Turchia: Erdogan, il sultano

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Dopo aver trasformato la basilica di Santa Sofia (Istanbul) da museo a moschea (cf. Settimana News), all’inizio di settembre le autorità religiose turche hanno provveduto a ricondurre al culto islamico la chiesa storica dell’antico monastero di San Salvatore in Chora e a demolire la chiesa di San Giorgio a Bursa. Contestualmente vengono ignorate le decennali richieste del patriarcato di Istanbul per la riapertura della scuola teologica nell’isola di Halki e anzi si annuncia che, nella stessa isola, si aprirà un centro di insegnamento islamico, utilizzando un sanatorio dismesso. Segnali precisi di una islamizzazione del paese, della penalizzazione delle minoranze religiose e di un progetto politico islamo-nazionalistico che proietta il paese come una media potenza regionale non più contenuta dalla diplomazia multilaterale, dalla laicità dello stato e dalle alleanze del passato, in particolare con l’Occidente.

Amarezza

Visitando il monastero di Halki, il 6 settembre, il patriarca Bartolomeo ha detto:

«L’anno prossimo sarà il 50° dal giorno nefasto della chiusura della nostra facoltà. E, purtroppo, non è il solo giorno funesto di questi ultimi anni per il patriarcato, per Halki e per la nazione. Prima del 1971, quando la nostra facoltà fu chiusa, abbiamo conosciuto gli eventi del settembre 1955 [il pogrom della minoranza greca di Costantinopoli guidato dall’esercito turco]. Oggi sono passati 65 anni da quella tragica notte (6-7 settembre) quando la barbarie ha distrutto case, magazzini, chiese che appartenevano a gente onesta, innocente e rispettosa delle leggi. Anche i loro cimiteri sono stati profanati e la folla non ha rispettato i nostri morti. Nessuna traccia di civiltà né di umanità.Qualche settimana fa c’è stata la trasformazione di Hagia Sophia in moschea. E, qualche giorno dopo, quella del magnifico monastero di San Salvatore in Chora. Come se non ci fossero sufficienti moschee a Costantinopoli, come se si avesse bisogno di luoghi di culto più numerosi per i fedeli della religione maggioritaria, i dirigenti si sono precipitati a prendere decisioni che ci offendono, che attentano alla nostra identità, storia e civilizzazione. Ma noi induriamo il nostro volto e continuiamo a pregare».

Il metropolita di Volokolamsk e presidente del dipartimento per le relazioni estere del Patriarcato di Mosca, Hilarion Alfeev, si è espresso in questi termini:

«Come la basilica di Hagia Sophia la chiesa di San Salvatore del complesso monastico di Chora ha il riconoscimento di patrimonio mondiale dall’Unesco. Fra tutte le chiese bizantine di Istanbul ha mantenuto più delle altre il suo aspetto originario. I suoi magnifici mosaici e affreschi costituiscono degli esempi eccezionali dell’arte bizantina dell’epoca della rinascita paleologa. È del tutto evidente che non potranno più essere visti come è successo per i mosaici di Hagia Sophia, malgrado le assicurazioni delle autorità turche secondo cui sarebbero stati accessibili ai visitatori sempre al di fuori dei momenti del culto musulmano. È triste costatare il disprezzo manifestato dagli attuali dirigenti turchi verso i sentimenti dei cristiani del mondo intero, disprezzo difficile da giustificare con argomenti ragionevoli».

Irrisione delle minoranze

L’irrisione verso le minoranza interne è l’altra faccia dell’aggressività politica internazionale. La chiusura della possibilità di entrare nell’Unione Europea ha convinto Recep Tayyip Erdogan ad uscire dalle tradizionali alleanze e dai vincoli della Nato. Si pensa come potenza regionale, tanto compatta all’interno, quanto aggressiva all’esterno.

Così allarga le operazioni verso l’Africa entrando nel conflitto libico e in commerci molto stretti con il Senegal e, nello stesso tempo, accede all’ideologia della «nazione blu», dell’allargamento sui mari per 462.000 kmq, ignorando i diritti marini di Grecia e di Cipro. Le ricerche sugli idrocarburi da parte di navigli turchi è garantita dalla flotta militare, così come si moltiplicano gli scontri coi pescherecci locali, facendo alzare ai massimi livelli la tensione con la Grecia. Può permettersi di ignorare la pressione morale russa come quella statunitense e farsi paladino degli uiguri cinesi in ragione della comune radice turca e appartenenza islamica.

Quanto all’Europa, ha in mano l’arma dei milioni di rifugiati che può indirizzare verso il continente. Ma il consenso interno non è più così sicuro e gli indicatori economici non sono in crescita.

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