La libertà che non abbiamo ancora imparato

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L’uomo dice che gli attacchi personali non gli fanno certo perdere il sonno; anzi, da buon gesuita, sono istruttivi per lui, peccatore fra i peccatori, perché ognuno ha le sue infedeltà verso il Signore (anche se non hanno nulla a che fare con le critiche che qualcuno gli muove). Si preoccupa di una Chiesa a cui sarebbe offerta, dopo cinquant’anni, la possibilità di lasciarsi alle spalle antichi rancori che la lacerano, per poter essere finalmente una fraternità della fede in cui possono stare insieme tranquillamente, certo non senza accese e leali discussioni, sia Giacomo fratello del Signore sia Paolo apostolo delle genti.

Fraternità che dovrebbe essere tale non per gloriarsi di sé, ma per mettere in pratica quella fine sensibilità per l’umano che Gesù è dovuto andare a cercare in uno di fuori, in un samaritano. Perché anche il “capo” della prima ora ha avuto qualche problema con i suoi… e forse non solo qualche problema, ma anche divergenze apparentemente insanabili. Ma li ha tenuti tutti con lui fino all’ultimo, anche quando erano più una zavorra che dei propagatori della Lieta Notizia in cui egli volle condensare l’immagine del suo Dio. È così che essi impararono la sconvolgente libertà e liberalità dell’Abba di Gesù. Esigente più di ogni fedeltà a qualsivoglia legge, perché chiede niente di meno che la tua incondizionata dedizione verso ogni donna e uomo che sono al mondo.

Libertà esigente

Il sogno di una fraternità ecclesiale riconciliata, che non investe più le proprie forze migliori in disquisizioni di casa, per essere così libera di dedicarle all’umano amato da Dio è la realtà che Francesco vorrebbe piantare nel mezzo della tenda che è la Chiesa. L’uomo sa benissimo che i tempi sono quelli lunghi, che per godere dei frutti del raccolto ci vuole la pazienza del contadino. E vive l’attesa del tempo incerto senza ansie e timori, ma con la speranza e la gioia di chi lavora nella vigna del Signore – in cui l’ultimo venuto vale come quelli della prima ora, con buona pace di quest’ultimi. Quando capisci questo, ti si spalanca davanti una libertà d’animo che fa rabbrividire per la sua bellezza e signorilità.

Ed è proprio questa libertà, bella a vedersi, anche in quelli che non sono dei nostri, che non abbiamo ancora imparato ad apprezzare. Ne stiamo abusando per una vilissima regolazione dei conti, brutta a vedersi e distante anni luce dall’immaginario del Vangelo. E l’uomo se ne rammarica, non perché sente il tutto come un attacco personale, ma perché la cosa fa male alla Chiesa e l’allontana irrimediabilmente dalla figura della fraternità di alcuni aperta all’ospitalità per tutti. Approdo a cui arriva la cura del Samaritano sulle ferite dell’umano abbandonato alla sua solitudine proprio dalla religione e dalle sue urgenze.

Una questione di stile

Ora, la fraternità è una questione di stile della fede che nessuna istituzione può garantire o produrre. Eppure noi continuiamo ad andare avanti a dosare le nostre alchimie istituzionali che riteniamo assolutamente necessarie: fosse per offrire un argine teologico a una liberalità evangelica che ci intimorisce, o per garantire il futuro delle nostre biografie, il trionfo delle nostre idee, quando l’uomo non sarà più tra noi. Miseria dell’umano davanti a una libertà della fede che impegna non i nostri pensieri, ma esige l’investimento dei nostri vissuti.

L’incanto della modernità, in cui tutti siamo ancora immersi, ci fa credere che la Chiesa sia esattamente un’istituzione come tutte le altre e come tale debba essere pensata e strutturata. E la cosa funzionò allora perché sostenuta dalle condizioni del tempo. Ma ora quelle condizioni, ossia l’ambito e l’atmosfera in cui la Chiesa come istituzione vive e opera, non ci sono semplicemente più. Occasione inedita da secoli perché la Chiesa riapprenda il carattere sui generis dell’essere anche, ma non solo, istituzione.

L’ora che ci è offerta

Le occasioni dello Spirito non si riproducono serialmente, ma hanno sempre un carattere di unicità: qui e ora. Ogni dilazione, ogni tentennamento, sarebbero fatali. Libertà e fantasia della fede sono i prerequisiti necessari per non mancare l’ora che ci viene offerta. Davanti a questa possibile giovinezza del cristianesimo cattolico sembriamo essere tutti vecchi e impreparati, timorosi e rancorosi – ritrovandoci tutti, ma proprio tutti, accomunati in questo. Nessuno, ciascuno a modo suo, all’altezza della libertà esigente che il Vangelo ci chiede oggi per dare forma a una fraternità in cui c’è posto per tutti – nessuno escluso. Dove ciò che decide non è una formale aderenza alla tradizione, ma l’inusitata capacità di dare futuro a questa stessa tradizione che da sempre è destinata, anzi addirittura nasce, dal vissuto concreto della gente. Perché è proprio così che Gesù generò il Vangelo del suo Dio: facendosi carico e prendendosi cura delle attese quotidiane delle persone che incontrava sul suo cammino. Pane e pesce, solitudine e amore ferito, malattia e desiderio di vita, esclusione dalla socialità di tutti.

C’è un nomos dell’umano che vive concretamente che il Dio di Gesù onora oltre ogni misura, e chiede ai suoi di fare altrettanto – sempre e senza condizioni previe. Perché è proprio la miseria dell’obolo della vedova che rende bello il tempio della religione istituita e permette a tutto ciò che in esso viene messo in pratica di onorare l’ineffabilità di Dio – e non viceversa.

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2 Commenti

  1. Patrizio Spina 29 novembre 2016
  2. Davide Baraldi 24 novembre 2016

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