Libia: inferno dei migranti

di: Andrea Lebra

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo… Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano… Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia (Papa Francesco, dal Discorso in occasione del conferimento del “Premio Carlo Magno”, 6 maggio 2016).

rapporto 2017 di Amnesty International

Il rapporto 2017 di Amnesty International sulla situazione dei migranti in Libia è un documento drammatico. È intitolato Libia: un oscuro intreccio di collusione, e ha come sottotitolo Abusi su rifugiati e migranti diretti in Europa .[1]

È un quadro disumano quello descritto, non dissimile, peraltro, da quello denunciato dal recente rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani[2] che è stato acquisito anche dalla Procura della Corte Penale Internazionale intenzionata ad avviare indagini per crimini legati ai migranti in Libia[3] e da quello accertato dalla Corte di Assise di Milano in una corposa sentenza del 1° dicembre 2017 con la quale è stato condannato alla pena dell’ergastolo con tre anni di isolamento diurno un cittadino somalo accusato di sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dalla morte di alcuni sequestrati, violenza sessuale, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: tutti delitti commessi in Libia in danno di centinaia di vittime tra il 2015 e il 2016.[4]

Tre ennesime denunce che evidenziano, a volte con dettagli raccapriccianti, una situazione che viola oltre ogni misura i diritti umani e che non può essere ulteriormente tollerata dalla comunità internazionale.

Tre documenti che grondano dolore, in presenza dei quali nessuno può più dire di essere all’oscuro di ciò che da tempo sta succedendo ai migranti in Libia,[5] paese che non si è mai dotato di una normativa sull’asilo e non ha mai ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il relativo Protocollo del 1967, anche se sopporta la presenza in loco dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) per contribuire alla gestione di alcuni limitati casi.[6]

Il rapporto di Amnesty International: metodologia

Il rapporto di Amnesty International, oggetto del presente contributo, si basa in primo luogo su una ricerca condotta nel 2017 con la realizzazione, in Italia e in Tunisia, di 72 interviste con rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

Il numero delle donne intervistate, a confronto con quello degli uomini, non rispecchia la proporzione delle donne migranti che cercano di raggiungere l’Italia. Piuttosto, riflette il fatto che molte delle donne incontrate nei centri di accoglienza da Amnesty International non hanno voluto parlare delle loro esperienze in Libia, anche in presenza di intervistatrici donne. Il motivo principale di questo è dovuto presumibilmente alla diffusione del fenomeno della violenza sessuale esercitata sulle donne migranti, nonché al trauma e allo stigma particolari che ne conseguono.

Durante le interviste, l’espressione “la Libia per noi migranti è un inferno” è ricorsa regolarmente, dando l’idea della diffusione e della gravità degli abusi perpetrati nei confronti delle persone bloccate nel paese.

Il rapporto tiene conto dei risultati delle indagini condotte dall’Associazione nel 2014, 2015 e 2016 e di altri documenti rilevanti prodotti dalle Nazioni Unite, dall’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dal Consiglio d’Europa, nonché dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo. Utilizza, inoltre, informazioni acquisite attraverso incontri e scambi con funzionari libici, incluso il portavoce ufficiale della marina libica, con rappresentanti di governi e istituzioni dell’Unione Europea, con rappresentanti dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e altri organismi delle Nazioni Unite, nonché con Ong operanti in Libia, nel Mediterraneo centrale e in Italia.

Detenzione, estorsione e sfruttamento

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) calcola in poco più di 416.000 le presenze di migranti in Libia alla fine di settembre 2017. Oltre il 60% dei migranti in Libia proviene dall’Africa subsahariana, il 32% da altri paesi nordafricani e circa il 7% da paesi asiatici e mediorientali.

Il numero di coloro che hanno bisogno di protezione internazionale è difficile da stimare, ma l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha dichiarato che, nel novembre 2017, c’erano 44.306 persone registrate in Libia come rifugiati o richiedenti asilo.

In un paese in preda all’anarchia, come la Libia, in cui le istituzioni sono state indebolite da anni di conflitto e divisione politica, i rifugiati e i migranti sono diventati una risorsa da sfruttare e il traffico di esseri umani è divenuto un’industria prospera, grazie a reti criminali profondamente radicate e ben organizzate.

La criminalizzazione dell’ingresso, del soggiorno e dell’uscita irregolari, assieme all’assenza di qualsiasi normativa o infrastruttura pratica per la protezione dei richiedenti asilo e delle vittime della tratta di persone, ha fatto sì che la detenzione in massa, arbitraria e a tempo indeterminato, sia diventata il principale sistema di gestione della migrazione nel paese. Tale sistema, che si presta a favorire la corruzione, ha aperto la strada a sistematiche violazioni nei luoghi di detenzione dove i rifugiati e i migranti sono alla mercé di autorità, milizie e gruppi armati che spesso collaborano strettamente con i trafficanti allo scopo di ottenere un vantaggio economico.

La mancanza di qualsiasi controllo giudiziale sul processo di detenzione e la quasi totale impunità dei funzionari coinvolti ha facilitato l’istituzionalizzazione della tortura e di maltrattamenti di altro tipo nei centri di detenzione.

Si stima che, al momento, siano detenuti fino a 20.000 rifugiati e migranti in oltre trenta centri gestiti dal “Dipartimento per il contrasto alla migrazione” (DCIM), una divisione del Ministero dell’Interno libico creata nel 2012 allo scopo di contrastare i flussi migratori. Altre migliaia di persone sono trattenute in luoghi di detenzione gestiti da milizie e bande criminali.

In entrambi i casi, le persone sono detenute illegalmente in condizioni inumane e vengono sottoposte a tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli e degradanti, compresa la violenza sessuale.

I funzionari del DCIM incaricati della gestione e della sorveglianza dei centri di detenzione sono spesso direttamente coinvolti, in totale impunità, nella tortura e nei maltrattamenti delle persone allo scopo di estorcere loro o alle loro famiglie denaro in cambio del rilascio da una detenzione arbitraria a tempo indeterminato.[7]

Rifugiati e migranti, imprigionati in condizioni degradanti all’interno di strutture mal attrezzate e sovraffollate, sono privati di cibo e acqua ed esposti a trattamenti che ne violano la dignità, comprese perquisizioni su persone denudate per cercare denaro da confiscare.

Numerose le testimonianze di chi è costretto a chiamare le proprie famiglie sotto tortura allo scopo di indurle a pagare per il rilascio.

Più fortunati coloro ai quali è offerta la possibilità di contattare intermediari in grado di pagare i funzionari del DCIM per la loro liberazione e la successiva consegna ai trafficanti per essere imbarcati, non appena il “debito” sia saldato.[8]

Anche gli ufficiali della Guardia costiera libica sono responsabili di violazioni dei diritti umani ed è noto che operano in collusione con reti di trafficanti.

I funzionari della Guardia costiera libica che conducono le operazioni di intercettazione usano spesso minacce e violenza nei confronti di rifugiati e migranti a bordo delle imbarcazioni in difficoltà, ossia nei confronti di coloro che dovrebbero soccorrere, talvolta allo scopo di derubarli dei loro modesti averi. Inoltre, causano morti e mettono a repentaglio vite umane con operazioni apertamente irriguardose dei protocolli e degli standard di sicurezza basilari.

I migranti intervistati da Amnesty International descrivono spesso la collusione fra la Guardia costiera libica e i trafficanti. Tale collusione consiste innanzitutto nel permesso di partire concesso alle imbarcazioni da parte della Guardia costiera libica in cambio di denaro.

La Guardia costiera libica può scortare una o più imbarcazioni mentre queste si allontanano dalla costa, oppure può consentire loro di proseguire dopo averle intercettate in mare se queste sono contraddistinte da un determinato simbolo che fa sapere alla Guardia costiera libica che il pagamento dovuto è già stato corrisposto. Oppure, può consentire loro di proseguire se chi è a bordo è in grado di confermare il pagamento della tariffa di passaggio facendo il nome del trafficante che ha organizzato la traversata.[9]

rapporto 2017 di Amnesty International

Migranti nell’inferno della Libia

Complicità europea negli abusi

Nonostante siano pienamente a conoscenza delle gravi violazioni a cui sono sottoposti in Libia rifugiati e migranti, i governi europei hanno deciso di attuare politiche di controllo della migrazione che, rafforzando le capacità e la determinazione delle autorità libiche a mettere freno alle traversate via mare, stanno intrappolando migliaia di persone che hanno pochissime possibilità di richiedere e ottenere protezione.

Sin dalla fine del 2016, l’Italia e altri stati membri dell’Unione Europea hanno attuato una serie di misure volte a chiudere le rotte migratorie attraverso la Libia e il Mediterraneo centrale. La loro collaborazione con attori libici si è manifestata attraverso un triplice approccio.

Innanzitutto, hanno fatto sì che la Guardia costiera libica abbia potuto intercettare un numero crescente di persone in mare fornendo loro formazione, equipaggiamento (comprese le imbarcazioni), e assistenza tecnica e di altro tipo.

In secondo luogo, si sono impegnati a fornire supporto e assistenza tecnica al DCIM, ossia alle autorità libiche responsabili della gestione dei centri di detenzione dove rifugiati e migranti vengono trattenuti e regolarmente esposti a gravi violazioni dei diritti umani.

In terzo luogo, hanno raggiunto accordi con le autorità libiche locali e i leader di tribù e gruppi armati allo scopo di incoraggiarli a mettere fine al traffico di persone e di migliorare i controlli delle frontiere nel sud del paese.[10]

L’attuazione di tale strategia ha determinato un calo nel numero di traversate via mare a partire da luglio 2017. Mentre, nella prima metà del 2017, un totale di 83.754 persone ha raggiunto l’Italia via mare, fra luglio e novembre 2017 è arrivato in Italia un totale di 33.288 rifugiati e migranti, ossia il 67% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Sebbene un numero inferiore di traversate abbia certamente assicurato uno degli obiettivi dichiarati della cooperazione – ossia, una riduzione nel numero di morti in mare registrate durante il periodo – la progressiva chiusura della rotta del Mediterraneo centrale ha determinato anche il contenimento di rifugiati e migranti in un paese in cui questi sono esposti a violazioni e abusi inaccettabili.

I governi europei hanno intrapreso tali iniziative senza creare meccanismi di salvaguardia necessari ad assicurare la protezione e i diritti umani di rifugiati e migranti.

Le agenzie umanitarie internazionali fanno ciò che è loro permesso. L’Unhcr è in grado di assicurare in casi eccezionali il rilascio di rifugiati di sole sette nazionalità. L’Oim sta gestendo un più ampio programma di rimpatrio volontario di cui si prevede un allargamento. Tuttavia, sebbene tale programma di rimpatrio volontario di certo offra un’àncora di salvezza ad alcuni, non può essere considerato o promosso come la sola opzione di uscita dalla Libia per coloro che in Libia sono bloccati. Se il rimpatrio è la sola alternativa alla detenzione a tempo indeterminato, alle torture e ad altri maltrattamenti, è discutibile quanto esso sia effettivamente volontario, specialmente per coloro che sono nella condizione di chiedere e ottenere l’asilo.[11]

Garantire i diritti umani: priorità assoluta

In sostanza, per Amnesty International le politiche migratorie europee stanno chiaramente facilitando in Libia abusi gravemente lesivi della dignità di migranti e rifugiati.

L’alternativa alla cattiva collaborazione non è, tuttavia, l’interruzione della collaborazione stessa. La situazione di rifugiati e migranti non verrebbe migliorata, e il numero delle morti in mare non scenderebbe, se si mettesse fine all’impegno internazionale nei confronti delle autorità libiche in materia di migrazione.

È essenziale – da un punto di vista giuridico, pratico, morale e politico – che gli scopi e la natura della cooperazione con la Libia vengano ripensati e che l’attenzione si sposti decisamente dalla prevenzione degli arrivi in Europa alla protezione dei diritti umani fondamentali di rifugiati e migranti, la cui indegna situazione è un prodotto di fenomeni economici e politici di più ampio respiro nel continente africano e di più fondamentali errori nelle politiche migratorie europee. In assenza di adeguati canali sicuri e legali per entrare in Europa e alla luce della bassa possibilità di essere rimpatriati nel caso in cui gli interessati vengano dichiarati come non aventi diritto alla protezione internazionale, le traversate irregolari continueranno ad essere considerate come l’unica opzione e, in ultima analisi, anche come una scelta razionale da parte di persone perseguitate e desiderose di migliorare il proprio destino.

Per Amnesty International tale situazione non potrà mai essere affrontata in maniera sostenibile e moralmente accettabile se si continua ad arruolare attori corrotti e violenti nei paesi di transito al solo scopo di bloccare le rotte a metà strada, senza prendere in considerazione l’impatto umanitario su coloro che rimangono intrappolati.


[1] Il rapporto, realizzato insieme all’Unsmil (United Nations Support Mission in Libya), la missione ONU in Libia, è reperibile in in Amnesty.it
[2] Reperibile in lingua inglese in: www.ohchr.org/Documents/Countries
[3] La Libia non ha aderito alle convenzioni per la giurisdizione internazionale dell’Aja, ma la Corte penale può intervenire anche a carico di Paesi non membri se a richiederlo, come in questo caso, è il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’indagine è guidata dalla procuratrice Fatou Bensouda, il cui ufficio riceve informazioni da una varietà di fonti sulla situazione in Libia, comprese le relazioni del Segretario Generale sulla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil).
[4] La sentenza di 132 pagine, redatta dalla giudice Ilaria Simi e firmata dalla Presidente della Prima Corte d’Assise di Limano, Giovanna Ichino, è reperibile, con un utile commento di Silvia Bernardi, in www.penalecontemporaneo.it. Facendo riferimento agli atti del procedimento penale che si è concluso con la citata sentenza emessa in primo grado (e pertanto suscettibile di riforma), il 17 gennaio 2017, Ilda Boccassini, procuratrice aggiunta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ebbe ad affermare: «In 40 anni di carriera non ho mai visto un orrore simile».
[5] Cf. SettimanaNews.it n. 30/2017, Libia: torna la schiavitù.
[6] Le autorità libiche accordano il riconoscimento di fatto dello status di rifugiati soltanto a persone di sette nazionalità (eritrei, etiopi, iracheni, palestinesi, somali, sudanesi del Darfur e siriani).
[7] Trentatre delle settantadue persone intervistate da Amnesty International nel luglio 2017 hanno raccontato di torture o altri trattamenti cui sono state esposte per sottrarre loro il denaro.
[8] A volte, i rifugiati e migranti detenuti non riescono a raccogliere da parenti o amici il denaro necessario per pagare alle guardie del centro di detenzione il riscatto per il loro rilascio. In questi casi, le guardie del DCIM normalmente danno a rifugiati e migranti due possibilità. Una è che il detenuto contatti un ex datore di lavoro per chiedergli di pagare il riscatto, e in cambio il detenuto lavorerà per lui gratuitamente fino a ripagare il debito. L’altra è che il detenuto contatti un mediatore conosciuto dalle guardie, che farà la stessa cosa. Tali mediatori sono tra le poche persone cui è consentito di entrare nei centri di detenzione.
[9] Non è chiaro quanti membri della Guardia costiera libica collaborino con i trafficanti e offrano passaggio sicuro alle loro imbarcazioni nelle acque territoriali libiche. Tuttavia, è chiaro che, nel periodo tra il 2016 e il 2017, la Guardia costiera libica ha riportato sulle coste libiche migliaia di persone intercettate in mare, e che le maggiori capacità operative della Guardia costiera libica, grazie al sostegno ricevuto dagli stati membri dell’Unione Europea, hanno determinato un aumento di tali operazioni di intercettazione. Nel 2017 la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato in Libia oltre 19.000 persone.
[10] Offrendo formazione, equipaggiamento e supporto sotto varie forme allo scopo di migliorare le capacità operative della Guardia costiera libica, i governi europei hanno messo quest’ultima in condizione di intercettare rifugiati e migranti in mare, anche in acque internazionali, di riportarli in Libia e di trasferirli nei centri di detenzione. Inoltre, ostacolando le operazioni di monitoraggio e di soccorso delle Ong in mare, hanno a tutti gli effetti relegato a un ruolo secondario coloro che assicuravano lo sbarco delle persone soccorse in mare in un porto sicuro in Italia.
[11] Amnesty International ritiene che, allo scopo di assicurare la volontarietà di qualsiasi programma di rimpatrio assistito, sia necessario mettere fine alla politica di detenzione automatica, riconoscere formalmente l’Unhcr e il suo mandato in Libia, aumentare in maniera significativa le capacità dell’Unhcr di condurre accertamenti dello status di rifugiato e incrementare il numero di posti di reinsediamento e visti umanitari offerti dai paesi europei e, certamente, anche non europei.

 

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