Cina: papa Francesco e Jin Luxian

di: Lorenzo Prezzi

Più che una intervista è un messaggio, più che un messaggio è una positiva dichiarazione di intenti. Così si può leggere l’intervista che papa Francesco ha dato sulla Cina a Francesco Sisci per Asia Times (2 febbraio 2016), quotidiano on line di Hong Kong, molto letto nei ceti alti delle burocrazie statali. Fra i molti temi affrontati (grandezza della civiltà, responsabilità sulla pace, dialogo fra le nazioni ecc.) vi è l’accenno agli errori della storia e alle sue fatiche, fra cui l’ormai archiviata scelta del figlio unico. L’invito del papa è di assimilare e non rifiutare la propria storia. «Ogni popolo deve riconciliarsi con la propria storia quale suo cammino, con successi ed errori. E questa riconciliazione con la propria storia porta molta maturità, molta crescita… è salutare per un popolo essere misericordioso verso se stesso». In parallelo si possono leggere le parole di uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo cinese contemporaneo, mons. A. Jin Luxian (1016-2013) in occasione dei 400 anni dalla morte di Matteo Ricci: «Se Ricci non avesse imparato il cinese avrebbe potuto essere espulso dalla Cina; se Ricci non si fosse fatto amico di Xu Guangqi, non avrebbe tradotto e introdotto le tecnologie occidentali nella cultura cinese; se la “controversia sui riti” non fosse avvenuta, il cattolicesimo avrebbe avuto un’abbondante fioritura in Cina; se l’imperatore cinese avesse accettato l’adozione delle tecnologie occidentali, la Cina sarebbe stata più forte e avrebbe resistito alla invasioni straniere. Alcune di queste cose non sono avvenute a causa dell’arroganza e del pregiudizio dei leaders della Chiesa e delle autorità Cinesi».

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