Natale, si è parlato molto del presidente.

Io sono quindi molto preoccupato per i miei amici cristiani. Loro stessi mi dicono di non sentirsi rappresentati dalle loro gerarchie. Sanno di essere usati dal regime. Temono dunque che – quando il regime, da loro disapprovato, dovrà cadere (e presto cadrà) – possa avvenire una vendetta sociale molto pesante nei loro confronti. Spero con tutto me stesso che ciò non debba mai accadere.

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3 Commenti

  1. Vero 18 giugno 2020
  2. EAV-74158327 17 giugno 2020
    • Facchinetti 17 giugno 2020

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