Pezzi di guerra, spezzoni di muri

di: Lorenzo Prezzi

La proposta di un muro a Calais per chiudere la Gran Bretagna all’immigrazione e l’insistenza del candidato repubblicano D. Trump per aggiungere un muro fra Stati Uniti e Messico sono le ultime proposte per rafforzare i confini e tenere distanti gli immigrati e i profughi.

Le guerre attive nelle aree del Medio Oriente (Siria, Iraq, Yemen) nelle aree di confine con la Russia in Ucraina, nei territori contesi fra Armenia e Azerbaigian, in Libia e nei rumori di guerra in Corea e nei mari dove la Cina pretende l’egemonia, come nei timori di una aggressione russa in Lituania, Bielorussia, Estonia e Lettonia hanno reso comune l’uso dell’espressione papale della «guerra a pezzi». Le nuove forme di conflitto (etnico, religioso, tribale ecc.) e la pressione delle migrazioni ridefiniscono le strategie belliche e riaccendono violenze antiche.

In tale quadro riprendono vigore i muri di separazione. Come ha notato La Croix (7 settembre) essi sono un decina in Europa e un trentina nel mondo: i più recenti contro l’immigrazione e altri per ragioni di terrorismo, di traffici illeciti, di guerre sospese. Mentre il confine che divide Cipro rimanda alla guerra greco-turca e quello che interessa Gibilterra distingue i territori spagnoli da quelli inglesi e nuovi muri sorgono contro i migranti: fra Grecia e Turchia, fra Grecia e Macedonia, fra Bulgaria e Turchia, fra Ungheria e Serbia e Croazia, fra Slovenia e Croazia, fra Spagna e Marocco (Ceuta). Sono frutto e alimentano le tendenze xenofobe e le paure contro i processi della globalizzazione, cavalcati dalle destre politiche e dai populismi ciechi.

In alcuni casi, come nell’ex-muro di Berlino o in quello fra le due Coree le barriere servono per impedire che gli abitanti fuggano, in altri i muri delimitano gli spazi a favore dello stato egemone (Israele), o per diminuire le tensioni (come nelle città dell’Irlanda del Nord). Ora servono a respingere i migranti. Le frontiere sono una condizione seria per uno Stato o per una federazione di Stati come l’Unione Europea, né si può sottovalutare il compito dei responsabili politici in ordine a una qualche regolamentazione di flussi e a impedire infiltrazioni terroristiche. Esse rispondono anche alle paure, non sempre giustificate, che riemergono nei popoli alla prova del meticciato culturale e civile.

Un tempo, il nostro, che vede la minore applicazione del diritto umanitario internazionale e la crescente domanda di un diritto in guerra, ma anche di un diritto prima della guerra e dopo la guerra. Oggi il diritto umanitario e l’aiuto umanitario sono «meno applicati che negli anni ’80 e ’90» ha ammesso P. Ryfman. «Il diritto umanitario deriva dal diritto internazionale: la sua applicazione richiede un minimo di consenso frale parti belligeranti. Sono sempre più numerosi quelli che rimuovono le sue regole, considerandole come di carattere secondario, senza sanzioni in caso di violazione» (La Croix, 19 agosto 2016).

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