Il respiro corto delle Chiese locali

di: Marcello Neri

vescovi

Credo sia facile percepire una certa fatica, all’interno delle Chiese locali, nell’approfittare degli spazi sempre più ampi che papa Francesco viene preparando loro passo dopo passo. E non penso qui a quelle diocesi in cui vescovi e fedeli non si sentono sintonici con le linee che lui va tracciando per un nuovo immaginario della fede e delle comunità cristiane. Anzi, penso proprio a quelle Chiese locali che sentono e vivono tutto ciò come una benedizione da lungo attesa.

Come se le possibilità improvvisamente apertesi davanti a noi ci avessero lasciato senza fiato, quasi impauriti di non poter delegare più le responsabilità della fede, oppure di poterci trincerare dietro la scusa di un apparato ecclesiastico che rema compatto in direzioni opposte.

Il timoniere e la ciurma

Certo, possiamo continuare a reclamare lentezze, resistenze, e finanche manovre che ostacolano il rinnovamento evangelico della Chiesa cattolica nel tempo di Francesco. Eppure, se siamo onesti fino in fondo, non possiamo non riconoscere che tutto ciò non legittima né dà ragione della nostra inerzia, della fatica – sul piano delle Chiese locali – a dare forma e ad abitare le aperture di orizzonte che Francesco ha consegnato alle nostre mani e ai nostri cuori.

È un po’ come se un bravo timoniere si ritrovasse senza ciurma, difficile poi portare la nave verso qualsiasi agognato porto. Non che si sia ammutinata, ma è come se, attirata dalle abilità del timoniere nell’accompagnarla in mari perigliosi verso mete da lungo attese, su quella nave non fosse proprio mai salita. Forse per timore, forse per eccesso di incanto.

Ed eccola lì, la nostra ciurma, paralizzata a guardare la nave dei desideri costretta a veleggiare nel porticciolo di casa, anziché salpare per mari aperti verso destinazioni ignote a cui il Signore la invia – sapendo, che pur con tutta la sua fragilità, il viaggio porterà il debito frutto.

L’imitazione mal riuscita

È la sensazione che mi accompagna da quando la diocesi di Amburgo ci ha inviato il pieghevole in cui si illustrano le linee guida per l’introduzione, a partire da quest’anno, dell’accompagnamento (spirituale e pastorale) dei nostri ragazzi che studiano teologia per andare poi a insegnare nelle scuole (elementari e medie). Non serve scendere nel merito dettagliato della cosa, cerco solo di fissare la sensazione da cui non riesco a liberarmi da quando l’ho letto.

Detta in una battuta: la retorica cerca di imitare l’ispirazione ariosa di Francesco; la pratica approda a un immaginario ecclesiale lontanissimo da essa. Ossia, il desiderio sincero è quello di ritradurre in loco la realtà di Chiesa che egli vuole inculcare nei nostri cuori, ma alla fine pressiamo il tutto in un corsetto che non ha nulla a che fare con essa. E, si badi bene, lo facciamo noi che di Francesco siamo convinti estimatori, mica quelli che si oppongono in tutti i modi al suo corso.

Anzi, non è solo questione di corsetto, di strutture, ma di una sorta di habitus che non riusciamo a dismettere in nessun modo. Ovunque mimiamo Francesco, ma non ci riesce proprio di viverlo. Rischiando di fare del suo passaggio tra noi come delle perle gettate ai porci di evangelica memoria. Senza quasi rendercene conto, ma non per questo meno responsabili.

Le nostre immaturità

Certo, non eravamo preparati a tutto questo, anche se lo attendevamo spasmodicamente. Ci ha colto di sorpresa, ma poi non ci siamo attrezzati a dovere. Come se in tutti noi abitasse una figura del vivere cattolico che ci sembra molto più sicura e affidabile dello stile cristiano proposto da Francesco – quello che desidereremmo per noi e per i nostri cuccioli, con le sue armoniche evangeliche, il calore esigente della misericordia, l’assunzione delle responsabilità della fede là dove essa vive e non là dove essa è un «negozio» e merce di scambio in giochi di potere.

Non ci riesce proprio di incorporare questo stile, e neanche di riconoscerlo nei luoghi dove esso è già in esercizio (dentro e fuori le comunità cristiane). Anche noi paralizzati come la ciurma convocata dal buon timoniere.

Come se Francesco avesse messo in risalto una fragilità e immaturità della fede, esattamente fra coloro che si sentono essere dei suoi. Da parte nostra, continuare a tesserne gli elogi, a difenderlo a spada tratta davanti a ogni dissenso, a citarlo in continuazione e a metterlo in tutte le salse pastorali possibili immaginabili non serve a niente.

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato…

Con semplicità e rispetto ha messo a nudo una nostra debolezza, una non adeguatezza culturale e spirituale della nostra fede. Se c’è una ragione per essergli grati, tra noi che ci sentiamo di far parte dei suoi, è proprio per questo.

Non aspettiamoci che faccia il padre spirituale di ciascuno di noi, anche se la cosa gli riesce benino devo dire, con la sua abilità sapienziale di dire parole a tutti che sentiamo essere rivolte proprio a noi, proprio a me. Dono di una parola contemporanea meticolosamente coltivata nelle pagine antiche del Vangelo.

Francesco ha gettato la palla dalla nostra parte del campo, adesso sta a noi organizzarci a dovere e imparare a giocare con sagacia e senza rancore la partita. E a giocare in un campo vuoto, senza nessuno che ci sfida, nessun bambino si è mai divertito davvero.

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