Ucraina: al limite

di: Marcello Matté e Francesco Strazzari

Ucraina in Eurasia

La capitale, Kiev, nasconde con una superiorità, forse allenata, i lividi e i graffi di un conflitto che sembra voler negare. Le strade del centro sono affollate di bella vita, palazzi sontuosi e ben tenuti, molte – troppe – macchine di lusso. Maidan ha ripreso la sua solennità aggraziata. Strada Institutskaya, dove sono cadute alcune delle vittime delle proteste di Euromaidan il 26 febbraio 2014, ora si chiama Via dei Cento eroi del cielo e vi trovi ancora le immagini commemorative. Per vedere i segni della “guerra” di oggi bisogna recarsi alla stazione, dove uomini in divisa abbracciano padri e madri, mogli e fidanzate prima di salire sul treno che li porterà a Oriente; magari quelle stesse donne sono andate in Polonia, sfruttando una particolare autorizzazione sul passaporto rilasciata alle popolazioni della “Galizia”, e sono tornate vestendo i giubbotti antiproiettile e altro abbigliamento che l’esercito non passa ai suoi soldati. Oppure devi andare nei piccoli villaggi dell’immenso “granaio d’Europa”, dove un soldato ucciso al “fronte” viene sepolto alla presenza di tutti. Una città di quasi tre milioni di abitanti copre, con la sua vita intensa, ogni requiem ed ogni pianto. Sono andate sepolte 6.500 persone, secondo le stime ufficiali (3 volte di più secondo altre contabilità; 9.000 secondo l’ONU) in questo conflitto iniziato il 6 aprile 2014 (subito dopo Euromaidan) e incancrenitosi in agosto con i controversi sconfinamenti delle forze russe nei territori del Donbas, dove due regioni si erano già dichiarate autonome: la Repubblica popolare di Doneck e la Repubblica popolare di Lugansk. La Crimea è data da tutti, eccetto i politici, persa per sempre e nei fatti annessa alla Russia. Ma non è detto che si viva meglio. I russi hanno deportato circa 10.000 persone dalla Crimea nelle regioni degli Urali; gli ufficiali ucraini passati alla Russia sono stati anch’essi deportati con un timbro sul passaporto che li qualifica come «inclini al tradimento».

Collasso umanitario e politico

Ucraina emergenza umanitaria

Una donna anziana tira una cariola con aiuti umanitari a Semonovka, Ucraina Orientale (17.3.2016. AP Photo/Efrem Lukatsky)

Nella regione orientale del Donbas non c’è mai stato, negli ultimi due anni, un periodo di silenzio totale delle armi (cf. Ucraina: sine fine dolentes); il confronto armato sopravvive agli impegni diplomatici dal Protocollo di Minsk (5.9.14) in poi e sono più di tre milioni le persone direttamente irretite nel conflitto. 2.700.000 si trovano nelle zone al di fuori del controllo governativo ucraino. Doppiamente vittime: la violenza delle armi e il pugno di ferro del governo, che ha congelato, in questi territori, i servizi bancari, impedendo di fatto l’erogazione di stipendi e pensioni, e gli altri servizi pubblici come ospedali e scuole. Molti uomini si sono spostati a Ovest in cerca di lavoro, perché l’industria pesante, predominante in queste terre, è stata smantellata. A casa sono rimasti in gran parte (2 milioni e mezzo) donne e bambini. Per ritirare la pensione, una donna anziana deve farsi 24 – 48 ore di fila ai check-point dei “confini”. Sono migliaia, in qualunque stagione. Le città sono moderne, “europee”, ma si muore di guerra. Non tanto per la mano armata quanto per quella che chiude i rubinetti del gas, abbassa i coltelli della rete elettrica e considera illegale la fornitura di medicinali agli ospedali.

Sui nostri telegiornali approdano gli aggiornamenti del tenzone politico, in termini semplicisticamente da tiro alla fune: un punto a quello, due punti all’altro; due metri di qua, un metro di là. Ma la situazione (dis)umanitaria di questa gente non ci viene rappresentata. È come se guardassimo tutti la situazione dalla proiezione sullo schermo gigante di Kiev. Quanto mai sapiente e provvidenziale, dunque, l’appello di papa Francesco che, con l’indizione della colletta lo scorso 24 aprile, ha riacceso l’attenzione su questo paese e sui drammi ignorati dai titoli della stampa. Ora, il frutto della colletta verrà destinato a progetti sotto il coordinamento del Pontificio consiglio Cor unum.[1]

Chi opera nel Donbas, per ragioni umanitarie, racconta di una tenace solidarietà da ogni lato della linea – sfocata – di divisione. Ma anche i sistemi più ingegnosi e generosi di solidarietà sono duri da sostenere a lungo, quando il contesto generale va sempre più impoverendosi; il potere d’acquisto crolla e gli stipendi sono sempre gli stessi; i beni di importazione sono sempre di più e sempre più cari perché ti chiedono 27 grivna per quel dollaro che ai tempi di Euromadian te ne costava 8.

Aiuti umanitari in Ucraina

Un soldato vigila sulla distribuzione degli aiuti agli abitanti di Debaltseve in fila
(6.2.2015 AP Photo/Petr David Josek)

Mentre la solidarietà deperisce per l’inedia, le rivalità tra ucraini e russofoni mettono su muscoli e si scavano fossati anche dove si era imparato a convivere decentemente. I bambini frequentano le medesime scuole, dove funzionano, come prima. Ma prima o poi salta fuori la domanda «Con chi sta combattendo tuo padre?» e gli screzi nel gioco si trasformano in accuse reciproche. I piccoli stanno interiorizzando il conflitto, mentre fra i “grandi” si accentuano ideologie ed emozioni che offuscano la razionalità. La gente chiede pace più che cibo. Alcuni – da entrambe le parti – portano pane silenziosamente, coperti, da entrambe le parti, dagli strilli di chi dovrebbe portare pace.

Non manca chi pensi che aiuto alle popolazioni del Donbas significhi fornitura di armi. Anche ammettendo che non vi siano soldati dell’esercito russo nei territori più caldi del conflitto – come affermano i sostenitori della tesi «non ci sono prove» – l’armamento è continuamente alimentato e da qualche parte proviene. Del resto, fino al luglio 2015 l’Ucraina non ha rinunciato al lucroso commercio di armi con la Russia.

Černobyl’, Ucraina

La notte del 26 aprile 1986 (esattamente 30 anni fa) si presenta alla centrale nucleare pochi chilometri fuori Černobyl’ un’équipe di tecnici mandati dai centri dirigenziali. Dà seguito ad alcuni test funzionali su un impianto che nascondeva gravi debolezze intrinseche di progettazione del reattore nucleare RBMK. I test vengono condotti trascurando le indicazioni dei tecnici locali e con una certa sufficienza nei confronti delle procedure di sicurezza, nella presunzione di sapere bene cosa stessero facendo. Per via di un simile approccio, le fiamme che si elevarono dalla copertura del reattore vengono interpretate – e trattate – come incendio, impedendo così di constatare la reale, terrificante portata dell’esplosione. Le radiazioni si spargono per tutta Europa e ancora oggi la loro lenta decadenza continua a inquinare i cieli, che non obbediscono ai confini politici. Si sta provvedendo a costruire un enorme sarcofago che andrà a incamiciare l’intero edificio del reattore 4.

Strada Institutskaya

Strada Institutskaya, Via dei Cento eroi del cielo

Černobyl’, metafora dell’Ucraina: un artificiosamente occultato “difetto di progettazione” è esploso quando si è voluto mettere alla prova il sistema e, a condurre l’operazione, si sono intromessi soggetti “estranei” che hanno presuntuosamente sottovalutato le condizioni proprie e hanno forzato la situazione. Il fenomeno Euromaidan è stato sottovalutato come incendio, mentre l’esplosione aveva già fatto saltare il coperchio e le radiazioni velenose si sono sparse per tutto il paese e per tutta l’Europa. Il protocollo di Minsk – ancora non pienamente “completato” – è un sarcofago che tenta di contenere il marasma nucleare fuori controllo, ma intanto particelle invisibili – e noncuranti dei confini – stanno contaminando l’ambiente.

L’Ucraina è un progetto politico complesso e segnato da debolezze intrinseche. Noi italiani sappiamo bene cosa significhi far parte di un paese che, nella sua storia, ha conosciuto il succedersi di invasori e lo spostamento frequente dei confini. Il mosaico è quanto mai complesso. Basti pensare alla regione storica denominata Galizia. Basti pensare alla corposità della popolazione “polacca”, tanto da riconoscervi, il governo, uno statuto speciale simile alla doppia cittadinanza. A Odessa – dove si dice che «il 50% della popolazione sia composto da ebrei … e l’altro 50% da ebree» – dopo Maidan la popolazione è in maggioranza filo-ucraina. Nel Donbas si è cristallizzata in molti settori della popolazione la consapevolezza di essere ucraini: «Siamo russi, ma qui non è Russia, è Ucraina». La situazione nella Repubblica popolare di Doneck è analoga a quella della Transnistria, dell’Ossezia, dell’Abcasia…

Diffusione della lingua russa in Ucraina

Diffusione della lingua russa in Ucraina

L’unità dell’Ucraina non è storica e l’identità non è linguistica né etnica. Il nome stesso, Ucraina, significa «sul confine, al limite»; è riferito a un’altra identità. È la “Piccola Rus’”, madre nella fede cristiana delle altre Rus’. Ma oggi la Chiesa ortodossa russa ha altrove il suo centro, benché molti vescovi del Patriarcato di Mosca abbiano origini ucraine. Si parla prevalentemente l’ucraino a Occidente e il russo a Oriente. Non c’è una lingua unica, entrambe sono lingue nazionali e, all’apertura delle ostilità, anche la lingua diventa un discrimine, per riconoscersi e per definire reciprocamente il “nemico”.

Anche la storia viene piegata, in tempi di conflitto, a supportare reciproche rivendicazioni di precedenza, a infiammare gli spiriti patriottici tra le fila degli schieramenti. I russi sostengono che Ucraina e Russia fossero un’unica grande nazione, smembrata dai suoi nemici (mongoli e polacchi). Da allora, i due popoli avrebbero continuamente anelato all’unità, contrastata dai nuovi nemici (austriaci, polacchi, americani). La versione ucraina è specularmente semplificatoria: l’Ucraina è un’antichissima nazione che ha sempre combattuto per la propria libertà a indipendenza, ma i nemici che la circondano hanno fatto di tutto perché potesse avere l’identità di nazione. Il prof. Serhii Plokhy, di Harvard, nella sua opera I cancelli d’Europa,[2] mette in evidenza come sia complicato applicare il concetto moderno di nazione alle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica; il processo di “desovietizzazione” dell’Ucraina, in particolare, non è ancora compiuto: due “rivoluzioni”, la fuga del presidente filorusso Viktor Janukovyč, la morte dei Cento eroi del cielo, l’annessione della Crimea, i morti nel Donbas hanno marcato gli inizi della nazione Ucraina, nella quale ucraini, russi, ebrei, tartari e altre popolazioni si considerano cittadini ucraini, a prescindere da lingua e religione.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko e sua moglie Maryna alla liturgia pasquale ortodossa nella cattedrale di St. Volodymyr in Kiev (1.5.2016 AP Photo/Sergei Chuzavkov)

Il presidente ucraino Petro Poroshenko e sua moglie Maryna alla liturgia pasquale ortodossa nella cattedrale di St. Volodymyr in Kiev (1.5.2016 AP Photo/Sergei Chuzavkov)

Un mosaico complesso che si riflette anche – senza automatismi – nelle appartenenze religiose. Solo tra i cristiani si contano 5 Chiese: latina, greco-cattolica, ortodossa autocefala, ortodossa del Patriarcato di Mosca e ortodossa del Patriarcato di Kiev. Anche il dialogo ecumenico risente del movimento a pendolo – o dello strabismo – dell’Ucraina fra Europa e Russia, costantemente segnato dal timore delle Chiese di venire risucchiate dai grandi ai loro confini e dalla pervicace rivendicazione della propria identità. Recentemente al beccheggio Est-Ovest si è aggiunto il rollio determinato dalle onde delle prove di forza tra le Chiese ortodosse in vista del Grande santo sinodo e dai passi controversi di parte cattolica, in particolare la Dichiarazione congiunta Francesco-Kirill (cf. l’intervista a Svjatoslav Ševčuk e, in precedenza, l’approfondimento L’Ucraina e le Chiese nel conflitto).

Ai solchi di natura etnico-linguistica, politica, religiosa si aggiunge la faglia sempre più ampia fra ricchi e poveri. Code di suv per le strade di Kiev e code di donne anziane ai “confini” del Donbas. Cambiano i nomi al potere, ma il club di appartenenza è sempre il medesimo: gli oligarchi, che si sono spartiti la ricchezza del paese al momento dell’indipendenza dal Soviet. Fra di loro non si mangiano, ma si alleano per mangiare nel piatto altrui. Davvero l’Europa crede che basti allontanarsi da Mosca per trovarsi nella democrazia?

Torniamo in aeroporto per imbarcarci sul volo che ci riporterà in Italia. Allo sbarramento del controllo passaporti, i cancelli sono tappezzati dall’invito «Stop corruzione! Liberiamo l’Ucraina dalla corruzione!». Excusatio non petita, accusatio manifesta?


[1] Dalla pagina web in italiano del Pontificio Consiglio: «Il Pontificio Consiglio Cor Unum è incaricato di valutare ed approvare la gestione tecnica dei fondi, secondo progetti vagliati localmente da un’apposita Commissione. Per la fine del mese di aprile è prevista una missione in Ucraina da parte di mons. Giampietro Dal Toso, segretario di Cor Unum».
[2] Plokhy Serhii, The Gates of Europe: A History of Ukraine. New York: Basic Books, 2015, pp. 395. Atlantic Council riporta una recensione dalla quale sono ricavate le analisi riportate.

Donbas

Zone del conflitto in Donbas

Zone del conflitto in Donbas

L’Ucraina orientale è tuttora scossa dal conflitto armato, iniziato nell’aprile 2014. I filo-russi combattono contro l’esercito regolare di Kiev. La tensione è sempre alle stelle, come ci viene confermato dal personale ONU a Kiev, in stretto contatto con le zone di guerra. La Russia, annessasi la Crimea,  sostiene i gruppi ribelli filo-russi operanti nel Donbas. La popolazione è stremata e l’economia è prostrata.  Gli sforzi diplomatici per fermare il conflitto armato hanno portato all’accordo di Minsk del 12 febbraio 2015, sottoscritto da Ucraina, Russia, Francia e Germania.

Consta di 13 punti, che prevedono il cessate il fuoco d’ambo le parti nelle province orientali dell’Ucraina, il progressivo ritiro delle armi pesanti dalla linea del fronte e riforme della Costituzione per garantire l’autonomia  delle province orientali e favorire il ritorno delle province ribelli sotto la sovranità di Kiev entro la fine del 2015. C’è stata una fragile tregua, ma poi il conflitto si è riacceso. Nel mese di aprile 2015 i ribelli hanno sferrato un forte attacco alla città di Mariupol e in giugno si sono verificati scontri aperti e violenti  nelle province di Donetsk e Luhansk.

Non ha avuto finora grande effetto la decisione del Parlamento di Kiev (17 marzo 2015) di concedere una più ampia e significativa autonomia alle province del Donbas.

Il collasso dell’economia ha spinto il Fondo monetario internazionale a concedere nel marzo 2015 un nuovo piano di aiuti da 17,5 miliardi di dollari. Il governo di Kiev è in contatto con l’Unione Europea, dalla quale si aspetta consistenti e continui aiuti.

Ucraina area di contatto

Area di “contatto” nell’Ucraina orientale (Fonte: Humanitarian Needs Overview, Ukraine)

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Ancora in bilico sul passato

1991: il Paese – 576.500 kmq di superficie e 48.457.102 di abitanti (cens. 2001) – già repubblica federata nell’ambito della ex Unione Sovietica, il 24 agosto viene dichiarato indipendente da Ivan Plyushich, presidente del Parlamento ucraino. Il 1° dicembre un referendum ratifica l’indipendenza e il 21 dello stesso mese l’Ucraina partecipa alla fondazione della Confederazione degli Stati Indipendenti (CSI) con la Russia e la Bielorussia. Benché sciolto il 24 luglio 1991, il Partito comunista continua ad occupare gran parte dei seggi in Parlamento, assegnatigli dalle elezioni del 4 marzo 1990. Artefice dell’indipendenza è Leonid Kravčuk, capo dello Stato dal 23 aprile 1990 e rieletto il 1° dicembre 1991 a suffragio diretto.

1992: In agosto, un anno dopo la proclamazione dell’indipendenza, l’Ucraina è in festa. Atmosfera di esaltazione nazionale. Si tengono manifestazioni patriottiche ovunque. Il popolo accorre in massa, soprattutto nella capitale Kiev. Gran parte della popolazione è formata da ucraini (78,1%), vengono poi i russi (17,3%) e via via i bielorussi (0,6%), moldavi (0,5%), bulgari (0,5%), polacchi (0,4%). Il Forum internazionale degli ucraini dà spazio agli ucraini della diaspora, che tengono discorsi d’infuocato nazionalismo. Il 24 agosto scendono in piazza i fedeli delle Chiese per imponenti manifestazioni religiose di ringraziamento. L’Ucraina si sente unita, ma ha paura. Il presidente Kravčuk teme il movimento Ruch, nazionalista, molto forte nell’Ucraina occidentale.

1994: il 27 marzo e il 2-3 aprile l’Ucraina va alle urne e la sinistra, formata dai Partiti comunista, socialista e contadino, conquista la maggioranza dei seggi. Il successo è dovuto alla candidatura di persone molto popolari, aperte a riforme economiche, basate su una economia di mercato e una graduale privatizzazione; a una maggiore integrazione dell’Ucraina nella CSI, a una politica filo-russa senza rinunciare all’autonomia. Nell’Ucraina occidentale prevalgono i candidati di destra ed estrema destra, mentre nell’Ucraina centrale e orientale i candidati di sinistra, filo-russi. Non si tratta di un voto ideologico, ma politico con la speranza di riunirsi alla Russia, dove lo standard di vita è più alto.

2004: alle presidenziali (ballottaggio il 21 novembre) la spunta il candidato filo-russo Viktor Janukovyč. Manifestazioni nelle piazze dei sostenitori del candidato filo-occidentale Viktor Juščenko (rivoluzione arancione). Si protesta contro i brogli elettorali. Il Paese si spacca. Il 27 novembre il Parlamento dichiara nulle le elezioni e al nuovo ballottaggio (26 dicembre) si impone Juščenko, filo-occientale.

Ucraina storia ed elezioni

2006- 2013: Nel 2006 si tengono le elezioni legislative (26 marzo). Vincono i filo-russi. Janukovyč viene eletto Primo Ministro, ma i contrasti con il presidente Juščenko portano a gravi conflitti sul piano istituzionale. Vengono indette nuove elezioni (30 settembre 2007). Si forma un governo filo-occidentale di coalizione guidato da Julija Tymošenko. La Russia freme ed esercita pressioni politiche ed economiche. Il paese è nell’instabilità totale e la coalizione è costretta ad arrendersi. Si indicono nuove elezioni presidenziali nel 2010, che vengono vinte dal filo-russo Janukovyč. La Tymošenko viene sconfitta. Nel 2012 viene condannata a sette anni di carcere per uso improprio di fondi pubblici. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ritiene illegittima la condanna e la Tymošenko il 22 febbraio 2014 viene scarcerata. Janukovyč sospende l’iter per associarsi all’Unione Europea e alla fine del 2013 incominciano le proteste di piazza (Euromaidan). Vi sono dei morti, le cui immagini sono tuttora esposte.

2014: il 22 febbraio Janukovyč fugge e si passa all’immediata elezione ad interim del filo-occidentale Oleksandr Turčynov. Putin reagisce, interviene bruscamente in Crimea e aggredisce le repubbliche ucraine filo-russe dell’Est (Donbas). Il governo ucraino fatica a riportare l’ordine. I morti ufficiali sono 6.500. I danni sono incalcolabili.

2016: domenica 24 aprile in tutte le chiese d’Europa, per volontà di papa Francesco, si tiene una colletta per aiutare l’Ucraina, soprattutto la parte dell’Est, dove la situazione è drammatica.

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